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La riforma Costituzionale
Intervista al professore Manacorda

Ultimo aggiornamento: 30 giugno 2016

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La Riforma Costituzionale, intervista al Professore Carlo Manacorda, economista, già docente all’Università di Torino in materie economiche.

Che cosa cambia con questa Riforma Costituzionale?
“Intanto diciamo che sarà un grosso impegno per i cittadini. Prima di tutto bisogna cercare di capire cos’è questa riforma, perché a volte girano degli slogan in cui si dice che si riformano cinquanta, quaranta articoli, qualcuno di più, qualcuno di meno. L’importante è capire il senso di questa riforma. Già di per sé, una riforma che coinvolge una quantità infinità di argomenti è di difficile comprensione da parte del cittadino medio, oltretutto mette a confronto degli argomenti che sono completamente disgiunti l’uno dall’altro. Se ci fosse un referendum sulla modifica di uno o due articoli, evidentemente, i cittadini riuscirebbero ad approfondire meglio, su quaranta o più articoli diventa obiettivamente difficile”.

Il Governo avrà più poteri?
“Credo che intanto serva partire un momento prima: come sarà fatto il procedimento di governo, la Governance del Paese. Il primo punto è: ‘ma c’è ancora il Senato, non c’è più il Senato?’. È  chiaro che oggi la Governance si svolge attraverso un bilanciamento di due organismi, la Camera dei Deputati e il Senato. Oggi è passato il messaggio, abbastanza inveritiero, che il Senato non esisterà più. In realtà il Senato esisterà modificato nella composizione e cambieranno le sue funzioni. Quindi complessivamente il Governo, che poi è rappresentativo della Camera dei Deputati (non dimentichiamo che questa riforma va letta insieme alla riforma della legge elettorale e quindi dell’Italicum), sarà forte grazie all’Italicum. Avrà una maggioranza alla Camera che sarà abbastanza robusta e con questa maggioranza potrà certamente determinare molte delle politiche che avranno come unica contrapposizione il cosiddetto bilanciamento dei poteri del Presidente della Repubblica. Il quale, per altro, sarà eletto esclusivamente dalla Camera dei Deputati. Quindi, se la Camera del Deputati rimarrà soprattutto in mano al Governo, anche l’elezione del Presidente della Repubblica sarà condizionata dal Governo”.

Con questa riforma approvare le leggi sarà più rapido?
“Abbiamo detto il Senato scomparirà, in realtà il Senato verrà modificato nelle sue funzioni. La Costituzione continuerà a prevede che tutta una serie di leggi, abbastanza lunga, debbano comunque essere approvate dalla partecipazione delle due Camere. Quindi il problema di un’eventuale semplificazione non esisterà. Il Senato non interverrà più sulle leggi ordinarie, che verranno fatte esclusivamente dalla Camera dei deputati, ma potrà comunque riceverle e visionarle. Allora si può umanamente pensare che un Senato che si è visto svuotato di funzioni pesanti cerchi di recuperarne almeno in parte. Quindi è immaginabile un intervento su buona parte dei provvedimenti fatti alla Camera per esprimere dei pareri che, in base alla Costituzione, dovrò esprimere entro un determinato termine. Ma, attenzione, in questi passaggi si parla di “immediatamente”, ma non sono definiti i giorni esatti. Il punto debole è che a un certo punto la Camera dei Deputati potrà anche farsi “baffone” degli eventuali pareri del Senato. Quindi i bilanciamenti tra i poteri dello Stato sono erosi da questi passaggi”.

Quindi il Senato non potrà fare ostruzionismo?
“Sì, il Senato potrà chiedere di prendere visione di ciascun provvedimento di legge.  E avrà un certo numero di giorni per poterlo esaminare. Dopodiché esprimerà un parere. Se a un certo punto questo parere fosse contrario e la Camera dovesse ignorarlo, non penso che la cosa si risolverebbe in quattro battute in stile ‘vabbè stavolta è andata male’. In qualche modo il Senato qualcosa potrà ancora dire”.

Questa riforma riduce i costi della politica e quanto incidono sul bilancio?
“Dunque: è facile dire abbiamo ridotto il numero dei senatori, saranno solo un centinaio e non percepiranno indennità. Attenzione, questi signori sono esponenti eletti nell’ambito di consigli comunali o regionali. Dal punto di vista aziendalistico mi chiederei: ma quando lavorano per conto del Senato cosa producono per l’azienda che li ha in carico, cioè la Regione o il Comune? Secondo punto: non percepiranno indennità. Ma questi signori andranno a Roma e sosterranno delle spese. Quindi la comparazione potrà essere tra le eventuali indennità non pagate e i costi vivi che saranno sostenuti per consentire a questi signori di andare a Roma e svolgere il proprio lavoro e le loro funzioni. Se effettivamente la riforma avesse abolito completamente il Senato, ci sarebbe stato un problema di assorbimento del personale. Invece il Senato esisterà a tutti gli effetti: avrà solo un potere di parere, ma tutto l’impianto, l’architettura, gli uffici, il personale, le strutture continueranno ad esistere. E questo è il costo maggiore di un’azienda. Di fronte ai dieci miliardi dichiarati dal Governo, forse ci sarà qualche decina di milioni di risparmio”.

La riforma prevede anche la modifica del titolo V, già modificata nel 2001, cosa cambia ancora?
“La modifica costituzionale del 2001 è definita la Riforma Federalista della Costituzione in quanto in quel periodo storico si trasferirono molte funzioni alle Regioni. Questo è stato causa di conflitti inenarrabili e a un certo punto si è cercato di ridurre la conflittualità. Come? Aumentando le leggi di competenza esclusiva dello Stato e riducendo il potere legislativo delle Regioni a funzioni prevalentemente amministrative. È chiaro che tutto il processo di decentramento del 2001 viene adesso abbastanza svuotato” .

Quali sono gli altri punti cardine di questa riforma?
“Tocca un’infinità di argomenti, dai più semplici come l’abolizione del Cnel (già di dubbia utilità) ad altri più complessi come la funzione partecipativa del cittadino alla produzione legislativa attraverso il referendum abrogativo o la richiesta di abrogazione da parte dei cittadini attraverso un certo numero di sottoscrizioni, 800mila firme. Questi sono apparentemente degli istituti di partecipazione popolare alla formazione legislativa che, in realtà, hanno una complessità non di poco conto per poterli impiantare. Si parte dalla raccolta delle firme, poi la validazione da parte della Corte Costituzionale e via via lo sviluppo. L’altro aspetto un po’ marginale, ma che può essere di una certa rilevanza, è la possibilità da parte della Corte Costituzionale di essere sentita preventivamente per evitare che succeda che venga fatta una legge, la legge venga messa in attuazione e poi due giorni dopo finisca alla Corte Costituzionale che la dichiara incostituzionale. Come è successo per la famosa legge elettorale, dicasi Porcellum, dichiarata incostituzionale a distanza di anni. Certamente è un vantaggio se la Corte si pronuncerà prima: non ci sarà il rischio di vedere decadere una legge perché incostituzionale.