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Cenni sul negozio fiudicario e l’art. 2645 ter c.c.

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Il negozio fiduciario entra di diritto nell’insieme degli strumenti di tutela patrimoniale se non altro per le antichissime origini che questo istituto vanta nel nostro ordinamento.
Il diritto romano ci consegna infatti i due casi classici di fiducia:

  • a. fiducia cum amico: si trasferisce il bene ad un altro soggetto con l’accordo, però, di far godere il bene ad altri
  • b. fiducia cum creditore: si trasferisce il bene al proprio creditore con l’accordo che estinta l’obbligazione, il creditore dovrà ritrasferire il bene al suo ex debitore

Molto simili sono i motivi per i quali allora come oggi si ricorreva al negozio fiduciario e fra questi spicca proprie l’esigenza della tutela patrimoniale.
Le motivazioni per le quali usualmente si ricorre ad una intestazione fiduciaria sono note e molteplici: celare situazioni reddituali o patrimoniali ai creditori, esercitare attività di impresa in regime di riservatezza nei confronti del mercato o semplicemente mantenere la riservatezza sulla effettiva consistenza di tutto o parte del proprio patrimonio.

Mentre nell’ordinamento romano le esigenze di tutela venivano attuate tramite un trasferimento di proprietà al soggetto amico, il moderno contratto fiduciario, quanto meno nella prassi italiana, si realizza enfatizzando al massimo il concetto si riservatezza ma senza modificare nella sostanza i diritti dell’effettivo proprietario.

Per meglio comprendere il rapporto intercorrente tra fiduciante e fiduciario è necessario delineare i due distinti concetti di fiducia.

La fiducia si distingue in romanistica e germanistica:
romanistica: caratterizzata da un trasferimento di proprietà ad un terzo che lo gestisce secondo le indicazione del fiduciante (effetto reale + negozio obbligatorio c.d. patto fiduciario). Unico rimedio contro l’abuso del fiduciario è l’azione di r.d.
germanistica:la fiducia germanistica prevede una separazione tra la titolarità effettiva del diritto (che permane in capo al fiduciante) e la legittimazione all’esercizio dello stesso (che viene conferita al fiduciario). Il fiduciante ha dunque a disposizione azioni reali di rivendicazione della proprietà in caso di violazione del patto fiduciario mantiene il controllo sul bene; il fiduciario nulla possiede ed agisce nella sostanza quale mandatario.
Fiduciario e Fiduciante istituendo il rapporto giuridico possono liberamente decidere a quale dei due modelli attenersi.
Modelli standard di contratti con società fiduciarie prevedono che la proprietà del bene rimanga in capo al fiduciante.
E’ evidente che il tipo di fiducia germanistica non consente di assicurare quella tutela patrimoniale che passa attraverso la perdita della proprietà. Tale tutela può però essere attuata in via indiretta attraverso un utilizzo appropriato del c.d. segreto fiduciario.
La legge 1966 del 1939 (che introduce nel nostro ordinamento il fenomeno delle intestazioni a società fiduciarie) non parla espressamente del segreto.
Da una interpretazione sistematica della legge si può evincere che il segreto fiduciario è un principio riconosciuto dal nostro ordinamento, ha portata generale ed è opponibile a chiunque ed è derogabile sono nei casi in cui la legge in ossequio ad un principio di trasparenza considerato di ordine superiore specificamente lo preveda.

Una particolare species del genus “negozio fiduciario” è costituita dal negozio di destinazione, a mezzo del quale il fiduciante vincola uno o più beni di sua proprietà alla realizzazione di un determinato scopo a beneficio di soggetti determinati o quantomeno determinabili.

Allo scopo di consentire la detta finalità si determina quale effetto principale la separazione dei beni vincolati dal resto del patrimonio del proprietario; vale a dire che i beni vincolati ed i loro frutti oltre a poter essere impiegati esclusivamente per il conseguimento del fine di destinazione, possono costituire oggetto di azione esecutiva da parte dei creditori solo per debiti contratti per la realizzazione dello stesso.

Ed in effetti le finalità possono essere le più varie: la tutela di persone diversamente abili, la crescita del minore, la sovvenzione dello studio o della formazione professionale, la sovvenzione e lo sviluppo di attività culturali, il soddisfacimento dei bisogni della famiglia, etc.
Con l’introduzione nel nostro codice civile dell’articolo 2645 ter (ex articolo 39 novies del d.l. 30-12-2005 n.273, convertito in legge 23-2-2006, n.51) 
viene per la prima volta tipizzato il negozio di destinazione, ma non più come fattispecie specifica, bensì come schema generale ed astratto che saranno poi le parti a curarsi di riempire, seppure all’interno di determinati confini.

Così dispone l’articolo 2645 ter : ”Gli atti in forma pubblica con cui beni immobili o beni mobili iscritti in pubblici registri sono destinati, per un periodo non superiore a novanta anni o per la durata della vita della persona fisica beneficiaria, alla realizzazione di interessi meritevoli di tutela riferibili a persone con disabilità, a pubbliche amministrazioni, o ad altri enti o persone fisiche ai sensi dell’articolo 1322, secondo comma, possono essere trascritti al fine di rendere opponibile ai terzi il vincolo di destinazione. ; per la realizzazione di tali interessi può agire, oltre al conferente, qualsiasi interessato anche durante la vita del conferente stesso. I beni conferiti e i loro frutti possono essere impiegati solo per la realizzazione del fine di destinazione e possono costituire oggetto di esecuzione, salvo quanto previsto dall’articolo 2915, primo comma, solo per debiti contratti per tale scopo”.


Il vincolo di destinazione viene arricchito di una rivoluzionaria opponibilità ai terzi mediante la trascrizione dello stesso; ciò significa che l’eventuale atto di disposizione del bene in violazione del vincolo di destinazione non è più solo fonte di responsabilità per il fiduciario. Infatti l’atto è sì valido, ma inefficace rispetto ai beneficiari della destinazione

Il fondo patrimoniale

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Tra gli strumenti che l’attuale ordinamento legislativo pone a disposizione dell’autonomia privata per costituire una dotazione patrimoniale vincolata al soddisfacimento delle esigenze della famiglia, una posizione preminente è occupata ancora dal fondo patrimoniale.

Tale istituto, la cui disciplina è contenuta negli articoli 167 e segg. Del c.c., è stato introdotto nell’ordinamento nazionale con la riforma del diritto di famiglia del 75.
Il fondo patrimoniale è un vincolo costituito su alcuni beni, che vengono destinati a far fronte ai bisogni della famiglia. Questi bisogni comprendono, oltre alle necessità primarie, anche il mantenimento del tenore di vita liberamente scelto dai coniugi.

Il vincolo di destinazione apposto ai beni conferiti al fondo patrimoniale determina la formazione di un patrimonio di destinazione i cui frutti vengono utilizzati per far fronte alle obbligazioni contratte nell’interesse della famiglia. Il fondo patrimoniale dà esclusivamente origine a un autonomo patrimonio di scopo e non si configura come un autonomo soggetto di diritto né, tantomeno, diviene proprietario dei beni ricevuti in conferimento, né di quelli acquistati grazie all’impiego dei frutti derivanti dalla gestione del patrimonio, dal momento che la proprietà spetta ai coniugi ovvero al solo coniuge che ha costituito il fondo riservandosi l’esclusiva proprietà dei beni conferiti.
In altri termini la costituzione del fondo non comporta effetti traslativi (salvo non sia convenuto in modo inequivocabile) assolvendo alla funzione meramente strumentale di assicurare mezzi economici al nucleo familiare. Mancando l’effetto traslativo la costituzione del fondo determina il sorgere di un mero diritto di godimento sui cespiti.

Il negozio istitutivo del fondo può essere stipulato nella forma di atto inter vivos e anche, sebbene limitatamente al caso di costituzione ad opera di un terzo, sotto forma di disposizione testamentaria. Se la costituzione ad opera di un terzo avviene per atto tra vivi per il perfezionamento dell’atto risulta necessaria l’accettazione dei coniugi che può peraltro intervenire anche successivamente alla stipulazione. Quanto ai requisiti di forma viene richiesta la presenza dell’atto pubblico.

I soggetti che possono costituire il f. sono i coniugi congiuntamente o disgiuntamente ed il terzo. In qs. caso il negozio istitutivo può esser rappresentato da un testamento o da una donazione

Oggetto del fondo possono essere b.i. b.m. iscritti in pubblici registri o titoli di credito. Qualora vengano conferiti nel fondo titoli di credito l’art. 167 prescrive che debbano essere vincolati rendendoli nominativi con l’annotazione del vincolo o in altro modo idoneo.

La cessazione del fondo si verifica esclusivamente in seguito a divorzio o all’annullamento del vincolo matrimoniale, ma se sono presenti figli minori il fondo dura in ogni caso sino a che essi non abbiano compiuto la maggiore età con facoltà per il giudice di attribuire ai figli una quota in godimento o in proprietà dei beni del f.

Per l’amministrazione del fondo l’art. 168 del c.c. rinvia alle norme della comunione legale in modo che sia in ogni caso garantita la par condicio tra i coniugi con la particolarità che, stante il vincolo di destinazione, sono posti limiti ben più stringenti che in materia di comunione dei beni.

Vi è in effetti un generale divieto (salvo non sia espressamente consentito nel negozio istitutivo) di alienazione consegna in pegno o assoggettamento a vincoli dei beni del f. se non con il consenso di entrambi i coniugi e, se vi sono figli minori, con l’autorizzazione del giudice.

Il codice allo scopo di tutelare la consistenza di un patrimonio espressamente costituito per fronteggiare le esigenze della vita famigliare, concede al fondo patrimoniale un trattamento privilegiato in sede di esercizio dell’attività esecutiva: l’art. 170 c.c. esclude, in effetti, l’esecuzione sui beni del f.p. e sui relativi frutti relativamente ai quei debiti che il creditore conosceva essere stati contratti per finalità estranee ai bisogni della famiglia (obbligazioni contratte dal coniuge in relazione in relazione alla propria attività imprenditoriale o di lavoro autonomo o anche debiti accesi per far fronte a mere esigenze voluttuarie o per meri intenti speculativi)

In ogni caso, i coniugi devono sempre essere in grado di dimostrare che il creditore sapeva che il debito era stato contratto per scopi estranei ai bisogni della famiglia.
Il beneficio riguarda tutti i debiti estranei ai bisogni della famiglia, anche se anteriori alla costituzione del fondo patrimoniale, fatto salvo, in questo caso, l’esperimento dell’azione revocatoria secondo le regole ordinarie (entro due anni dalla costituzione del fondo). Può esser revocato se:
L’eventus damni pregiudizio per creditore
Scienzia fraudis consapevolezza del debitore e se a titolo oneroso del terzo acquirente
In caso di fallimento: revocatoria fallimentare “tutti gli atti a titolo gratuito compiuti dal fallito nei 2 anni precedenti sono revocabili. Dottr e giurisp qualificano fondo come atto a titolo gratuito. Quindi revocabile.
Un’ulteriore importante garanzia è contemplata dall’art. 2647 c.. attraverso la previsione dell’obbligo di trascrizione dell’atto costitutivo del fondo patrimoniale per quanto riguarda i conferimenti di beni immobili, a pena di inopponibilità ai terzi dell’eccezione di appartenenza del bene al fondo patrimoniale familiare.
Qualche cenno sulla disciplina fiscale.
I redditi dei beni conferiti nel fondo sono imputati per metà del loro ammontare netto a ciascuno dei coniugi. La norma tributaria ai fini dell’identificazione dei soggetti passivi di imposta non riconosce alcun rilievo all’effettiva titolarità della proprietà stabilendo quale presunzione assoluta che i frutti scaturenti dall’amministrazione del f.spettino in egual misura ad entrambi i coniugi. L’irrilevanza della proprietà deriva dalla natura stessa dell’istituto che costituisce un patrimonio separato da quello del soggetto costituente individuato, all’interno di quest’ultimo, dal vincolo di destinazione cui risultano assoggettati i beni che lo compongono.
Se in occasione della costituzione del fondo si realizzi il fenomeno traslativo della proprietà,

  • l’atto costituivo risulta assoggettato all’imposta sulle donazioni.
  • Se la costituzione non avviene a titolo gratuito ( si pensi al conferimento in adempimento di un dovere morale o quale assolvimento di obbligo di mantenimento), si applica l’assoggettamento ad imposta di registro in misura proporzionale. Saranno dovute anche le imposte catastali ed ipotecaria
  • Nell’ipotesi di costituzione per atto mortis causa risulterà dovuta l’imposta sulle successioni..

Se invece non si realizza effetto traslativo il negozio sarà soggetto alla sola tassa fissa prevista per la registrazione.

Il Trust

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Il trust trova la sua origine nel diritto straniero, in particolare nei paesi di common law, ma è stato riconosciuto nell’ordinamento giuridico italiano a decorrere dal 1 gennaio 1992 a seguito della ratifica della Convenzione dell’Aja del 1 luglio 1985, intervenuta con legge 16 ottobre 1989 n. 364.
La legge comunitaria 2010 ha delegato il Governo (Capo II art. 11) a introdurre e a disciplinare nell’ordinamento giuridico italiano l’istituto del trust (fiducia). Il disegno di legge n 2284 presentato dal Ministro della giustizia Alfano (non ancora iniziato l’esame) delega il Governo ad apportare modifiche al codice civile in materia di disciplina della fiducia e del contratto autonomo di garanzia. La disciplina della fiducia ha lo scopo di colmare un vuoto del nostro sistema giuridico che – nonostante l’entrata in vigore della convenzione sulla legge applicabile ai trust e sul loro riconoscimento (adottata a L’Aja il 1º luglio 1985, ratificata e resa esecutiva dalla l. 16 ott. 1989 n. 364) – non contiene una completa disciplina positiva dell’istituto del trust.
Il trust è uno strumento giuridico che, nell’interesse di uno o più beneficiari o per uno specifico scopo, permette di strutturare in vario modo “posizioni giuridiche” basate su legami fiduciari. Non esiste un rigido ed unitario modello di trust, ma tanti possibili schemi che è possibile costruire in vista di una finalità ultima da raggiungere.
I soggetti del trust o, più correttamente, le “posizioni giuridiche”, sono generalmente tre: una è quella del disponente (o settlor o grantor), cioè colui che promuove/istituisce il trust. La seconda è rappresentata dall’amministratore/gestore (trustee). Il disponente intesta beni mobili/immobili all’amministratore, il quale ha il potere-dovere di gestirli secondo le “regole” del trust fissate dal disponente. La terza è quella del beneficiario, espressa o implicita. Posizione eventuale è quella del guardiano (protector). Modellare un trust in grado di soddisfare un interesse specifico significa individuare le “regole” più idonee allo scopo: esse sono quelle elaborate/scelte dal disponente (il soggetto che istituisce il Trust) nel quadro normativo di riferimento (Convenzione dell’Aja, leggi straniere sul trust, leggi italiane).

Meccanismi

Il trasferimento di beni nel fondo del trust è vincolato da un legame che intercorre tra il settlor e il trustee, che è il cosiddetto patto di fiducia; il settlor (disponente) trasferisce l’intestazione (non la proprietà, quantomeno per come è intesa nel diritto italiano) di beni perché vengano amministrati dal trustee nell’interesse dei beneficiari e nei limiti di quanto stabilito nell’atto istitutivo. Ci sono due elementi caratterizzanti il trust:

  • un trasferimento di intestazione;
  • l’amministrazione dei beni, che deve essere una amministrazione diligente e volta a favorire il beneficiario.

L’effetto principale dell’istituzione di un trust è la segregazione patrimoniale per la quale i beni conferiti in trust costituiscono un patrimonio separato rispetto al patrimonio del trustee con l’effetto che non possono essere escussi dai creditori del trustee del disponente e del beneficiario.

Il trust si presta a molteplici utilizzi e diviene uno strumento duttile e dinamico che può essere redatto su misura per ogni diversa richiesta.
E’ senz’altro in grado di superare i limiti del fondo:
Il fondo presuppone necessariamente la esistenza della famiglia legittima.
Per cui anche se esso può essere costituito prima del matrimonio, la sua efficacia è subordinata alla successiva celebrazione del matrimonio stesso. Analogamente la cessazione del rapporto di coniugio, per qualunque motivo essa si verifichi, fa cessare il fondo patrimoniale La conseguenza di ciò è che una persona in stato vedovile, anche in presenza di figli minori, non potrà costituire un fondo patrimoniale Anche una persona nubile non può costituire un fondo patrimoniale per provvedere ai bisogni della sua futura famiglia. Per far ciò è necessario che il matrimonio sia prossimo e devono essere note le persone dei nubendi, per cui la mancata indicazione anche di uno solo dei futuri coniugi rende nulla la costituzione del fondo.
Per contro il trust potrà ben essere utilizzato per:

  • provvedere ai bisogni di una famiglia di fatto;
  • da una persona vedova o nubile,
  • ovvero da un terzo soggetto a favore di persona vedova o nubile e della sua attuale o futura famiglia, prevedendo, se ritenuto opportuno, condizioni sospensive o risolutive
  • da un soggetto in costanza di matrimonio legittimo, il quale vuole provvedere anche alle esigenze di un’eventuale figlio naturale e della di lui madre.
  • da una persona nubile che voglia provvedere alla sua famiglia di origine.

Il secondo aspetto fortemente connotante la profonda differenza tra il trust e il fondo patrimoniale è costituito dalla fisiologica temporaneità del fondo patrimoniale. Il venir meno del vincolo matrimoniale è causa di cessazione della convenzione.
Il trust per contro rimane assolutamente slegato nel suo periodo di durata dalle vicende coniugali; con la possibilità, peraltro, che il relativo atto istitutivo possa regolamentare l’ipotesi del venir meno della famiglia per le cui esigenze era stato creato, a questo punto individuando i beneficiari finali.

Scopi del trust

Vi sono tanti possibili utilizzi del trust quanti ne può immaginare la fantasia di un professionista. Dire trust è come dire negozio giuridico. Lo scopo del trust deve potere essere sempre considerato meritevole secondo i principi dell’ordinamento giuridico di riferimento.

Tra gli usi più frequenti vi sono quelli motivati da:

  • protezione dei beni: spesso il trust viene istituito a protezione di beni immobili; per esso non è infatti infrequente l’uso del termine “blindatura patrimoniale”. Una delle caratteristiche più apprezzate del trust è infatti la segregazione del patrimonio conferito cosicché esso risulterà insensibile ad ogni evento pregiudizievole che coinvolge personalmente uno o più soggetti protagonisti del trust. Per questa sua utilissima caratteristica il trust viene sempre di più impiegato per separare e proteggere il patrimonio personale da quello aziendale o per tutelare tutti quei soggetti il cui patrimonio può essere compromesso da attività professionali rischiose (medici, avvocati, funzionari, ecc.) o, semplicemente, da comportamenti personali avventati (gioco d’azzardo, uso di droghe e alcool, ecc.).
  • riservatezza: le disposizioni contenute nel trust possono essere riservate, e questo può essere un motivo sufficiente per la sua creazione;
  • tutela del patrimonio per finalità successorie: di frequente un trust viene costituito allo scopo di tutelare un patrimonio nel passaggio generazionale o dallo sperpero ad opera di soggetti incapaci di amministrarlo, dediti al gioco o affetti da eccessiva prodigalità;
  • beneficenza: in molti ordinamenti di common law gli enti di beneficenza debbono essere costituiti in forma di trust;
  • forme di investimenti e pensionistiche: i piani di investimento pensionistici ed i fondi comuni sono derivazione dei trust fund anglosassioni;
  • vantaggi di natura fiscale: un trust può dare vantaggi fiscali. Se il risparmio di imposta è l’unico motivo che ha spinto ad istituire un trust, può essere considerato illegittimo e sanzionato. Come qualsiasi istituto giuridico, l’uso elusivo od evasivo è contrario alle norme di legge e sanzionato.
  • tutela dei minori e dei soggetti diversamente abili: spesso le disposizioni testamentarie prevedono che i minori abbiano un godimento limitato dei beni fino alla maggiore età o che i soggetti diversamente abili possano godere dei beni in trust senza esserne pieni proprietari.

L’esportazione di prodotti “made in Italy” verso la Federazione RUSSA

Convegni0 comments

Problematiche tecnico-giuridiche relative alla certificazione GOST

Lunedì 3 ottobre 2011 – ore 14.30 API Torino Via Pianezza, 123 – 10151 Torino

Programma

Saluto dell’API di Torino

Federazione Russa: Panorama delle opportunità del paese
Dott. FLAVIO RAMELLA – Segretario Generale della Camera di Commercio Italo-Russa

Certificazione e Sdoganamento dei prodotti
Dott. SERGUEY OLENICH – Rappresentante Commerciale della Rostek – Italia

Problematiche legislative relative all’import – export
Avv. STEFANO COMMODO – D.ssa EUGENIA PODMAREVA Studio Legale Associato “Ambrosio e Commodo”

Si prega di voler confermare la partecipazione al Servizio Relazioni Internazionali al nr. 011 4513276 o via email: relacom@apito.it
L’incontro è gratuito.

Capitalizzazione trimestrale degli interessi ed anatocismo bancario

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E’ ormai principio consolidato quello per cui la capitalizzazione trimestrale degli interessi, a seguito della nota sentenza delle Sezioni Unite della Suprema Corte n. 21095/2004, deve ritenersi illegittima perché contrastante con il divieto di anatocismo previsto dall’art. 1283 c.c.

La Suprema Corte, con la decisione di cui sopra, ha statuito l’illegittimità del fenomeno della capitalizzazione trimestrale degli interessi in materia bancaria, in quanto prassi contraria alla norma imperativa di cui all’art. 1283 c.c. e non trasfusa in un uso normativo, con conseguente nullità ex tunc (giusto il disposto degli artt. 1283, 1284, 1419 c.c.) delle clausole negoziali che dispongono la capitalizzazione trimestrale degli interessi passivi, anche in relazione ai periodi anteriori al noto mutamento giurisprudenziale avutosi già nel 1999 (in senso conforme, precedentemente all’intervento delle Sezioni Unite, si vedano Cass. Civ. 2593/2003, Cass. Civ. n. 17813/2002; Cass. Civ. n. 8442/2002; Cass. Civ. n. 4490/2002, Corte Cost. n. 425/2000; per la giurisprudenza di merito si vedano, fra le tante, Tribunale di Torino 7.1.2003; Tribunale di Napoli 27.11.2002, Tribunale di Roma 8.11.2002; Corte d’Appello di L’Aquila 11.6.2002).

E’ peraltro interessante affrontare il problema delle conseguenze di tale declaratoria di illegittimità, al fine di stabilire se debba essere esclusa in radice qualsiasi capitalizzazione, ovvero se possa individuarsi una diversa frequenza di legittima capitalizzazione degli interessi.

Una parte della giurisprudenza di meritò si è espressa più volte in favore del riconoscimento, pur in presenza di una clausola anatocistica nulla ex art. 1283 c.c., della capitalizzazione annuale degli interessi, principio che – si sostiene da parte di taluni interpreti – sarebbe in ogni caso ricavabile dal sistema normativo dettato per le obbligazioni pecuniarie, nel cui alveo e nella cui disciplina sarebbero pienamente riconducibili anche le obbligazioni aventi ad oggetto il pagamento degli interessi.

Tuttavia, la tesi che rifiuta una pur meno gravosa capitalizzazione degli interessi (quindi anche quella annuale) sembra, a ben vedere, più coerente con una scrupolosa lettura delle norme.

A tale conclusione si perviene se si pone mente, da un lato, alla natura imperativa della disciplina dettata dall’art. 1283 c.c. in tema di interessi anatocistici e, dall’altro, alla specialità dell’obbligazione avente ad oggetto il pagamento degli interessi rispetto al genus delle obbligazioni pecuniarie.

Si tenga presente, d’altro canto, che la stessa Suprema Corte (cfr. sentenza Sezioni Unite n. 9653 del 17.7.2001) ha assunto una posizione del tutto inconciliabile con la tesi favorevole ad ammettere la capitalizzazione annuale in luogo di quella trimestrale.

Con la predetta decisione, la Suprema Corte ha precisato che “il debito di interessi, pur concretandosi nel pagamento di una somma di denaro, non si configura come un’obbligazione pecuniaria qualsiasi, ma presenta connotati specifici, sia per il carattere di accessorietà rispetto all’obbligazione relativa al capitale, sia per la funzione (genericamente remuneratoria) che gli interessi rivestono, sia per la disciplina prevista dalla legge proprio in relazione agli interessi scaduti”.

Per parafrasare la decisione della Suprema Corte, si potrebbe dunque asserire che gli interessi scaduti produrrebbero automaticamente altri interessi solo se fossero equiparati in toto ad una qualsiasi altra obbligazione pecuniaria.

Ma tale conseguenza, argomenta la Corte, è esclusa per quanto disposto dall’art. 1283 c.c. (dettato a tutela del debitore ed applicabile per ogni specie di interessi, quindi anche per quelli moratori), alla stregua del quale, in mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi ulteriori solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza e sempre che si tratti di interessi dovuti almeno per sei mesi.

Inoltre, non sarebbe conforme al principio di ragionevolezza un approdo ermeneutico che, in presenza di obbligazioni aventi natura e contenuto identici (pagamento di interessi), rendesse applicabile l’art. 1224 c.c. al debitore che ha già pagato il debito principale, non invece al debitore totalmente inadempiente, convenuto per il pagamento del capitale e degli interessi.

Pertanto il debito per interessi (anche quando sia stata adempiuta l’obbligazione principale) non si configura come una qualsiasi obbligazione pecuniaria dalla quale deriva il diritto agli ulteriori interessi dalla costituzione in mora, nonché al risarcimento del maggior danno ex art. 1224 comma 2 c.c., ma resta soggetto alla regola dell’anatocismo di cui all’art. 1283 c.c., derogabile soltanto dagli usi contrari ed applicabile a tutte le obbligazioni aventi ad oggetto originario il pagamento di una somma di denaro sulla quale spettino interessi di qualsiasi natura (per il conseguente corollario per cui gli interessi non perdono la loro natura, ai fini della loro eventuale capitalizzazione, per effetto della loro inclusione nei ratei dia ammortamento dei mutui, si veda Cass. Civ. n. 2593/2003, in Dir. e prat. soc. 2003, 8 62, secondo cui “in ipotesi di mutuo per il quale sia previsto il pagamento di rate costanti comprensive di parte del capitale e degli interessi, questi ultimi conservano la loro natura e non si trasformano invece in capitale da restituire al mutuante, cosicché la convenzione, contestuale alla stipulazione del mutuo, la quale stabilisca che sulle rate scadute decorrono gli interessi sull’intera somma, integra un fenomeno anatocistico, vietato dall’art. 1283 c.c. Con riferimento alla disciplina dell’art. 1283 c.c., usi contrari non avrebbero potuto formarsi successivamente all’entrata in vigore del codice civile, perché la natura della norma stessa, di carattere imperativo e quindi impeditiva del riconoscimento di pattuizioni e di comportamenti non conformi alla disciplina positiva esistente, impediva la realizzazione delle condizioni di fatto idonee a produrre la nascita di un uso avente le caratteristiche dell’uso normativo. Anteriormente al 1942, non esistevano usi che, nel campo specifico del mutuo bancario, consentivano l’anatocismo oltre i limiti previsti dall’art. 1283 c.c. e, particolarmente, una pattuizione concernente l’applicazione degli interessi di mora “sull’intero importo delle rate scadute e non pagate” di mutui e finanziamenti estinguibili secondo piani di ammortamento”).

L’autorevolezza e la persuasività di siffatto precedente ha orientato nello stesso senso la giurisprudenza di legittimità successiva (Cass. Civ. n. 2439/2002; Cass. Civ. n. 2771/2002 e Cass. Civ. n. 4133/2003).

Dall’esame dei richiamati principi di diritto, come riportati dalle Sezioni Unite della Suprema Corte di Cassazione, da coordinarsi con le altre decisioni in materia bancaria, non può che derivare la conclusione per cui l’art. 1283 c.c. è norma imperativa e di natura eccezionale che ammette la capitalizzazione soltanto a determinate condizioni, prevedendo cioè che gli interessi scaduti possano a loro volta produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale (sempre che essa sia rivolta in modo specifico ad ottenere il pagamento degli interessi sugli interessi scaduti, non essendo sufficiente a tal fine la domanda dei soli interessi principali: Cass. Civ. n. 5271/2002, n. 7407/2001 e 8377/2000), o per effetto di una convenzione fra le parti successiva alla scadenza degli stessi, e sempre che si tratti di interessi dovuti per almeno un semestre, salvo usi contrari.

Tale regola risponde allo scopo precipuo di prevenire fenomeni usurari e di consentire al debitore di conoscere i maggiori costi derivanti dal suo inadempimento e, in ogni caso, allo scopo di calcolare, al momento della stipula della convenzione, l’esatto ammontare del suo debito. Richiedendo che l’apposita convenzione sia successiva alla scadenza degli interessi, il legislatore mira inoltre ad evitare che l’accettazione della clausola anatocistica possa essere utilizzata come condizione che il debitore deve necessariamente accettare per poter accedere al credito (in tal senso, Cass. Civ. n. 2593/2003; Appello Milano 28.1.2003).

La disposizione limitativa di cui all’art. 1283 c.c. “fonderebbe la propria ratio nella natura del debito di interessi e nel particolare sfavore con cui il legislatore, nel solco di una tradizione di avversità ad un fenomeno percepito quale forma di esercizio dell’usura, ha inteso considerare la capitalizzazione degli interessi, in coerenza con le altre restrizioni previste per gli interessi superiori a quelli legali” (così testualmente Cass. Civ. 2381/1994).

Ora, atteso che la contrarietà alla norma imperativa di cui all’art. 1283 c.c. coinvolge l’intero contenuto della clausola (non solo la parte di essa relativa alla periodicità della capitalizzazione), è la pattuizione in contratto dell’anatocismo ad essere nulla: non vi è possibilità di sostituzione legale o di inserzione automatica di clausole prevedenti capitalizzazioni di diversa periodicità, in quanto l’anatocismo è consentito dal sistema con una norma, si ribadisce, di portata eccezionale e derogabile soltanto in presenza di determinate condizioni, in difetto delle quali esso rimane giuridicamente non pattuito tra le stesse.

La caducazione della clausola in virtù della quale la banca è autorizzata a capitalizzare gli interessi a debito con cadenza trimestrale lascia dietro sé un vuoto che l’interprete non ha né la necessità né, soprattutto, la facoltà di colmare, con le conseguenze del caso.

Va tuttavia chiarita la portata del decisum delle Sezioni Unite della Suprema Corte, la quale ha stabilito la nullità – per contrasto con l’art. 1283 c.c. – delle clausole di addebito trimestrale degli interessi dovuti dal correntista nell’ambito di rapporti bancari regolati in conto corrente relativamente al periodo anteriore all’entrata in vigore della deliberazione del C.I.C.R. 9 febbraio 2000 (“Nell’ambito dei rapporti regolati in conto corrente, relativamente al periodo antecedente all’entrata in vigore della deliberazione del C.I.C.R. 9 febbraio 2000, sono nulle, in quanto contrastanti con il disposto dell’art. 1283 c.c., le clausole di addebito trimestrale degli interessi dovuti dal correntista”; Cass. Civ. Sez. Unite n. 21095/2004).

Sotto tale profilo, l’art. 6 della Delibera del C.I.C.R. 9.2.2000 (le cui disposizioni sono entrate in vigore il 22.4.2000), recante “trasparenza contrattuale”, dispone che “i contratti relativi alla raccolta del risparmio e di esercizio del credito stipulati dopo l’entrata in vigore della presente delibera indicano la periodicità di capitalizzazione degli interessi e il tasso di interesse applicato”.

La citata norma dispone inoltre che “nei casi in cui è prevista una capitalizzazione intrannuale viene inoltre indicato il valore del tasso, rapportato su base annua, tenendo conto degli effetti della capitalizzazione. Le clausole relative alla capitalizzazione degli interessi non hanno effetto se non sono specificamente approvate per iscritto”.

Il che significa, con tutta evidenza, che successivamente alla data del 22.4.2000 è possibile contrattualmente stabilire la periodicità di capitalizzazione degli interessi stessi ed il tasso applicato.

Quanto sopra appare ulteriormente suffragato dal disposto del successivo art. 7 della citata delibera che ha disposto che le condizioni applicate sulla base dei contratti stipulati anteriormente alla data di entrata in vigore della delibera di cui si tratta devono essere adeguate alle disposizioni in essa contenute entro il 30 giugno 2000 ed i relativi effetti si producono a decorrere dal successivo 1 luglio 2000.

Quanto alla commissione di massimo scoperto, essa rappresenta un elemento retributivo ulteriore rispetto agli interessi.

Pare ininfluente stabilire, una volta verificata la sua previsione contrattuale, se essa rappresenti un costo connesso all’elargizione del credito bancario oggetto del fido ovvero se essa assuma una funzione remunerativa dell’obbligo della banca di tenere a disposizione dell’accreditato una determinata somma per un determinato periodo di tempo, indipendentemente dal suo utilizzo.

Al riguardo si rileva che, come efficacemente precisato dalla Suprema Corte “se la commissione di massimo scoperto è un accessorio che si aggiunge agli interessi passivi – come potrebbe inferirsi anche dall’esser conteggiata, nella prassi bancaria, in una misura percentuale dell’esposizione debitoria massima raggiunta, e quindi sulle somme effettivamente utilizzate, nel periodo considerato – che solitamente è trimestrale – e dalla pattuizione della sua capitalizzazione trimestrale, come per gli interessi passivi, o ha una funzione remunerativa dell’obbligo della banca di tenere a disposizione dell’accreditato una determina somma per un determinato periodo di tempo, indipendentemente dal suo utilizzo come sembra preferibile ritenere anche alla luce della circolare della Banca d’Italia del primo ottobre 1996 e delle successive rilevazioni del c. d. tasso di soglia, in cui è stato puntualizzato che la commissione di massimo scoperto non deve esser computata ai fini della rilevazione dell’interesse globale di cui alla legge 7 marzo 1996 n. 108, ed allora dovrebbe esser conteggiata alla chiusura definitiva del conto. Nell’un caso e nell’altro non è comunque dovuta la capitalizzazione trimestrale perché, se la natura della commissione di massimo scoperto è assimilabile a quella degli interessi passivi, le clausole anatocistiche, pattuite nel regime anteriore all’entrata in vigore della legge 154-1992, sono nulle secondo la più recente giurisprudenza di legittimità, se invece è un corrispettivo autonomo dagli interessi, non è ad esso estensibile la disciplina dell’anatocismo, prevista dall’art. 1283 cod. civ. espressamente per gli interessi scaduti” (così Cass. Civ. n. 11772 del 6.8.2002).

Le nuove Frontiere della Responsabilità Medica

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Venerdì 24 Febbraio 2012

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Avv. Renato Ambrosio

Avv. Renato Ambrosio

Professionisti, Risarcimento danni – Responsabilità civile, Risarcimento del danno0 comments

Nato a Torino nel 1952, fondatore dello Studio Legale Associato Ambrosio & Commodo in Torino di ispirazione prevalentemente civilistica con esperienza internazionale.

Riconosciuto come uno dei maggiori esperti in materia di danno alla persona, presta esclusivamente la sua attività a favore delle vittime e dei loro familiari, lavorando per il riconoscimento e la massima valorizzazione risarcitoria dei diritti lesi del danneggiato.

Professore a contratto di “Medicina Legale” per diversi anni consecutivi presso l’Università di Torino, Facoltà di Medicina e Chirurgia.

Coautore di numerose pubblicazioni giuridiche in tema di danno alla persona, collabora  altresì con le riviste specialistiche del settore, ed interviene regolarmente in congressi in materia.

Membro del Consiglio Direttivo ed  Esecutivo dell’Associazione medico legale e giuridica “Melchiorre Gioia”.

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Avv. Stefano Maria Commodo

Avv. Stefano Maria Commodo

Al fianco degli investitori, nel settore immobiliare, Diritto del lavoro, Famiglia - Separazioni - Eredità, Impresa - Contratti commerciali - Società, In difesa del risparmiatore, Internazionalizzazione, Investimenti finanziari - Tutela del risparmio, Lavoro - Malattie professionali - Infortuni, Professionisti, Proprietà immobiliare, Quando la famiglia è anche patrimonio e azienda, Un sostegno completo per l'imprenditorialità0 comments

Fondatore dello Studio Legale Associato Ambrosio & Commodo ha sviluppato una consolidata esperienza nei settori del diritto societario e commerciale, del diritto di famiglia, con particolare attenzione all’organizzazione dei patrimoni nel rapporto tra famiglia ed impresa, della tutela del risparmio e degli investimenti immobiliari.

Attraverso la stabile collaborazione con importanti studi statunitensi ed inglesi ha acquisito l’abitudine al lavoro in ambito internazionale, consolidata nell’esperienza del Global Justice Network creato in collaborazione con lo studio Lieff Global LLP di San Francisco ed altri cinque importanti studi presenti in aree significative quali la Cina, cui hanno aderito oltre trenta studi legali che coprono tutto il mondo.

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Avv. Mauro Ambrosio

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Mauro AMBROSIO, nato a Torino, il 01.03.1959.
Nazionalità italiana

Studi

  • 1978 Diploma ragioneria, Istituto Valletta di Torino
  • 1985 Laurea in Giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Torino con la votazione di 100/110

Titolo della tesi: Aspetti procedurali della liquidazione coatta amministrativa delle grandi imprese in crisi
Relatore: Prof.Sergio Chiarloni

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Avv. Paolo Buzzelli

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Esperienza lavorativa

Dal 1995 ad oggi

Dal settembre 1995 collaboro con lo Studio Legale Associato AMBROSIO & COMMODO di Torino ove mi occupo del contenzioso, anche arbitrale, e della assistenza stragiudiziale attinente a:

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