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Il nuovo decreto “salva banche”:
sventato (per ora) il Bail-in?

Ultimo aggiornamento: 11 dicembre 2015

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Di Enrico Vallarolo

 

Si è tenuto lo scorso 19 novembre, presso il Centro Studi San Carlo, l’incontro sugli strumenti di risoluzione bancaria e sul delicato tema del Bail-in, istituto applicabile in Italia a partire dal prossimo 1° gennaio 2016.

Il tavolo di discussione è stato occasione per approfondire gli aspetti legati a questo nuovo strumento di risoluzione bancaria, con gli interventi dell’Avv. Enrico Vallarolo e del Dott. Massimo Albesano che hanno illustrato, rispettivamente, la nuova normativa europea in materia di risoluzione bancaria (attraverso una carrellata sugli aspetti di maggiore rilievo con particolare attenzione ai possibili scenari per i correntisti direttamente coinvolti dalla procedura di Bail-in e  con un focus anche sull’esperienza di altri Paesi Europei) e la dimensione numerica del fenomeno dell’indebitamento bancario, con una panoramica sui dati attuali che hanno fatto emergere la notevole esposizione degli Istituti bancari.

Il termine “bail-in” potrebbe essere tradotto con l’espressione “riduzione del debito“. Volendone dare una definizione più ampia, potremmo definirlo come “attribuzione dei costi di fallimento di un istituto bancario a dei soggetti privati, in particolar modo ai risparmiatori/clienti della banca in oggetto”.

In attesa dell’entrata in vigore delle disposizioni sul Bail-in, il Governo ha però approvato, lo scorso 23 novembre, un decreto legge (n. 183/2015, consultabile a questo link) che prevede un sistema di protezione delle banche in crisi.

Sono attualmente quattro gli Istituti di credito italiani “in emergenza”: Banca Marche (crollata sotto il peso di perdite per circa 750 milioni di euro che hanno condotto al commissariamento), Banca Popolare dell’Etruria (i cui crediti “deteriorati” riscontrati sin dal 2011 sono cresciuti nell’arco di un biennio da 1,1 a 1,6 miliardi), CariFerrara (il cui dissesto è figlio di due operazioni immobiliari poste in essere con ingenti prestiti) e CariChieti (commissariata nell’autunno 2014 per sofferenze sui crediti per oltre 430 milioni di euro).

Il decreto legge approvato dal Consiglio dei Ministri per il salvataggio delle 4 banche commissariate consente di dare continuità all’attività creditizia e ai rapporti di lavoro, senza la previsione di forme di finanziamento o supporto pubblico.

L’operazione si pone nel quadro della direttiva europea che contempla anche il Bail-in, il meccanismo che, in caso di crisi bancaria, prevede il coinvolgimento di azionisti, obbligazionisti e in ultima battuta, se necessario, dei correntisti con depositi sopra 100mila euro) nel salvataggio dell’Istituto in sofferenza.

Un meccanismo, quello del “salvataggio interno”, che però non si applica nel caso di queste quattro banche che, a seguito del piano di salvataggio e risoluzione recentemente approvato, una volta “ripulite” dai crediti deterioriati cambieranno denominazione: si chiameranno Nuova Cariferrara, Nuova Banca Etruria, Nuova Banca Marche e Nuova Carichieti.

Nel dettaglio, il piano approvato dal Governo e dalla Banca d’Italia prevede che, per ciascuna delle quattro banche, la parte “buona” venga separata da quella “cattiva” del bilancio.

Alla parte buona (“banca ponte” o “bridge bank”) vengono conferite tutte le attività diverse dai prestiti “in sofferenza”. Al contempo, è prevista la creazione di una banca (cd. bad bank), ove far confluire le sofferenze delle 4 banche che subiranno una massiccia svalutazione garantita dal Fondo di Risoluzione (da 8,5 a 1,5 miliardi di euro) in modo da agevolarne presto la vendita sul mercato.

L’obiettivo del piano di salvataggio delle 4 banche è vendere le “banche ponte” che nascono libere dalle sofferenze, massimizzando il prezzo di vendita.

Le 4 nuove banche “buone” saranno provvisoriamente gestite, sotto la supervisione dell’Unità di Risoluzione di Bankitalia, da amministratori da questa designati, ai quali verrà affidato il compito di vendere le banche in tempi brevi al miglior offerente, retrocedendo al Fondo di Risoluzione i ricavi della vendita.

Il Fondo di risoluzione erogherà 3,6 miliardi di euro alle “banche ponte”, per capitalizzarle e per coprire la differenza negativa fra gli attivi trasferiti e le passività. L’operazione sarà finanziata dai contributi del settore bancario italiano al fondo di risoluzione: Intesa Sanpaolo, Unicredit e Ubi sono il pool dei tre maggiori istituti che ha garantito la linea di liquidità immediatamente necessaria per avviare il salvataggio.

La Cassa Depositi e Prestiti ha assunto un impegno di sostegno finanziario in caso di incapienza del Fondo dalla data di scadenza del finanziamento.

Lo Stato, quindi il contribuente, non pare dover subire alcun costo in questo processo: l’intero onere del salvataggio è posto innanzitutto a carico delle azioni e delle obbligazioni subordinate delle quattro banche e – più in generale – prevalentemente a carico del complesso del sistema bancario italiano, che alimenta con i suoi contributi (ordinari e straordinari) il Fondo di Risoluzione.

Inizialmente penalizzati potrebbero essere gli azionisti degli Istituti coinvolti nel finanziamento al Fondo di risoluzione, ma non è detto che alla distanza l’operazione non possa rivelarsi molto redditizia.

I possessori dei titoli (azioni e obbligazioni) dei quattro Istituti di credito coinvolti nel “default”, non potranno invece essere soddisfatti da tale soluzione ed è facilmente prevedibile uno scenario di notevole litigiosità, come peraltro già dimostrato dai recenti movimenti di protesta e dalle purtroppo tragiche notizie di questi giorni.

Ambigua è la posizione a assunta da Bankitalia che, a fronte della rabbia montante di migliaia di correntisti e di una grave crisi di fiducia che rischia di minare alle fondamenta l’intero sistema bancario, ha ora invitato a prendere in considerazione la possibilità di “vietare” il collocamento dei titoli “rischiosi”  ai risparmiatori: vero è, invece, che gli istituti di credito e gli operatori del settore avrebbero dovuto (e dovranno) stare attenti a non piazzare ai loro correntisti prodotti anche solo potenzialmente “tossici”, assicurando il massimo impegno e professionalità ai fini della tutela dei risparmiatori, valutando il grado di esperienza e conoscenza dell’investitore e in base a quello consentirgli solo gli investimenti a lui adatti.

Ciò anche in considerazione dell’enorme diffusione che le obbligazioni bancarie (sia senior che subordinate) e le azioni delle banche popolari hanno presso il pubblico, anche a causa delle modalità spesso poco trasparenti con cui esse sono state collocate dalle banche stesse, che hanno indotto molti risparmiatori a sottoscrivere titoli della propria banca in cambio di condizioni di favore per la concessione di prestiti e per l’apertura di conti correnti: il che pare poter configurare profili di responsabilità in capo agli operatori e della stessa Autorità di vigilanza.

Va poi aggiunto che le reti di vendita sono spesso sottoposte a una forte pressione per piazzare ogni mese una certa quantità o un certo tipo di prodotti finanziari: evitare possibili conflitti d’interesse rischia dunque di essere difficile, specie per prodotti più complessi come sono, appunto, le obbligazioni subordinate.

E’ ora al vaglio di Governo e UE una soluzione di “ristoro” che prevede lo stanziamento di un Fondo che permetterà di restituire, almeno ad una parte degli obbligazionisti, fino a cento milioni di euro: a valutare i singoli casi sarà un “arbitro finanziario” che farà salvi i risparmi di chi ha investito prima del 2014 con la garanzia di un basso rischio.