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A&C Newsletter – giugno 2020

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In questo numero parliamo di…

  1. Quale scuola dopo il Covid-19?
  2. Vittime di reati violenti: aumento degli indennizzi, limiti e nuove prospettive
  3. GDPR e E-Privacy: l’impatto sui modelli di business
  4. Blockchain e Smart Contract [Ep 1/10]

APRI LA NEWSLETTER COMPLETA DI GIUGNO 2020 A QUESTO LINK

Blockchain e Smart Contract [Ep 1/10]

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Di Daniele Lonardo

Il 18 giugno u.s., sul sito del Ministero dello Sviluppo economico, sono state pubblicate le “Proposte per una strategia italiana in materia di tecnologie basate su registri condivisi e Blockchain”, una summa frutto del working group di 30 esperti, incaricati dal MISE di fornire un quadro complessivo della situazione attuale, prospettive e possibili ricadute socio-economiche derivanti dall’introduzione di soluzioni basate su tecnologia Blockchain e Distributed Ledger Technology (DLT).

Per secoli gli istituti di credito e/o gli uffici governativi hanno utilizzato i libri mastri per tenere traccia di transazioni contabili o dei registri della proprietà fondiaria attraverso un sistema di registrazione delle transazioni gestito da un’autorità centrale. Tali libri mastri hanno la caratteristica di essere centralizzati e a scatola chiusa: ciò significa che esiste un intermediario-mediatore per ogni transazione e che tanto il funzionamento quanto i dati registrati non risultano pienamente visibili agli utenti. Con l’avvento del digitale, i libri mastri sono diventati più facili e rapidi da consultare ma l’architettura risultava sempre ancorata ad un sistema centralizzato. Con la blockchain, viene invertito tale paradigma: il libro mastro diviene de-centralizzato. Non è più una singola autorità a possederlo ma ogni utente della rete ne possiede una copia, può richiedere che un’operazione venga aggiunta alla catena di blocchi e tale richiesta è validata solo se tutti gli utenti concordano circa la sua legittimità. Attraverso la blockchain un acquirente nipponico può acquistare un appartamento a Torino pagandolo in bitcoin – con possibilità di prevedere la conversione in valuta corrente – su architettura blockchain, così come è avvenuto nel gennaio del 2018 nel capoluogo piemontese; è possibile registrare vendite, prestiti e donazioni riferiti a singoli manufatti digitali proteggendo i diritti di venditori, acquirenti e assicurare i diritti di proprietà intellettuale del creatore il quale potrà continuare a godere di alcuni diritti anche dopo la cessione. Attraverso la blockchain, infatti, è possibile eseguire le clausole di un contratto tra più parti (cd. Smart contract), mantenere connesse le vetture a guida autonoma all’interno di una Smart City o esprimere il proprio voto in occasione di elezioni politiche. La principale e potenziale caratteristica offerta dall’implementazione di tale tecnologia consiste nel ridurre – anche drasticamente – il costo della fiducia necessaria al perfezionamento di una transazione, intesa come scambio tanto di informazioni quanto di valore, garantendo al contempo la certezza della sua esecuzione. Le iniziative nazionali intraprese nel settore devono necessariamente integrarsi con le politiche ed il quadro regolamentare europeo, promuovendo un ragionato adeguamento dei regolamenti e delle direttive utili al fine di non ostacolare la diffusione di tali tecnologie e non pregiudicando i diritti e le tutele dei cittadini europei.

Nelle prossime newsletter di A&C andremo ad approfondire le varie tipologie di blockchain esistenti (blockchain di tipo permissioned e permissionless), i profili giuridici sottesi a tale tecnologia, le implicazioni con riferimento al trattamento dei dati personali, l’automazione contrattuale e molto altro, risultando evidente la necessità di confrontarsi con una realtà tecnologica capace di modificare radicalmente le attuali modalità contrattuali.

  1. Introduzione

Una definizione sintetica ma al contempo esaustiva della blockchain (letteralmente “catena di blocchi”) può essere fornita in lingua inglese e definisce la blockchain come “an append-only decentralized database that is maintained by a consensus algorithm and stored on multiple nodes”. In altre parole, la blockchain può essere definita come quella tecnologia in cui esiste un database di transazioni, condiviso tra più utenti della rete, validato dalla rete stessa e strutturato in blocchi. Le principali caratteristiche di tale database decentralizzato sono la tracciabilità dei dati ivi contenuti e l’immutabilità degli stessi, dei quali è garantita – nell’anonimato, attraverso sistemi complessi di crittografia – la trasparenza delle operazioni realizzate. Ogni blocco della catena contiene informazioni relative alla transazione compiuta: nello specifico, contiene le informazioni circa (i) il mittente, (ii) il destinatario e (iii) la quantità di denaro versata o l’operazione compiuta. Ciascun blocco ha un codice unico, detto codice di hash che viene generato sulla base dalle informazioni contenute all’interno di tale blocco e, pertanto, in caso di alterazione di una qualsiasi informazione, anche il codice di hash risulterà diverso. Inoltre, ogni blocco contiene, tra le informazioni, anche il codice di hash del blocco precedente e ciò fa sì che tutti i blocchi della catena siano collegati tra di loro in quanto ogni blocco riconosce in modo univoco il suo blocco precedente che a sua volta sa qual è il suo blocco precedente e così via. Ne consegue che, nel caso in cui venga alterata anche solo un’informazione all’interno di un singolo blocco della catena, cambierebbe – di conseguenza – il suo codice di hash, il quale non corrisponderebbe più al codice hash del blocco precedente. Un ulteriore elemento che rafforza la sicurezza di questo sistema è rappresentato dal consenso (trust): ogni utente (cd. miner) detiene una copia della blockchain e, ogni volta che avviene una qualsiasi operazione su di essa, occorre che quest’ultima venga approvata da tutti gli utenti della rete, rafforzando in questo modo il grado di sicurezza del sistema stesso e riducendo le possibilità di alterazioni / contraffazione tanto del blocco singolo quanto del sistema nel suo complesso. Da ultimo, occorre evidenziare come la blockchain, quale Registro Pubblico Distribuito, non trova la sua collocazione in un unico server centrale (come potrebbe essere il server centrale di un istituto di credito) ma la blockchain è “distribuita” sui nodi della rete, cioè sui computer degli utenti facenti parte del sistema. La rete su cui la blockchain si basa è, infatti, una rete cd. peer to peer (P2P) dove non esiste un server centrale.

Vittime di reati violenti: aumento degli indennizzi, limiti e nuove prospettive

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Commento di Davide Gatto –  D.M. 22 novembre 2019 e L. 29 febbraio 2020 n. 8

Dopo anni di dibattiti e plurime condanne dell’Italia da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, finalmente il legislatore italiano è intervenuto al fine di porre rimedio all’imbarazzante inadeguatezza degli irrisori indennizzi originariamente previsti a favore delle vittime di reati intenzionali violenti. Con il D.M. del Ministero degli Interni del 22 novembre 2019 (G.U. 23.01.2020), sono stati rideterminati gli importi degli indennizzi a favore delle vittime di reati violenti prevedendo un indennizzo di euro 50.000 in caso di omicidio, che aumenta a euro 60.000 a favore dei figli in caso di omicidio del genitore commesso dal coniuge di quest’ultimo – anche se separato o divorziato – o da persona legata da relazione affettiva alla persona offesa, e indennizzi di euro 25.000 per le vittime di violenza sessuale, di lesioni personali gravissime nonché per le vittime del neo introdotto delitto di “deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso”. Tali indennizzi peraltro possono essere incrementati fino ad importo massimo di euro 10.000 a titolo rimborso di spese mediche e di assistenza purché documentate; rimborso spese che invece è determinato nella misura massima di euro 15.000 nei casi di reati intenzionali violenti diversi da quelli appena menzionanti e quindi per quelle vittime di reati per i quali non è previsto un vero e proprio indennizzo. Il suddetto intervento normativo ha tra l’altro previsto per le vittime che hanno già ottenuto la liquidazione dell’indennizzo secondo i criteri previgenti la possibilità di richiedere la rideterminazione dell’importo dell’indennizzo secondo i nuovi criteri. Inoltre, ai fini della presentazione delle domande di indennizzo non ancora proposte nonché di quelle per la rideterminazione degli indennizzi già liquidati, il legislatore con la legge n. 8 del 29 febbraio 2020 è intervenuto riaprendo e prorogando i termini fino al 31 dicembre 2020.

 

Ratio della disciplina di matrice eurounitaria e il ritardato e frammentario intervento del legislatore italiano: 

Il legislatore nazionale sul fronte delle esigenze di tutela delle vittime di reati violenti è stato negli ultimi decenni ripetutamente sollecitato dagli input sovranazionali ed europei, volti a riconoscere e a costituire una maggiore protezione e assistenza alle vittime di reati intenzionali violenti.

Si tratta di un processo di valorizzazione delle vittime di reato che risponde all’elementare esigenza di solidarietà sociale, volta ad una tutela concreta delle vittime di reato in tutti quei casi in cui (ad es. per insolvenza del reo o quando questi resta ignoto) le stesse altrimenti, oltre a dover subire le sconvolgenti conseguenze dannose strettamente connesse al reato, resterebbero anche totalmente prive di una effettiva tutela che possa essere quantomeno satisfattiva in termini di pretium doloris. E non solo. Infatti, altro scopo perseguito a livello sovranazionale, proprio tramite gli input volti alla previsione di un sistema di indennizzo statale per le vittime di reati intenzionali violenti, è sicuramente quello di garantire una maggiore sicurezza nonché una più concreta libertà di spostamento dei cittadini dell’unione su tutto il territorio europeo.

I primi significativi impulsi volti a fronteggiare e ad assolvere tale esigenza trovano origine nella Risoluzione n. 27 del 1977 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, con la quale si raccomandava agli Stati membri di predisporre un apposito sistema risarcitorio (rectius: di indennizzo) statale per le vittime di reati intenzionali violenti e che rimase inascoltata dallo Stato italiano, e nella successiva Convenzione europea del 1985 n. 116 per il risarcimento delle vittime di reati violenti che non venne però ratificata dall’Italia.

È in questo alveo che si inserisce la direttiva Europea CE/2004/80, con la quale si imponeva a tutti gli Stati membri dell’allora comunità europea di dotarsi di un sistema che prevedesse l’erogazione di un equo ed adeguato indennizzo per tutte le vittime di reati intenzionali violenti commessi sui propri territori nazionali.

Obbligo che lo Stato italiano ha adempiuto tardivamente solo in via formale e con misure parziali e del tutto insoddisfacenti, con conseguente successiva frammentarietà della disciplina.

Una prima limitata e inadeguata attuazione della direttiva si ha con il d.lgs. 204/2007, con il quale il legislatore italiano ha arbitrariamente limitato il sistema di indennizzo – senza peraltro prevedere dei criteri per una concreta applicazione dello stesso che pertanto è rimasto inattuato – alle sole vittime transfrontaliere escludendo così i cittadini italiani a fronte, invece, di una ben più ampia portata della suddetta direttiva (la norma infatti avrebbe dovuto esser rivolta a favore di tutti i cittadini europei che abbiano subito un reato intenzionale violento in Italia). La mancata applicazione dei criteri della direttiva in questione portò difatti alla prima condanna dello Stato italiano da parte della Corte di Giustizia dell’UE (CGUE, 29 novembre 2007, causa C-112/07), la quale condannò l’Italia proprio rilevando l’inadeguatezza del sistema adottato dal legislatore italiano in quanto non rispondeva alle caratteristiche di sistema generalizzato previsto dall’art. 12 della direttiva.

Stante il successivo perdurare dell’inadempimento della Repubblica Italiana a dotarsi di un adeguato sistema di tutela per le vittime di reati intenzionali violenti, la Commissione Europea avanzò nei confronti dell’Italia una procedura di infrazione (NIF 2011/4147), conclusasi nel 2016 avanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea che condannò nuovamente lo Stato Italiano (CGUE, 11 ottobre 2016, causa C-601/14).

Nelle more di tale procedimento il Parlamento italiano, consapevole della prevedibile nuova condanna, decise di attivarsi e di intervenire con la legge 7 luglio 2016 n. 122 (c.d. legge europea 2015/2016), la quale sebbene con 12 anni di ritardo avrebbe dovuto adeguare il suddetto sistema indennitario conformandosi ai precetti della direttiva europea.

Invero, il legislatore, utilitaristicamente e con tortuose limitazioni, ha pensato bene di aggirare i propri obblighi solidaristici nei confronti dei propri cittadini e di quelli stranieri, prevedendo una disciplina ricca di condizioni che rendevano particolarmente arduo, lungo e oneroso, ai confini del sostanzialmente impossibile, l’accesso a tale indennizzo. Così lo Stato italiano nel 2016 recepiva formalmente la direttiva, rendendola tuttavia inapplicabile da un punto di vista sostanziale.

Tra le limitative condizioni per la concreta applicazione del sistema indennitario previsto dalla l. 122/2016, ex multis, vi erano: 1) il requisito soggettivo del reddito annuo della vittima, il quale non poteva esser superiore a quello previsto per l’ammissione al Patrocinio dello Stato; 2) l’impossibilità di accedere all’indennizzo per le vittime che per lo stesso fatto di reato avessero percepito qualsivoglia somma a qualunque titolo da soggetti pubblici o privati, con una conseguente abnorme limitazione di accesso al sistema se si pensa che astrattamente con tale previsione si negava l’accesso anche a quelle vittime che avessero ricevuto delle elargizioni documentate da parte di familiari per fronteggiare le conseguenze dannose derivanti del fatto criminoso; 3) altra limitazione, posta come condizione necessaria per l’accesso all’indennizzo era quella che imponeva alle vittime di esperire nei confronti del reo un’azione esecutiva per cercare di ottenere il ristoro del danno quandanche l’autore del reato fosse già palesemente insolvente; 4) ulteriore condizione limitativa e in aperto contrasto con il contenuto della direttiva riguardava la circoscritta platea di destinatari dell’indennizzo, previsto in concreto solo in caso di omicidio o di violenza sessuale, poiché per tutti gli altri casi veniva prevista una limitata refusione delle sole spese mediche.

L’anno successivo il legislatore interviene nuovamente e, con la legge 167/2017, cerca di emendare le arbitrarie e troppo limitative previsioni della sopracitata normativa, abrogando il più odioso ed iniquo requisito soggettivo del ridotto reddito annuo della vittima; restringendo leggermente i casi di perdita del diritto di accesso all’indennizzo alle sole vittime che avessero percepito somme pari o superiori a euro 5000 a qualsiasi titolo da soggetti pubblici o privati (innalzamento dell’importo che difatti non fu risolutivo della criticità e  dell’illegittimità della norma posta in questi termini); alleggerendo gli oneri della vittima sul fronte processuale con riferimento alla condizione di insolvibilità del condannato, che avrebbe potuto essere presunta nei casi in cui l’imputato avesse avuto accesso al patrocinio a spese dello stato; e infine prevendendo la retroattività della norma a tutti i casi in cui il fatto di reato fosse stato commesso successivamente al 30 giugno 2005. I termini per la presentazione delle domande di indennizzo sono stati stabiliti dalla legge 30 dicembre 2018 n. 145, la quale peraltro all’art. 1 comma 593 ha operato una significativa rimodulazione delle condizioni di accesso all’indennizzo e, con particolare riferimento alle precedenti elargizioni erogate da soggetti pubblici o privati a favore della vittima in conseguenza diretta ed immediata dello stesso fatto di reato, ha previsto che la perdita del diritto ad ottenere l’indennizzo statale si concretizzasse soltanto nel caso in cui la vittima avesse già percepito somme pari o superiori a quelle dovute in caso di erogazione dell’indennizzo stesso; criterio tutt’oggi vigente e che ha ricondotto a ragionevolezza la norma e più genericamente nel solco del generale principio della compensatio lucri cum damno lo stesso requisito.

Tuttavia ciò che è rimasto immutato sino allo scorso novembre è il decreto interministeriale del 31 agosto 2017 (G.U. 10 ottobre 2017) varato per la determinazione degli indennizzi, i quali risultarono subito offensivi in quanto venivano previsti degli indennizzi palesemente iniqui e inadeguati se si pensa che, ad esempio, l’indennizzo previsto in caso di violenza sessuale veniva individuato dal citato decreto nella misura oltremodo ridotta di euro 4.800, così come veniva previsto l’irrisorio importo di euro 7.200 in caso di omicidio volontario.

L’insufficienza e l’inadeguatezza del sistema disciplinato dal legislatore italiano difatti non è rimasto indenne dalle forti critiche della più illuminata giurisprudenza di legittimità (ex multis Cass., 31 gennaio 2019, n. 2964), la quale ha rimesso la questione nuovamente alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea che al momento deve ancora pronunciarsi e che dovrà però evidentemente tener conto anche dei recenti emendativi interventi normativi del legislatore italiano qui in commento (D.M. 22.11.19 e L. 8/2020).

 

Verso più dignitosi indennizzi e un progressivo ampliamento… ma ancora lontani dall’equità:

Sebbene il recente intervento normativo qui in commento non è scevro di criticità, di cui si dirà infra, non si può tuttavia negare che, anche se dopo 16 lunghi anni, un passo verso un più concreto adeguamento alla direttiva è stato fatto dal legislatore, il quale fino allo scorso novembre si era limitato a rispondere solo formalmente agli obblighi di matrice europea per poi lasciare di fatto priva di una risposta solidaristica, con concreto sostegno economico, le vittime.

L’implementazione degli importi degli indennizzi, che come detto supra arrivano fino a 60.000 euro in caso di omicidio commesso dal coniuge e ad euro 25.000 nel caso di violenza sessuale, lesioni personali e deformazione permanente del viso, non può che rappresentare certamente un concreto punto di partenza per un’ancora auspicabile miglioramento del complesso sistema di tutela a favore delle vittime di reati violenti intenzionali.

Senza dubbio occorre evidenziare che la rideterminazione degli importi rende sicuramente più dignitosi gli indennizzi spettanti alle vittime di reati violenti intenzionali, ma non possono al tempo stesso definirsi equi se raffrontanti con l’entità degli indennizzi previsti per le vittime di altri specifici reati come ad es. per le vittime di mafia, a favore delle quali sono previsti indennizzi fino a 200.000 euro,  o ancora se confrontati con gli importi riconosciuti alle vittime di reati intenzionali a titolo di risarcimento per tardiva trasposizione della normativa europea da parte dello Stato italiano (rectius: per aver quest’ultimo recepito in maniera errata le norme sovranazionali e per aver limitato arbitrariamente l’accesso all’indennizzo in modo tale da renderlo praticamente utopistico).

Ad ogni modo si deve apprezzare l’odierno tentativo di restituire alla stessa disciplina quella funzione di strumento volto garantire una effettiva solidarietà a favore delle vittime di reati dolosi commessi con violenza a danno della persona umana, la cui dignità era stata totalmente neutralizzata dalla precedente limitativa legislazione in materia.

Si coglie inoltre con favore la nuova previsione di consentire l’accesso all’indennizzo, determinato nella misura di euro 25.000, alle vittime del neo introdotto reato di “deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso” e alle vittime dei delitti di lesioni personali gravissime per le quali invece precedentemente era prevista dall’art. 11 L. 122/2016 solo la possibilità di ottenere il più propriamente definibile rimborso delle spese mediche e di assistenza, che in questi termine resta ancora per i soli casi di lesioni gravi e non gravissime.

Non di poco conto è altresì quanto previsto dall’art. 2 del decreto del novembre 2019, ossia la possibilità di richiedere la rideterminazione degli indennizzi già liquidati alla data di entrata in vigore della L. 145/2018, i cui termini ad opera della L. 8/2020 sono stati riaperti e prorogati al 31 dicembre 2020. Analogo termine è previsto anche per la proposizione di nuove domande per le vittime che al 31.10.2020 risultano essere in possesso di tutti i requisiti per l’accesso alla procedura di indennizzo[1]. Resta invece invariato il termine di 60 giorni, dalla sentenza che definisce il giudizio contro ignoti ovvero dall’ultimo atto dell’azione esecutiva infruttuosamente esperita contro il reo condannato, per la presentazione della domanda di indennizzo in tutti quei casi in cui il fatto di reato sia stato commesso dopo l’entrata in vigore della legge 8/2020 nonché in tutti quelli in cui la vittima al 31.10.2020 non risulta essere ancora in possesso dei necessari requisiti per l’accesso all’indennizzo statale.

Ciò che invece si ritiene di dover criticare è il persistente omesso ampliamento dell’applicabilità della disciplina a tutti i casi di reati violenti intenzionali, nonché la sopravvivenza del limitante requisito per l’accesso all’indennizzo di una preventiva onerosa e infruttuosa attività esecutiva che la vittima deve attivare nei confronti del reo condannato: condizione che ben potrebbe esser rimodulata in termini tali da rendere più agevole l’ottenimento dell’indennizzo.

 

La frammentaria e circoscritta disciplina restano limiti superabili:

Da ultimo, sebbene non si possa negare il passo in avanti fatto dal legislatore, si rileva come l’attuale impianto normativo risulti ancora eccessivamente frammentario e tortuoso rendendo di fatto molto complesso e arduo l’accesso all’indennizzo; inoltre non si può non indicate l’arbitraria scelta del legislatore di circoscrive l’applicabilità della normativa a sole talune ipotesi di reati violenti intenzionale. Infatti, giova ricordarlo, dell’indennizzo possono beneficiare solo le vittime di violenza sessuale, i congiunti delle vittime di omicidio, le vittime di lesioni personali gravissime e le vittime del reato deformazione permanete del viso.

Ciò a parere di chi scrive risulta biasimevole se si considera che l’effettività di un sistema di tutele si concretizza anche nel garantire l’efficienza e la facilità dei meccanismi di accesso al sistema stesso, nonché nel garantire una portata applicativa generalizzata, come peraltro previsto dalla stessa normativa europea.

In conclusione, nonostante si possa apprezzare una chiara evoluzione in termini di tutela a favore di talune vittime, ci si auspica che il legislatore voglia procedere a una riforma organica della materia prevedendo un sistema generalizzato e omogeneo con più equi e adeguati criteri volti a un più concreto contributo solidale dello Stato a favore di tutte le vittime di reati intenzionali violenti, in quanto, ancorché l’introduzione del reato di lesioni personali gravissime nel novero dei casi che danno diritto all’indennizzo abbia sicuramente ampliato notevolmente la platea di vittime che potranno beneficiare dell’indennizzo, non è plausibile immaginare che un sistema di tutela della persona umana previsto da uno Stato di diritto come quello italiano non tenga conto dei supremi principi di uguaglianza e adeguatezza imposti anche da una lettura costituzionalmente orientata.

 

[1] Sul punto per completezza si precisa che ai fini dell’accesso alla procedura di indennizzo e per l’ottenimento dello stesso è necessario che:

– il fatto di reato sia stato giudizialmente accertato con condanna dell’autore del reato ovvero con definitivo giudizio per esser ignoto l’autore del reato;

– la vittima abbia concretamente esperito nei confronti del reo condannato tutte le attività esecutive volte al recupero di quanto alla stessa spettante a titolo di risarcimento e che tali attività esecutive abbiano avuto esito infruttuoso; mentre nel caso in cui l’autore del reato sia rimasto ignoto ovvero sia noto ma in corso di processo sia stato ammesso al gratuito patrocinio a spese dello Stato, la vittima non dovrà procedere a una preventiva attività esecutiva in quanto in presenza delle appena dette circostanze è ex lege presunto l’inevitabile esito infruttuoso;

– la vittima non abbia già percepito per lo stesso fatto di reato, da soggetti pubblici o privati, somme pari o superiori a quelle previste come importo dell’indennizzo stesso;

– la vittima non sia stata condannata con sentenza definitiva ovvero sottoposta a procedimento penale per uno dei reati di cui all’art. 407, comma 2, lett. a) c.p.p. ovvero per  reati di evasione fiscale;

– la vittima non abbia colposamente concorso alla commissione del reato stesso ovvero di reati connessi;

GDPR e E-Privacy: l’impatto sui modelli di business

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di Jacopo Giunta

La società di consulenza McKinsey ha recentemente elaborato un paper all’esito di uno studio di impatto del corpus regolamentare del GDPR sull’elaborazione del nuovo Regolamento E-Privacy, che, presumibilmente per la fine di quest’anno, andrà a sostituire le norme introdotte nei singoli ordinamenti nazionali a seguito del recepimento della Direttiva E-Privacy del 2002.

Il nuovo regolamento E-Privacy, in particolare, avrà ad oggetto i dati memorizzati o inviati da apparecchiature dell’utente finale, quali telefoni, tablet e computer (compresi i cookie, gli ID dei dispositivi e altri software di identificazione), e i metodi utilizzati per contattare i clienti attraverso le reti di comunicazione elettronica a fini di commercializzazione diretta.

Particolare attenzione verrà, quindi, data alle modalità di svolgimento delle attività di marketing, con riferimento principale all’immediata riconoscibilità del chiamante dal numero di telefono o con altri mezzi, e diverrà di imprescindibile importanza l’acquisizione e registrazione, da parte degli operatori economici, di un consenso libero ed espresso da parte dell’interessato.

Grande impatto sui modelli di business delle aziende avranno, quindi, in combinazione con le norme già efficaci del GDPR, le nuove norme previste dal Regolamento E-Privacy; le aziende, per poter essere fully compliant rispetto a queste ultime disposizioni, dovranno, quantomeno, prevedere la creazione di un team di marketing inter-funzionale che abbia come obiettivo l’acquisizione di un consenso chiaro ed espresso da parte dell’interessato, e fare, quindi, del rispetto della privacy, sostanzialmente, un elemento di differenziazione competitiva e reputazionale.

Secondo lo studio citato, le novità introdotte dal nuovo regolamento sulla disciplina delle comunicazioni elettroniche implicano un sensibile ed effettivo impatto del GDPR sulla maggior parte delle aziende ed organizzazioni. Già ora, infatti, il GDPR sta avendo un effetto significativo: secondo McKinsey, le attività di marketing in Europa sono diminuite del 10% dalla sua introduzione; alcune aziende, poi, incontrano difficoltà nel rivolgersi alla loro attuale base clienti, con un tasso di sottoscrizione (opt-in) pari o inferiore al 20%. Il Regolamento E-Privacy introdurrà norme ancora più severe, e le aziende si devono preparare per adattare rapidamente i loro modelli di business.

Il nuovo Regolamento E-Privacy, oltre ad essere di automatica applicazione in tutto il territorio UE per esigenze di armonizzazione ed uniformità di regolamentazione, prevedrà una disciplina adeguata ai nuovi mezzi di comunicazione e in linea con il GDPR, affrontando, tra le altre questioni, ad esempio, il tema dei cookie e stabilendo che l’installazione degli stessi sullo strumento informatico dell’utente potrà avvenire a condizione che il consenso sia espresso e informato; non sarà, dunque, più prevista la possibilità di ricorrere allo scorrimento della pagina web per esprimere il proprio consenso al trattamento.

Quale scuola dopo il Covid-19?

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Di Chiara Imerone

Il decreto legge 8 aprile 2020 n. 22 (decreto scuola), convertito in legge il 6 giugno 2020, ha inciso su molteplici aspetti del mondo della scuola, dopo lo sconvolgimento causato dall’epidemia di coronavirus: dalle modalità di svolgimento degli esami di stato del I e II ciclo a quelle del concorso straordinario della scuola secondaria di I e II grado, dall’edilizia scolastica al tipo di valutazioni da applicare agli studenti, fino alle graduatorie per le supplenze, divenute digitali. Il decreto disciplinava anche l’avvio dell’anno scolastico 2020/2021.

In un clima di instabilità e di incertezza, il decreto scuola aveva lasciato quesiti aperti e forse anche dubbi di incostituzionalità. Un esempio su tutti la questione della didattica a distanza (DaD), unica soluzione trovata ed applicata nei mesi di lockdown, e che, nel decreto scuola, veniva effettivamente introdotta come metodo di insegnamento integrativo  (al comma 2 dell’art.3 del dl 22/2020 si legge: “..il personale docente assicura comunque le prestazioni didattiche nelle modalità a distanza, utilizzando strumenti informatici o tecnologici a disposizione.. ”), dando quindi per scontato il possesso da parte di tutti gli studenti (ma anche dei docenti) degli strumenti adeguati alla didattica a distanza, con ciò creando un primo importante ostacolo al diritto allo studio (solo a titolo esemplificativo, il Miur aveva informato che il 6% degli studenti italiani, ovvero 500mila, non erano raggiunti da alcun servizio tecnologico).

Nei giorni scorsi si sono faticosamente discusse le linee guida per l’avvio della scuola a settembre: il ministero dell’Istruzione aveva trasmesso alle parti sociali ed alle regioni alcune indicazioni generali cui attenersi, che però erano state ritenute troppo generiche dal momento che rimandavano la maggior parte delle decisioni alle amministrazioni locali ed ai dirigenti scolastici. A seguito di tali rilievi era stata quindi redatta una nuova versione delle linee guida (Piano Scuola 2020/2021), da sottoporre al vaglio della Conferenza Stato – Regioni tenutasi il 26 giugno scorso.

In esito alla conferenza Stato – Regioni di venerdì scorso, è stata approvata la versione definitiva del Piano scuola 2020/21, che costituisce un passo avanti rispetto alla bozza iniziale che aveva indubbiamente generato molta confusione, e che stabilisce le modalità con cui si ritornerà a scuola.

Innanzitutto la scuola ripartirà il 14 settembre (dal 1 settembre ci saranno le lezioni di recupero per gli studenti che non hanno raggiunto la sufficienza al termine dell’anno scolastico appena concluso) con distanziamento e regole sanitarie come indicate dal Comitato Tecnico Scientifico (Cts): dovrà essere rispettata la distanza di un metro tra le bocche (‘rime buccali’) degli studenti. La decisione sull’ opportunità di indossare le mascherine – per il momento obbligatoria per i bambini dai 6 anni un su – sarà rivalutata ed eventualmente adottata dal Cts due settimane prima dell’inizio delle lezioni, tenendo conto del quadro epidemiologico.

Per quanto attiene la frequenza scolastica sono stati previsti turni differenziati: ogni singola classe potrà essere suddivisa in più gruppi di apprendimento o in gruppi di alunni provenienti dalla stessa o da diverse classi o anche da diversi anni di corso. Le lezioni estese al sabato saranno un’opzione che ciascun istituto scolastico potrà valutare ed adottare. Per le scuole dell’infanzia è previsto esplicitamente che i bambini non portino la mascherina e che gli educatori usino solo protezioni come le visiere trasparenti in modo da essere sempre riconoscibili. E’ previsto che i bambini delle scuole d’infanzia restino sempre con lo stesso gruppo e non vengano mai riallocati in gruppi diversi o misti.

Nel testo approvato è stato affrontato il tema della didattica a distanza, con la specificazione per cui deve essere considerata “complementare” e, quindi, a sostegno alle lezioni in classe, mai del tutto sostitutiva e comunque solo per la scuola secondaria di secondo grado. Nel caso di un ritorno dell’epidemia, è prevista la possibilità di fare didattica online, per lo svolgimento della quale verranno emesse nuove linee guida.

E’ stata ribadita l’opportunità di mantenere il servizio mensa all’interno delle scuole, effettuando anche in questo caso, ove fosse necessario, delle turnazioni oppure, nel caso non sia possibile mantenere la distanza di sicurezza, con la predisposizione di lunch box da consumare in classe.

Posto che la scuola dopo il Covid – 19 avrà bisogno di più spazio e che si vogliono evitare le cosiddette “classi pollaio”, è stato creato un “cruscotto”, ossia un sistema informatico che si basa sui dati trasmessi da ogni regione e che potrà segnalare, rispetto all’edilizia scolastica, le criticità ed i casi in cui i locali adibiti all’insegnamento non siano sufficienti ad accogliere in sicurezza tutti gli studenti iscritti, in modo da poter agire velocemente sulle situazioni più complesse. Si parla di riutilizzare i vecchi edifici scolastici dimessi, ma anche cinema, musei, biblioteche, teatri in modo da portare gli studenti fuori dalle scuole che non li possono accogliere in sicurezza. Ovviamente ciò farà nascere l’esigenza di avere più personale: il piano scuola approvato prevede l’assunzione fino a 50mila lavoratori tra docenti e personale ATA.

Tra le novità, c’è l’introduzione dell’insegnamento dell’Educazione Civica, che dovrà coinvolgere tutti gli studenti di ogni ordine e grado fin dal mese di settembre prossimo, e che dovrà riguardare lo studio della Costituzione Italiana, lo sviluppo sostenibile, la cittadinanza digitale.

Parrebbe dunque che nel piano scuola 2020-2021, quello della scuola che convive con il Covid, ci sia una rimeditazione organizzativa e didattica che valorizza ampie forme di autonomia scolastica, seppur con spazi di coordinamento tra i diversi soggetti coinvolti.

A&C Newsletter – maggio 2020

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                                                          maggio 2020

Ambrosio & Commodo Studio Legale Associato” di Torino è stato classificato tra i migliori “𝐒𝐭𝐮𝐝𝐢 𝐋𝐞𝐠𝐚𝐥𝐢 𝐝𝐞𝐥𝐥’𝐚𝐧𝐧𝐨 𝟐𝟎𝟐𝟎” da Il Sole 24 Ore – Statista (visita la pagina).

Il riconoscimento conseguito a seguito delle valutazioni indipendenti del noto quotidiano è sicuramente una soddisfacente notizia per il nostro Studio, che da quasi quarant’anni si impegna con passione, esperienza e professionalità nella tutela della persona e dell’impresa.
Onorati di questo risultato, ringraziamo tutti i professionisti, giuristi e clienti che ci hanno segnalato riponendo nel team dello Studio A&C la loro fiducia.


APRI LA NEWSLETTER COMPLETA DI MAGGIO 2020 A QUESTO LINK

La tutela della privacy del lavoratore nell’ambito della sorveglianza sanitaria di cui al par.12 del nuovo protocollo condiviso, del 24.04.2020

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di Jacopo Giunta

L’aggiornamento del Protocollo condiviso di regolamentazione delle misure per il contrasto e il contenimento della diffusione del virus Covid-19 negli ambienti di lavoro, pubblicato in data 24.04 u.s., arricchisce, rispetto al testo precedente, il profilo della sorveglianza sanitaria di cui al paragrafo 12, e sottolinea con maggiore enfasi il ruolo strategico del medico competente.

Il protocollo, infatti, prevede che il medico competente, provvedendo alla tutela dei lavoratori nel rispetto della privacy:

  • debba identificare e segnalare all’azienda situazioni di particolare fragilità e patologie attuali o pregresse dei dipendenti applicando le indicazioni delle Autorità Sanitarie e suggerendo, ove possibile, l’adozione di eventuali mezzi diagnostici qualora ritenuti utili al fine del contenimento della diffusione del virus e della salute dei lavoratori, sempre in considerazione del suo ruolo nella valutazione dei rischi e nella sorveglia sanitaria;
  • debba essere coinvolto nell’identificazione dei soggetti con particolari situazioni di fragilità e nel reinserimento lavorativo di soggetti con pregressa infezione da Covid-19;
  • debba, al fine del reintegro del lavoratore già infetto Covid-19 in azienda, e solo previa presentazione di certificazione di avvenuta negativizzazione del tampone secondo le modalità previste dal dipartimento di prevenzione territoriale di competenza, effettuare la visita medica propedeutica  alla ripresa del lavoro, a seguito di assenza del lavoratore per motivi di salute di durata superiore ai sessanta giorni continuativi, al fine di verificare l’idoneità alla mansione (D.Lgs 81/08 e s.m.i, art. 41, c. 2 lett. e-ter) valutando profili specifici di rischiosità, indipendentemente dalla durata dell’assenza per malattia.

Al fine di ottemperare all’applicazione delle disposizioni del paragrafo 12 del citato Protocollo Condiviso, “nel rispetto della privacy”, si ritiene che il medico competente:

1) debba comunicare solo ed esclusivamente i dati indispensabili per tutelare il dipendente, in situazioni particolari, dal rischio di contagio Covid-19, ovvero si limiti alla comunicazione al datore di lavoro la ricorrenza di eventuali situazioni di “fragilità e patologie attuali o pregresse” con riferimento ad uno o più dipendenti, con l’obiettivo di richiedere una particolare protezione per gli stessi, astenendosi in ogni caso dal comunicare al datore di lavoro le specificità e/o le origini causali cliniche/sanitarie delle dette “fragilità e patologie attuali o pregresse”;

2) debba informare, con qualsiasi mezzo, anche per telefono o con un mezzo di comunicazione elettronica, il dipendente che sta per procedere alla comunicazione di cui al punto 1), assicurandolo sulla tutela della sua salute sul posto di lavoro e allo stesso tempo della sua privacy in merito alle specificità e/o le origini causali cliniche/sanitarie delle “fragilità e patologie attuali o pregresse” che lo riguardano;

3) debba procedere alla comunicazione al datore di lavoro, anche a seguito del reintegro sul posto a seguito dell’infezione e della conseguente visita di verifica dell’idoneità di mansione, del nominativo dei lavoratori che meritano una tutela privilegiata della loro salute perché affetti da “fragilità e patologie attuali o pregresse”, raccomandando al datore di lavoro l’adozione di particolari misure di sicurezza e protezione a favore degli stessi.

Al Salam Boccaccio 98 – Sentenza C-641/18 CJUE

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di Davide Gatto

NAUFRAGIO “AL SALAM BOCCACCIO 98”: PER LA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA L’ENTE CERTIFICATORE DEVE ESSERE PROCESSATO IN ITALIA E NON GODE DELL’IMMUNITÀ GIURISDIZIONALE

“Le vittime del naufragio di una nave battente bandiera panamense possono adire i giudici italiani con un’azione di responsabilità contro gli organismi italiani che hanno classificato e certificato tale nave”. A statuirlo è la Corte di Giustizia dell’Unione europea con la sentenza del 7 maggio 2020 relativa alla causa C-641/18, la quale ha negato che la prerogativa dell’immunità giurisdizionale degli Stati sovrani (quale consolidato principio di diritto internazionale consuetudinario) possa essere riconosciuta anche in favore di enti di diritto privato, quandanche questi operino su mandato di uno Stato. Ciò, come affermato dalla Corte, “in quanto tali società sono imprese a scopo di lucro che esercitano le loro attività in condizioni di concorrenza e che non dispongono di alcun potere decisionale connesso all’esercizio di prerogative di pubblici poteri” (§50).

La stessa Corte ha infatti precisato che le attività di dette imprese non sono frutto di processi decisionali esercitati in virtù di autonomi pubblici poteri, bensì si tratta di attività che devono necessariamente conformarsi alle previsioni normative internazionali e nazionali e quindi soggette al controllo e alla sovranità dello Stato. Ne consegue che tali società non possano esercitare una qualche forma di sovranità, quale elemento essenziale e presupposto al fine di un riconoscimento della discussa prerogativa dell’immunità.

La questione nasce nell’ambito della causa instaurata dal pool internazionale di avvocati, del quale fa parte in prima linea lo Studio Legale Ambrosio & Commodo, su mandato delle vittime del naufragio della nave Al Salam Boccaccio 98 (al momento dell’affondamento della battente bandiera dello Stato di Panama), contro Ente Rina e Rina S.p.A. quali enti certificatori della nave: la tragedia, verificatasi il 2 febbraio 2006, rappresenta uno dei più gravi eventi della marineria, con oltre 1000 vittime!

Il principio dell’immunità giurisdizionale degli Stati trova la sua origine nella consuetudine consolidatasi al livello internazionale nel corso dei secoli e secondo la quale, in ossequio al principio par in parem non habet iurisdictionem, uno Stato sovrano non può essere sottoposto alla giurisdizione di un altro Stato sovrano. Questo principio deve ritenersi recepito nel nostro ordinamento ai sensi del comma 1° dell’art. 10 della Costituzione che stabilisce che la Repubblica Italiana “si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute”.

È chiaro che si tratta di una prerogativa molto importante e che gioca un ruolo fondamentale nel rapporto tra Stati sovrani, poiché è volta a garantire una parità tra gli Stati, il rispetto dell’assenza di gerarchia tra questi e la pacifica reciproca tolleranza della sovranità degli Stati della comunità internazionale.

Tuttavia tale l’immunità derivante dal consolidato principio consuetudinario, che un tempo era intesa in senso assoluto e che dunque riguardava qualsiasi atto posto in essere da uno Stato sovrano, secondo le teorie che si sono fatte strada in epoca moderna riguarda oggi soltanto gli atti iure imperii dallo Stato straniero, ossia quegli atti compiuti nell’esercizio di una funzione pubblica della sua sovranità; mentre non si estende agli atti iure gestionis, ossia a quegli atti posti essere dallo Stato sia direttamente che per tramite di altri enti come fosse un normale soggetto di diritto privato.

È proprio sulla base di questa distinzione che si fonda quanto statuito dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, che nel caso di specie ha affermato il seguente principio: «L’articolo 1, paragrafo 1, del regolamento (CE) n. 44/2001 del Consiglio, del 22 dicembre 2000, concernente la competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni in materia civile e commerciale, deve essere interpretato nel senso che un ricorso per risarcimento danni proposto contro persone giuridiche di diritto privato che esercitano un’attività di classificazione e di certificazione di navi per conto e su delega di uno Stato terzo rientra nella nozione di «materia civile e commerciale» ai sensi di tale disposizione e, di conseguenza, nell’ambito di applicazione di tale regolamento, qualora tale attività non sia esercitata in forza di prerogative dei pubblici poteri ai sensi del diritto dell’Unione, circostanza che spetta al giudice del rinvio valutare. Il principio di diritto internazionale consuetudinario sull’immunità giurisdizionale non osta all’esercizio, da parte del giudice nazionale adito, della competenza giurisdizionale prevista da detto regolamento in una controversia relativa a un siffatto ricorso, qualora detto giudice constati che tali organismi non si sono avvalsi delle prerogative dei pubblici poteri ai sensi del diritto internazionale».

Si tratta di una sentenza di portata storica non solo perché grazie al duro lavoro del pool di avvocati impegnati nella difesa delle vittime del naufragio (evitabile, secondo i sopravvissuti e le famiglie delle vittime) si è ottenuto il riconoscimento della possibilità di poter agire innanzi al giurisdizione italiana con i maggiori benefici che ne derivano in termini di garanzie e tutele applicabili, ma anche a livello socio-economico. Infatti, tale pronuncia sicuramente imporrà alle grandi società, quali enti che sino ad oggi operavano nella forte speranza di una loro immunità giurisdizionale in virtù del mandato conferitogli da uno Stato sovrano, un maggior rispetto di tutte quelle norme volte a garantire la sicurezza di prodotti/attività che proprio tali società hanno il compito di certificare, come hanno sottolineato nella discussione orale anche gli avvocati della CGUE per sostenere le ragioni dei passeggeri/attori contro Rina S.p.A.

È dunque una vittoria anche in termini di analisi economica: la chiara consapevolezza per tali grandi operatori economici di dover poter rispondere dei danni causati dall’erroneo esercizio della propria attività avanti i Tribunali del luogo ove essi hanno sede (nel caso di specie Genova, Londra Parigi, Oslo etc) anziché avanti a quelli di Paesi e continenti lontani legati alla bandiera della nave (ad es. Sierra Leone, Liberia o Panama), non potrà che comportare una maggiore efficienza nell’operato di tali imprese.

Si deve infatti sempre ricordare che l’istituto della responsabilità civile, oltre ad essere un rimedio volto alla riparare i danni subiti dal danneggiato, ha anche il precipuo scopo di disincentivare i comportamenti dannosi, riallocando i costi degli incidenti in capo a chi li ha causati e dando così al tempo stesso giustizia alle vittime che hanno ingiustamente pagato con la loro vita il prezzo degli errori e dell’inefficienza altrui. Pertanto, si auspica che ciò possa servire ad attivare dei migliori e più efficienti meccanismi volti ad adottare tutte le misure di prevenzione idonee ad evitare future tragedie e disastri ambientali.

Il processo ora torna quindi al Tribunale di Genova, mentre sul primo dei contenziosi ASB 98 sarà la Corte di Cassazione, a Sezioni Unite, a pronunciarsi nei prossimi mesi.

Decreto Liquidità e Imprese

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Di Edoardo Maria Commodo

Superata a fatica l’emergenza sanitaria nazionale, il Governo è ora chiamato ad occuparsi della cura di un altro soggetto lasciato in ginocchio dall’inaspettata virulenza del “virus cinese”, l’economia del nostro Paese. Non esiste infatti attività economica che non abbia, in un modo o nell’altro, patito il riverbero negativo lasciato dalla pandemia mondiale ancora in corso.

Per affrontare una situazione eccezionale il Governo ha dovuto adottare strumenti altrettanto eccezionali, su tutti il recentissimo Decreto-ne Rilancio. L’obiettivo non è solo quello di supportare ed accompagnare attraverso l’emergenza i soggetti più duramente colpiti, ma soprattutto è quello di garantirne gli strumenti necessari per una ripartenza che si prevede più che in salita.

Tra questi, quello dichiaratamente pre al sostegno delle imprese e dei lavoratori autonomi, è il Decreto Legge 23/2020, meglio conosciuto come Decreto Liquidità, indicato quale mezzo agile e veloce per consentire alle imprese colpite dal lockdown un rapido accesso ad una liquidità di sostegno. L’ormai celebre “potenza di fuoco” è a disposizione degli imprenditori dall’8 aprile 2020 e consiste, o quantomeno dovrebbe, in 400 mld di euro sotto forma di garanzie rese dai due protagonisti del decreto: SACE S.p.a. ed il Fondo Centrale per le PMI.

Sebbene il Decreto Liquidità operi su una pluralità di fronti (sovvenzioni dirette, garanzie di Stato sui prestiti, agevolazioni fiscali, ecc ecc…) questo breve approfondimento intende incentrarsi sulle opportunità di accesso al Fondo Centrale di Garanzia, disciplinato all’articolo 13 del Decreto Liquidità, sintetizzandone gli aspetti fondamentali e necessari affinché un imprenditore comprenda “se”, ma soprattutto “come”, avvicinarcisi.

Il provvedimento legislativo in esame innanzitutto amplia il raggio di competenza del Fondo Centrale per le PMI al quale potranno rivolgersi non solo le imprese che definiremmo “piccole o medie” ma qualunque impresa, a condizione che non superi complessivamente i 499 dipendenti. Inoltre non vi saranno più limiti all’importo dei finanziamenti richiesti ed è altresì stata alzata l’asticella della garanzia diretta ed indiretta, rispettivamente al 90% e 100%.

Su tali presupposti, ecco come dovrebbe operare il Fondo:

  • Garanzia al 100% per imprese e partite IVA che accedono al Fondo per ottenere prestiti fino a 25.000 euro, calcolato sul 25% del fatturato. Questo ramo di piccoli finanziamenti sarà caratterizzato da rilascio ed autorizzazione automatica alla richiesta, accompagnata da autocertificazione del danno causato dal blocco coronavirus;
  • Garanzia al 100% (90% FONDO e 10% CONFIDI) per le imprese fino a 3,2 milioni di euro di ricavi e fino a 499 dipendenti, le quali potranno chiedere un finanziamento pari al 25% del proprio fatturato, non oltre 800.000 euro. L’emissione non avverrà automaticamente così come al punto precedente, ma verrà sottoposta ad una valutazione più leggera in quanto vi sarà solo un’analisi degli ultimi due bilanci, senza il coinvolgimento della Centrale dei Rischi;
  • Garanzia al 90% per tutte le imprese (fino a 499 dipendenti) richiedenti un finanziamento fino a 5 milioni di euro. L’importo in ogni caso non potrà superare il 25% del fatturato 2019, il doppio della spesa salariale del 2019 od il fabbisogno degli investimenti da sostenere nel breve periodo, quest’ultimo dato ovviamente autocertificato dall’imprenditore richiedente. In questo caso sarà il Fondo a valutare l’erogazione del finanziamento, così come i tassi di interesse che con lui dovranno negoziarsi.

Solamente dopo aver esaurito le capacità di accesso al Fondo Centrale di Garanzia, gli imprenditori del PMI e le partite IVA potranno beneficiare dell’intervento della SACE, disciplinata all’art. 1 del Decreto Liquidità. Quest’ultima mette a disposizione delle imprese di ogni dimensione 200 mld di euro garantiti dallo Stato fino al 90%, percentuale che oscilla a seconda che il richiedente abbia più o meno di 5.000 dipendenti o di 1,5 mld di euro.

Ad un mese dall’entrata in vigore della norma in esame però, non sono poche le perplessità rappresentate dalla classe imprenditoriale.

In primo luogo, non proprio tutte le imprese che presentano i canoni richiesti potranno accedere al Fondo. Infatti, quelle in stato di “sofferenza” non potranno beneficiare delle disposizioni di emergenza sopra brevemente riportate. Detto altrimenti, il legislatore ha voluto offrire questo salvagente finanziario alle sole aziende che possano attribuire la difficoltà economica affrontata solo e soltanto all’epidemia. Chi può considerarsi sano in una normale condizione di mercato, avrà senz’altro più possibilità di restituire quanto preso in prestito e nei tempi pattuiti.

Ecco, altro aspetto che lascia perplessi gli imprenditori e non solo, è il termine previsto per la restituzione dei finanziamenti. Sei anni infatti potrebbero considerarsi un termine troppo breve, soprattutto considerando la profondità della crisi che stiamo affrontando. A tal proposito si consideri altresì che Confindustria ha proposto un piano di rientro da spalmarsi su ben 30 anni… Ad oggi quindi il rischio è che l’unico effetto sia quello “tampone” – senz’altro la parola del momento – ovvero un beneficio minimo e momentaneo, destinato a procrastinare una crisi determinata dall’insolvenza delle aziende che ora beneficiano delle presenti misure finanziarie agevolate ma che, sostanzialmente, non fanno altro che aggravarne l’esposizione debitoria.

Ed infine le tempistiche, ancora troppo lunghe ed incerte, inconcepibile in un momento in cui la crisi di liquidità ha assunto una portata drammatica. L’erogazione dei finanziamenti al di sopra dei 25.000 euro – sotto questa somma il prestito viene reso senza valutazioni – resta infatti ancora subordinata all’esito positivo di complesse istruttorie di indagine eseguite dal ente creditizio erogante, tenuto a valutare il modello economico-finanziario dell’impresa insieme ad altre numerose condizioni. Di conseguenza pare evidente come una discrezionale valutazione non possa che porre un velo di incertezza non solo sulle tempistiche, ma anche sulla concessione vera e propria del finanziamento stesso.

Detto ciò, è vero che le tempistiche così come le modalità potranno anche risultare un problema per il raggiungimento di quanto promesso, ma è altresì vero che sono stati disposti aiuti alle imprese come mai prima d’ora. I provvedimenti messi sul tavolo sono numerosi e complessi e continueranno ad essere integrati con nuove disposizioni normative.

L’accesso al credito garantito non rappresenta l’unico argomento in quanto viene accompagnato da provvedimenti dedicati allo sgravio fiscale ed alla decontribuzione.

Qualsiasi impresa, professionista o titolare di partita IVA quindi, indipendentemente da dimensione o fatturato, se correttamente informato avrà senz’altro modo di beneficiare delle nuove misure economiche di emergenza, magari cogliendo il primo segnale positivo di quella che tutti ci auguriamo essere una florida ripresa.

‍Puniti per un tuffo in mare o per un bacio sotto casa…

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istruzioni per l’uso: come difendersi dalle sanzioni Covid tra diritto penale e amministrativo

di Alessandra Torreri

Negli ultimi due mesi, a causa della pandemia attualmente in corso, abbiamo visto un proliferare di atti normativi (D.P.C.M., D.L., circolari etc…) che hanno imposto ai cittadini una serie di nuovi – ed in alcuni casi inediti – obblighi, la cui violazione è punita con diversi tipi di “sanzioni” in capo ai singoli soggetti. Ed a seguire è arrivata una serie di contestazioni, anche un poco sproporzionate e frutto della solerzia di qualche “sceriffo”: dal nuotatore inseguito con l’elicottero, a chi aveva acquistato “solo” due bottiglie di vino, alla coppietta che si scambiava qualche bacio, a quello che prendeva il sole su una spiaggia deserta….

Si può restare un poco frastornati dal numero e dalla varietà e successive modificazioni dei provvedimenti adottati dai tre principali livelli della pubblica Amministrazione (Governo, Regioni e Comuni), riteniamo quindi utile proporre ai nostri lettori sintetiche “istruzioni per l’uso” che possano aiutare ad orientarsi, soprattutto nella prospettiva che inizino ad arrivare le notifiche delle diverse infrazioni che imporranno ai destinatari di prendere le tutele necessarie.

E’ importante per prima cosa ben comprendere la principale differenza tra i due tipi di conseguenze per il cittadino che la violazione della normativa può comportare: conseguenze di tipo amministrativo (equiparabili in pratica ad una multa per divieto di sosta) o di tipo penale (si tratta di procedimenti uguali a quelli previsti, ad esempio, in caso di lesioni personali). Nell’immediatezza del fatto, gli Agenti che hanno effettuato la contestazione dovrebbero aver consegnato un documento dal quale l’interessato o il suo avvocato potranno meglio comprendere di cosa si tratti: se è indicata una somma da pagare si tratterà di una sanzione amministrativa, se invece avrà per oggetto l’elezione di domicilio il documento segnalerà l’apertura di un procedimento penale a carico della persona.

In considerazione dell’elevato numero delle violazione contestate in questi mesi, è facile pensare che nelle prossime settimane (o mesi) giungeranno ai cittadini le relative notifiche e riteniamo opportuno fornirvi alcune generali indicazioni, che speriamo possano dare un primo orientamento. Innanzitutto è bene precisare che le due diverse contestazioni di cui sopra, che hanno poi a loro volta numerose variabili, potrebbe apparire all’occhio di un non giurista tutte uguali: non sono tali e a seconda di quanto contestato i termini per porre in essere una qualunque azione a tutela dei propri diritti (ove ad esempio si possa dimostrare la legittimità del proprio comportamento) sono molto differenti. Se nel caso di una sanzione amministrativa il consulto con un legale può essere opportuno e la scelta di non effettuarlo avrà conseguenze esclusivamente pecuniarie già evidenti nel documento che ci viene notificato, nel secondo caso la nomina di un difensore di fiducia è necessaria e l’eventuale ritardo nel consultare il proprio legale di fiducia potrebbe avere delle gravi conseguenze.

Per quanto concerne le “sanzioni” penali, è infatti importante ricordare come le conseguenze della eventuale violazione di una norma penale possono essere anche molto importanti, pensiamo al caso di contestazione del reato di epidemia colposa, e la tempestività nel rivolgersi ad un legale è sicuramente un fattore molto importante per concordare con il medesimo la necessaria linea difensiva. I reati che possono essere contestati vanno dalla già richiamata epidemia colposa (per coloro che si sono allontanati dalla propria abitazione quando gli era stato imposto un periodo di quarantena) alle false dichiarazioni (per coloro che hanno dichiarato il falso nei moduli di autocertificazione) ed ognuno ha delle peculiarità differenti, come molto differenti possono essere gli effetti delle diverse fattispecie.

E’ importante ricordare come uno dei procedimenti speciali previsti dal codice di procedura penale è il Decreto Penale di Condanna, che in questi casi potrebbe confondere il cittadino sulla natura della sanzione: nella notifica del medesimo vi può essere infatti la richiesta del solo pagamento di una somma di denaro, ma essa è in realtà una ammenda e dunque non di mero carattere amministrativo. La conseguenza per chi dovesse, in questa ipotesi, pagarla scambiandola per una sanzione amministrativa non è di poco conto: si tratta di una condanna penale a tutti gli effetti e la predetta sarebbe menzionata nel certificato penale del casellario giudiziale (la c.d. fedina penale), circostanza che può essere pregiudizievole in molti ambiti, specie quello lavorativo.

In tal caso è opportuno proporre tempestiva opposizione nel termine perentorio di 15 giorni dal ricevimento della notifica. Numerose, e con diversi risvolti, sono le richieste che contestualmente  all’atto di opposizione si possono avanzare al Giudice che ha emesso il decreto di condanna in relazione al procedimento penale: dal giudizio immediato, al  giudizio abbreviato o ancora all’applicazione della pena a norma degli artt. 444 c.p.p. e seguenti (c.d. patteggiamento), e anche, ove si rientri nei casi previsti dalla legge, si potrà proporre domanda di oblazione o di sospensione del procedimento con messa alla prova, soluzioni queste ultime che presentano numerosi vantaggi, non da ultimo la possibilità di ottenere l’estinzione del reato con il conseguente mantenimento di una “fedina penale” pulita. In realtà tutte le predette scelte alternative portano con sé diversi vantaggi sotto diversi profili, ed anche diversi sviluppi processuali e temporali, che un legale potrà compiutamente illustrare al cittadino che ricevesse la notifica, consigliandolo in ragione delle specifiche del caso concreto.

E va tenuto ben presente, ai fini della loro rilevanza penale, che alcuni comportamenti previsti come reati con i D.P.C.M. 8.3.20 e 9.3.20 con l’entrata in vigore del D.L. 19/20 del 24.3.20 gli stessi comportamenti dal 26.3.20 sono stati sanzionati solo con una multa amministrativa, con conseguente “depenalizzazione” delle stesse ipotesi sanzionate penalmente nei precedenti DPCM: tuttavia non si possono escludere errori delle Autorità in relazione a questa depenalizzazione e pertanto sarà necessario verificare con precisione quanto notificato, eventualmente per contestare subito eventuali errori o problematiche.

Per quanto invece concerne le sanzioni amministrative, considerato la confusione e la genericità delle previsioni, nonché il veloce avvicendarsi di diverse disposizioni, un legale sarà in grado di consigliarvi sull’opportunità di ricorrere nei confronti della sanzione che vi venisse comminata ove il comportamento da voi tenuto rientrasse invece tra quelli consentiti o nelle specifiche eccezioni previste, o ancora in caso di errore di notifica, come ad esempio nei casi di omonimia.

Ulteriori problematiche poi, ne siamo certi, sorgeranno a seguito della scelta di utilizzare il termine “congiunti”, o altri che similmente hanno creato incertezze interpretative,  al fine di determinare quali soggetti possono effettuare spostamenti per recarsi in visita ad altri soggetti, dal momento che anche le successive precisazioni – introducendo il labile concetto di “relazioni affettive stabili e durature” – hanno aumentato le incertezze proprio per aver utilizzato termini privi di una precisa definizione normativa.

Nulla sembra invece dire la normativa attualmente vigente in relazione alla possibilità delle Forze dell’Ordine di ordinare di tornare indietro o presso la propria residenza alla persona fermata per verifiche e che venga sanzionata perché la sua uscita non è tra quelle consentite. E’ tuttavia bene ricordare che un comportamento educato e rispettoso va sempre tenuto nei confronti delle Forze dell’Ordine, anche per evitare che venga contestata resistenza o offesa a pubblico ufficiale. La mancata ottemperanza ad un ordine dell’Autorità, si ricorda, può a sua volta costituire reato.

Tirando le conclusioni di questa breve riflessione, in relazione alla concreta effettuazione delle notifiche delle sanzioni, indubbiamente sarà necessario vedere come decideranno di porsi nei prossimi mesi tanto la magistratura che i prefetti rispetto alle sanzioni previste. Nei giorni scorsi è infatti anche capitato che alcune sanzioni siano state annullate perché in realtà rispecchiavano situazioni consentite e non comportamenti in violazione della nuova normativa emergenziale, ma rimane evidente la necessità di prestare la dovuta attenzione ad ogni notifica e di consultare il proprio legale di fiducia prima di procedere a qualunque pagamento, per valutare le soluzioni più corrette per la tutela dei propri diritti.