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A&C Newsletter – luglio 2020

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In questo numero parliamo di…

  1. Smart-working, un nuovo modo di “vedere” il lavoro?
  2. Dati personali, Privacy, Sicurezza: il confronto tra UE ed USA dietro la sentenza della Corte di Giustizia C-311/18 (c.d. “Schrems II”)
  3. La conferma della CGUE: l’Italia responsabile per non aver previsto un sistema indennitario per i propri cittadini vittime di reati violenti (e termini per le domande di indennizzo sino al 31.12.2020!!)
  4. Blockchain e Smart Contract [Ep 2/10]

APRI LA NEWSLETTER COMPLETA DI LUGLIO 2020 A QUESTO LINK

La conferma della CGUE: l’Italia responsabile per non aver previsto un sistema indennitario per i propri cittadini vittime di reati violenti (N.B.: i termini per le domande di indennizzo scadono il 31.12.2020)

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BUONE NOTIZIE PER LE VITTIME:
INDENNIZZATE SE IL RESPONSABILE NON RISARCISCE

L’EUROPA TUTELA I CITTADINI ITALIANI
E TIRA LE ORECCHIE AI NOSTRI GOVERNANTI

di Gaetano A. Catalano

Le cronache riportano spesso la notizia di parti lese, vittime di gravissimi reati come l’omicidio, lo stupro, la rapina e simili, che oltre al danno mai riparabile subiscono la beffa di non poter ottenere un risarcimento, perché il reo – che spesso è stato difeso con spese a carico dello Stato e quindi anche con le tasse della parte lesa…!! – è nullatenente o semplicemente è sconosciuto o irreperibile.

Questa dolorosa ingiustizia aveva motivato sin dal 1983 gli Stati Europei ad impegnarsi nel prevedere nei rispettivi ordinamenti norme che riconoscessero un indennizzo alle parti lese che non riuscivano ad ottenere un equo risarcimento.

Dopo anni di discussioni e dopo che molti stati europei avevano già inserito nella propria legislazione la previsione di un indennizzo a favore delle parti lese, interveniva la Direttiva 2004/80/CE finalizzata ad imporre agli ultimi Stati inadempienti – tra cui purtroppo anche l’Italia – tale previsione, in modo che nessuna persone dimorante nell’Unione Europea rimanesse priva della possibilità di avere un indennizzo che in qualche modo lenisse il dolore e la perdita subita a causa di un criminale.

Purtroppo l’Italia è stata renitente rispetto a tale impegno di grande spessore morale, facendo di tutto per ritardare e poi svuotare l’obbligo che le derivava dalla precisa direttiva dell’Unione: conseguentemente, da parecchi anni alcuni Studi Legali, tra i quali il nostro, si battono contro lo Stato Italiano per vedere riconosciuto il diritto dei cittadini italiani, vittime di reati intenzionali violenti commessi sul territorio nazionale, a vedersi riconosciuto un indennizzo equo ed adeguato rispetto al danno subito come imposto dalla Direttiva 2004/80/CE.

Nei vari procedimenti giudiziari l’Avvocatura di Stato ha sempre sostenuto, tra le altre difese, che invece la Direttiva 2004/80/CE non imponeva agli Stati Membri di approntare un sistema indennitario per i propri residenti, ma esclusivamente per le situazioni transfrontaliere, ovverosia quando la vittima di reato intenzionale violento commesso in Italia fosse residente in un altro Stato UE.

I Giudici di merito investiti della questione hanno dato risposte molto contraddittorie accogliendo, in qualche caso, la domanda di condanna dello Stato Italiano e più soventemente rigettandola.

La questione è quindi giunta sino alla Corte di Cassazione la quale investita della vicenda ha ritenuto di sottoporre alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea due quesiti pregiudiziale in merito all’interpretazione ed applicazione della Direttiva 2004/80/CE: Il 16.07.2020 la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha pubblicato la sentenza nella causa C-129/2019, con la quale nel rispondere ai quesiti posti dalla Suprema Corte Italiana, ha accertato la responsabilità dello Stato Italiano per non aver tempestivamente ed adeguatamente trasposto nella propria normativa nazionale la Direttiva CE 80/2004 che imponeva a tutti gli Stati di membri di dotarsi entro il 01.07.2005 di un sistema nazionale di indennizzo per i danni patiti dalle vittime di reati intenzionali e violenti commessi sul proprio territorio ed entro il 01.01.2006 un sistema che agevolasse la percezione dell’indennizzo anche nelle ipotesi transfrontaliere (ovverosia quelle nelle quali la vittima non fosse residente nel Paese ove era stato commesso il reato).

Nonostante la chiara formulazione dell’art. 12, lo Stato Italiano ha infatti perorato per anni una strenua, quanto incomprensibile, interpretazione della Direttiva secondo la quale l’obbligo indennitario sarebbe stato cogente esclusivamente nelle situazioni transfrontaliere (residente straniero vittima di un reato in Italia), ma non in quelle puramente interne (residente italiano vittima di un reato in Italia).

La palese illogicità di tale interpretazione appare evidente anche a chi non è giurista, perché avrebbe comportato l’obbligo per lo Stato Italiano di indennizzare solo i cittadini non residenti senza apprestare la medesima tutela ai propri.

Va detto che nonostante l’evidente aberrazione, la maggior parte dei giudizi di merito aventi ad oggetto tale responsabilità statale si è concluso con una condivisione da parte della magistratura di tale illogica interpretazione, fatti salvi alcuni rari casi.

Proprio in una di queste rare eccezioni  l’Avvocatura di Stato ha impugnato in Cassazione la condanna dello Stato Italiano al risarcimento del danno patito da una donna vittima di stupro e i Giudici della Suprema Corte hanno ritenuto di porre alla CGUE due quesiti proprio in tema di interpretazione della Direttiva 2004/80/CE il cui primo può essere così riassunto: se l’obbligo indennitario previsto dalla Direttiva fosse riservato esclusivamente alle situazioni transfrontaliere e quindi ai soggetti non residenti, non si discriminerebbe i propri cittadini che non potrebbero godere del medesimo beneficio?

A tale domanda, che in diversi dibattiti avevamo già definito “retorica”, la CGUE non arriva nemmeno a rispondere, in quanto all’esito di una semplice lettura del testo della Direttiva e dei suoi scopi in essa stessa dichiarati, afferma senza tema di smentita che la Direttiva 2004/80/CE imponeva chiaramente ad ogni Stato Membro di dotarsi un sistema di indennizzo di qualunque (residente o nono residente) vittima di reato intenzionale violento commesso sul proprio territorio.

Tale decisione però non è stato certo un “fulmine a ciel sereno” per il Legislatore Italiano nonostante abbia in ogni sede giudiziale pervicacemente ribadito per il tramite dell’Avvocatura di Stato la propria astrusa e contraria interpretazione.

Infatti la legge 122/2016 aveva già previsto un sistema indennitario che garantisse anche i residenti italiani vittime di reati intenzionali violenti commessi sul territorio nazionale, peraltro rubricando la norma con un esplicito riferimento alla Direttiva 2004/80/CE, ma aveva previsto indennizzi minimi (se non offensivi): si andava dagli € 4.800 in caso di stupro e/o lesioni gravissime sino agli 8.000 in caso di omicidio endo-famigliare, passando per i 7.000 € di un omicidio extrafamigliare (ad onor del vero tali importi sono poi stati incrementati, per quanto in misura a nostro avviso ancora insufficiente, con successive norme).

Da tale condotta legislativa, a parere di chi scrive, emerge il gravissimo e specifico dolo dello Stato Italiano nel non approntare tempestivamente il sistema indennitario previsto dalla Direttiva 2004/80/CE e di aver per anni negato in giudizio tale obbligo.

D’altronde diversamente non si spiegherebbe perché nel 2016, e dunque 11 anni dopo il termine previsto, sarebbe stato previsto un sistema indennitario per i residenti italiani vittime di reati intenzionali violenti commessi in Italia, dichiarando esplicitamente di farlo in adempimento della Direttiva 2004/80/CE, in assenza di qualsiasi decisione sia della Suprema Corte di Cassazione sia della Corte Europea che sconfessasse la propria tesi interpretativa: il motivo può essere solo quello di essersi volutamente sottratto al chiaro obbligo giuridico, impostogli dall’Europa, volto alla tutela dei propri cittadini per evidenti intenti di mero risparmio.

A mettere le cose in ordine ci ha pensato la CGUE con la sentenza del 16.07.20 che oltre ad evidenziare la responsabilità extracontrattuale dello Stato Italiano per non aver tempestivamente trasposto nella propria normativa nazionale il contenuto della Direttiva 2004/80/CE ha anche avuto modo di esprimersi sulle linee guida che deve seguire il Legislatore nazionale nello stabilire l’ammontare dell’indennizzo.

Infatti la Corte di Cassazione aveva devoluto alla Corte Europea anche un quesito in merito alla rispondenza degli importi stabiliti dallo Stato con la legge 122/2016 ai criteri di equità ed adeguatezza espressamente indicati dalla Direttiva.

E’ evidente che anche tale domanda aveva un marcato sapore retorico essendo evidente a chiunque che €4.800 non possono essere considerati un indennizzo equo ed adeguato per una vittima di stupro e su tale solco si è pronunciata anche la CGUE confermando la sua inadeguatezza, pur non avendo la stessa il potere di stabilire nel concreto un importo congruo, esulando tale possibilità dalle sue prerogative.

Ciò che però merita di essere sottolineato è che la CGUE indica chiaramente al Legislatore Italiano quale dovrebbe essere la strada da seguire affinché gli indennizzi possano ritenersi equi ed adeguati in conformità a quanto espressamente richiesto dalla Direttiva Europea.

In particolare la CGUE evidenzia che affinché l’indennizzo possa considerarsi equo ed adeguato, come prescritto dalla norma Europea, deve essere modulato “in modo da compensare, in misura appropriata, le sofferenze” costituendo “quindi un appropriato contributo al ristoro del danno materiale e morale subito” dalla vittima.

Aggiunge poi la Corte che se lo Stato volesse adottare un sistema di indennizzo forfettario, “deve provvedere affinché la misura degli indennizzi sia sufficientemente dettagliata, così da evitare che l’indennizzo forfettario previsto per un determinato tipo di violenza possa rivelarsi alla luce di un caso particolare, manifestamente insufficiente”.

Le indicazioni che emergono dalla Corte Europea si pongono quindi in netto contrasto con quello che è l’odierno assetto indennitario predisposto dal legislatore che prevede delle somme forfettarie fisse e peraltro prive di qualsiasi meccanismo di adeguamento al caso concreto.

Senza considerare l’entità degli importi che pare essere obiettivamente modesta, prevedendo la misura massima di 60.000€ per il caso di omicidio endofamigliare, di € 50.000 nel caso di omicidio e di € 25.000 nel caso di stupro o di lesioni gravissime: 25.000€ per un cittadino diventato paraplegico a seguito di un reato intenzionale violento, è obiettivamente inadeguato.

Per vedere riconosciuti adeguati indennizzi ai cittadini italiani vittime di reati intenzionali violenti, la strada  sarà sicuramente ancora lunga per la palese ritrosia del nostro Legislatore a destinare adeguate risorse economiche a tale scopo, nonostante vi sia tenuto dalla Direttiva 2004/80/CE che glielo imporrebbe, ma i cittadini italiani hanno trovato nell’Europa un potente alleato con il quale riuscire a vincere questa guerra di giustizia e di civiltà.

Noi dal canto nostro, ci siamo già da tempo schierati sul campo patrocinando le vittime di reati intenzionali violenti che intendono ottenere dallo Stato un indennizzo equo ed adeguato rispetto al danno subito e continueremo a farlo sino a quando questo sacrosanto principio di giustizia e solidarietà sociale non verrà definitivamente affermato.

E’ quindi importante che, come abbiamo evidenziato nel titolo di questo breve commento, le parti lese di reati violenti verificatisi successivamente al 1 luglio 2005, che non hanno ricevuto alcun risarcimento per fatti di reato, facciano richiesta ai sensi della L. 122/2016 e s.m.i. entro il 31.12.2020, per non perdere il diritto all’indennizzo ed avere la chance di poter usufruire dei prevedibili aumenti che il Governo dovrà disporre in seguito alla illuminata decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea.

Dati personali, Privacy, Sicurezza: il confronto tra UE ed USA dietro la sentenza della Corte di Giustizia C-311/18 (c.d. “Schrems II”)

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di Jacopo Giunta

Istruzioni ed indicazioni operative per i titolari del trattamento elaborate dall’Associazione NOYB alla luce della decisione della Corte Europea.

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la decisione emanata a conclusione della causa C-311/18, si è espressa su un rinvio pregiudiziale sollevato dall’Autorità Garante irlandese in un procedimento che vede coinvolti Facebook Ireland Ltd. ed il Sig. Maximillian Schrems, a seguito di specifico reclamo proposto da quest’ultimo riguardo al trasferimento di dati personali da parte di Facebook Ireland Ltd. a Facebook Inc. negli Stati Uniti.

La Corte di Giustizia, in sostanza, ha condiviso l’interpretazione di Schrems, secondo cui le società UE devono effettuare una valutazione della disciplina, anche in materia di protezione dei dati personali, applicabile nel Paese terzo “ricevente”: ciò significa che Facebook e altre aziende soggette ai programmi di sorveglianza USA non possono più utilizzare le SCC (Standard Contractual Clauses) per giustificare i trasferimenti dei dati.

Tale sentenza non influisce, tuttavia, sui trasferimenti dei dati verso USA se assolutamente necessari ai sensi dell’articolo 49 del GDPR (consenso dell’interessato e altre limitate ipotesi).

La decisione della CGUE che commentiamo è l’ultimo successo di Max Schrems, avvocato austriaco e sostenitore della privacy diventato noto, dal 2011, per le campagne contro Facebook per violazione della privacy, comprese le violazioni delle leggi sulla privacy europee e il trasferimento di dati personali alla National Security Agency (NSA) degli Stati Uniti nell’ambito del programma PRISM dell’NSA.

A margine ed a sostegno delle sue iniziative giudiziarie, Max Schrems – ausiliato da un team costituito da esperti del settore della privacy, della tecnologia e del diritto dei consumatori – ha fondato e presiede l’Associazione NOYB, un’ONG che persegue finalità di protezione dei dati laddove i singoli utenti non riescono a tutelare – anche in considerazione dei profili economici – i propri diritti in materia di protezione dei dati.

Subito dopo la sentenza emessa dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea (C-311/18), che ha invalidato il “Privacy Shield” (c.d. “Schrems II”), l’Associazione NOYB confermando le dichiarazioni di Max Schrems subito dopo la sentenza ed in linea con la propria mission ha deciso di offrire ai titolari del trattamento alcune delle risposte ai maggiori interrogativi, unitamente a dei modelli di questionari da sottoporre all’attenzione dei partner/fornitori europei, e, inoltre, si è impegnata a fornire un costante aggiornamento della pagina contenente le FAQ ed i modelli di questionario (potete trovare le FAQ e i modelli messi a disposizione da NOYB a questo link: https://noyb.eu/en/next-steps-eu-companies-faqs).

A oggi sono stati rese disponibili – nelle versioni pdf, word, odt – le seguenti due tipologie di modelli di questionario: “Modello di richiesta agli importatori di dati statunitensi se si utilizzano ancora le SCC” e “Modello di richiesta ai fornitori/providers che elaborano i dati nell’UE/SEE ma che hanno legami con gli USA”. Il titolare del trattamento, ovviamente, sarà tenuto ad effettuare un’analisi “caso per caso”.

Infine, nelle FAQ, di estremo interesse per la loro sintesi ed allo stesso tempo esaustività, vi è un elenco esemplificativo di alcuni fornitori/providers statunitensi che rientrano nelle disposizioni di sorveglianza, il link alle linee guida n. 2/2018 del WP29 sulle deroghe di cui all’articolo 49 GDPR, nonché il link al documento di lavoro n. 237 del WP29, in quanto pare sia stato un documento utilizzato – almeno per quanto riguarda due punti dello stesso – dalla CGUE per invalidare il “Privacy Shield”.

Smart working, un nuovo modo di “vedere” il lavoro

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di Enrico Vallarolo

Lo smart – working, oggi largamente imposto e/o quanto meno caldamente consigliato a tutela della salute pubblica, può inaugurare un nuovo rapporto tra lavoratori e datori.

Come è noto, l’evoluzione dell’epidemia da COVID-19 ha richiesto vari interventi d’emergenza anche in ambito giuslavoristico, al fine di contrastarne la diffusione e permettere la continuità delle attività lavorative interessate dai provvedimenti di lockdown.

Anche l’ultimo DPCM del 20/04/2020, all’art. 1 – rubricato “misure urgenti di contenimento del contagio sull’intero territorio nazionale” – lettera g) – prevede per i datori di lavoro privati la possibilità di applicare a ogni rapporto di lavoro subordinato la modalità di lavoro agile disciplinata dagli articoli da 18 a 23 della Legge 22 maggio 2017, n. 81.

I provvedimenti adottati in materia di emergenza sanitaria da Covid-19 hanno, dapprima, raccomandato e, poi, imposto ad aziende e studi professionali l’attuazione di modalità di lavoro agile per tutte le attività che possono essere svolte presso il proprio domicilio o a distanza (art. 1 n. 7 lett. a) DPCM 11 marzo 2020 e art. 1 comma 1 lett. c) DPCM 22 marzo 2020).

L’istituto in questione è nato al fine di incrementare la competitività ed agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro (usufruendo anche di diversi incentivi fiscali), ma tale scopo pratico è stato, oggi, superato dalla necessità di contemperare, da un lato, la prosecuzione delle attività lavorativa e, dall’altro, il rispetto delle misure di contenimento della diffusione del virus.

A seguito della c.d. “fase 2”, abbiamo infatti assistito al frequente ricorso a questa particolare modalità di lavoro, finora poco conosciuta ed utilizzata, eccezion fatta per una ristretta fetta del mercato di cui fanno parte aziende più strutturate, già dotate di apparati appositamente predisposti, con applicativi per la fruizione remota e dispositivi adeguati.

Molti lavoratori sono stati costretti o invitati a cambiare ufficio, “traslocando” nelle proprie case, con i conseguenti ed inevitabili tentativi per adattarsi e con qualche difficoltà nel gestire la tecnologia (dovendo a volte anche prestarla ai figli per la scuola a distanza).

Ma a livello contrattuale cosa cambia? Come fare per i costi energetici che aumentano per le famiglie? Chi deve pagare la rete internet per la connessione da remoto?

La Legge n. 81 del 2017, recante “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale e misure volte a favorire l’articolazione flessibile nei tempi e nei luoghi del lavoro subordinato”, ha messo nero su bianco gli ambiti di applicazione del cd. lavoro agile e le garanzie che lo caratterizzano, come stesso stipendio (art. 20), parità contrattuale, tutela per infortuni e malattie (art. 23).

Al lavoratore è riconosciuto il medesimo trattamento retributivo stabilito dal contratto collettivo applicabile, anche se la retribuzione non viene più modulata sulla base dell’orario ma dell’obiettivo prefissato dal datore di lavoro.

È il datore di lavoro (quale responsabile della salute e della sicurezza dei lavoratori) a rispondere del buon funzionamento degli strumenti tecnologici utilizzati dal lavoratore (art. 18 comma 2 Legge 81/2017).

Il datore di lavoro, quindi, dovrà ad esempio assicurarsi che il software di sicurezza utilizzato sia aggiornato e che la rete aziendale sia in grado di sostenere un elevato numero di collegamenti simultanei, per poter operare in videoconferenza sia con i clienti che con i colleghi.

I canali dovranno essere cifrati e accessibili solo con password e sistemi di autenticazione, per garantire la privacy dei dati scambiati in rete.

I computer utilizzati dai lavoratori per l’accesso da remoto dovranno, di preferenza, essere usati solamente per lo smart working, con applicativi antivirus e antimalware sempre aggiornati e la connessione alla rete domestica dovrà essere sicura.

Inoltre, è opportuno che la prestazione lavorativa rispetti, in ogni caso, i principi giuslavoristici: in particolare, è vivamente consigliabile l’adozione di un piano condiviso che consenta al lavoratore la pianificazione del proprio lavoro, così da evitare il rischio che lo smart worker diventi sostanzialmente “schiavo” della connessione permanente (per questo, diverse grosse aziende stanno discutendo sull’introduzione del cd. “diritto alla disconnessione”).

Parimenti, è raccomandabile una modalità concordata per la rendicontazione dell’attività svolta, anche nel rispetto dei principi che vietano il controllo a distanza del lavoratore.

Il sopra menzionato DPCM del 20/04/2020, visto l’attuale stato di emergenza, ha invitato il ricorso allo smart working anche in assenza di accordi individuali (prescritti dalla Legge), richiedendo esclusivamente che sia predisposta una autocertificazione.

Stante quanto sopra illustrato, è possibile affermare che lo smart working altro non è che una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato. Conseguentemente, il soggetto in smart working è a tutti gli effetti un lavoratore con tutto ciò che ne deriva.

Se lo smart working in qualche modo rappresenta il futuro di una buona parte del mondo del lavoro, è necessario però stabilire nuovi criteri per la sua regolamentazione: molte aziende, negli ultimi mesi, hanno potuto scoprire che la produttività non risente del lavoro a distanza e restare con gli uffici chiusi può generare risparmi non indifferenti.

Tutte le spese, dall’elettricità alla connessione Internet, sono a carico del lavoratore, senza contare la spinosa questione della reperibilità.

Ma chi rimborsa il lavoratore delle spese sostenute in smart working?

In Italia non vi sono previsioni al riguardo.

Dalla Svizzera, però, è giunta una sentenza (resa a Zurigo) che potrebbe fare da “pilota” anche in altri paesi europei, aprendo forse un dibattito che, complice appunto la pandemia di Coronavirus in atto, dovrà essere affrontato anche dall’Unione Europea.

Nello specifico, un’azienda elvetica è stata obbligata dal Tribunale a pagare un extra mensile a tutti i lavoratori, per contribuire in parte all’affitto e ad altre spese (www.csi.ch/news/svizzera), a fronte della richiesta di un’impiegata di vedersi riconosciute le spese derivanti dall’avere destinato a ufficio una parte della propria abitazione, non potendo disporre – nel caso specifico perché non c’era, ma oggi è possibile “girare” tale richiesta anche per chi non ha potuto usufruirne per motivi legati all’emergenza sanitaria – di una propria postazione nella sede della società.

L’azienda, in un primo tempo, aveva respinto la richiesta dell’impiegata, la quale si era appellata al Tribunale federale che, alla fine del dibattimento, in accoglimento della domanda ha stabilito un indennizzo di 150 franchi svizzeri mensili per l’attività svolta da casa: somma che, secondo la sentenza – deve coprire sia l’allestimento di una postazione di lavoro, sia le spese per l’utilizzo di Internet e parte dell’energia elettrica. Ma anche delle spese di affitto dell’alloggio, in quanto l’impiegata aveva dovuto ridurre il suo spazio “privato” per far posto alla postazione di lavoro.

La sentenza, al di là del caso specifico svizzero, pare destinata a riaprire il dibattito sui problemi riguardanti le nuove forme di lavoro generate sia dall’emergenza Covid 19, sia dalla trasformazione digitale delle aziende.

Migliaia di dipendenti sono stati invitati a trasformare la propria casa in un ufficio, assumendone – di fatto – una parte dei costi: ma la sentenza svizzera conferma che questi costi non possono essere a carico interamente del lavoratore, anche se questi ha ricevuto dal proprio datore di lavoro uno strumento (computer, tablet, cellulare, etc.) per svolgere l’attività in remoto e in smart working.

In pratica, il Tribunale federale ha censurato il fatto che gli oneri di produzione vengano trasferiti sul dipendente stesso. La decisione dei giudici ha anche individuato quali oneri non possono essere a carico del lavoratore, oltre allo strumento di lavoro: affitto della casa (parzialmente), consumi energetici, connessione Internet.

Il provvedimento ha anche effetto retroattivo, ma vale solo nel caso in cui il lavoratore sia stato costretto a lavorare in smart working contro la propria volontà e non nel caso in cui il lavoro da remoto sia frutto di un accordo tra le parti.

Quali possono essere, poi, le ulteriori garanzie a favore del lavoratore in smart working?

Dubbi possono sorgere, per esempio, in relazione all’erogazione dei buoni pasto.

Va preliminarmente detto che il buono pasto non è obbligatorio e viene erogato ai lavoratori che non hanno a disposizione una mensa aziendale. Si tratta, in altre parole, di un beneficio accessorio (o fringe benefit), così come lo sono le auto e i telefoni aziendali.

In linea di massima, ogni azienda o amministrazione decide autonomamente se concedere i buoni pasto in una giornata di smart working: alcuni lo fanno, altri no.

Nel primo caso, le aziende che garantiscono i buoni pasto in regime di lavoro agile lo fanno per un semplice principio: lo smart working non vuol dire solamente lavorare da casa. Un dipendente, in una giornata di lavoro agile, può recarsi in un coworking, oppure lavorare presso una sede distaccata dell’azienda. Perciò, in questi casi, il lavoratore ha comunque bisogno di mangiare fuori casa.

Nel secondo caso, invece, molte aziende durante le giornate di smart working non erogano il buono pasto né permettono ai dipendenti di usufruire del servizio mensa. Questo perché il beneficio del buono pasto viene equiparato ad altri trattamenti compensativi, che però non incidono direttamente sul “trattamento economico” del lavoratore. In questi casi, si imputa la mancata erogazione del beneficio al fatto che il dipendente lavora da casa e quindi non avrebbe necessità di utilizzare un buono pasto.

Nell’ambito delle agevolazioni occorre poi specificare che i lavoratori in smart working, così come i lavoratori in trasferta, non hanno diritto di accedere al “premio di 100 euro” previsto dall’art. 63 del D.L. n. 18/2020 (cd. “Decreto Cura Italia”). Infatti, poiché la prestazione non è stata eseguito nella sede di lavoro bensì a distanza, ossia non negli ordinari luoghi in cui tradizionalmente viene prestata l’attività lavorativa, il premio non è dovuto da parte del datore di lavoro.

La ratio della norma vuole che siano premiati solo coloro che abbiano prestato l’attività lavorativa all’interno dei locali aziendali, esponendosi maggiormente al rischio di contagio.

L’art. 90 del “Decreto Rilancio (D.L. n. 34/2020) stabilisce che fino alla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica da Covid-19 i genitori lavoratori dipendenti del settore privato che hanno almeno un figlio minore di anni 14 – a condizione che nel nucleo  familiare non vi sia altro genitore beneficiario di strumenti di sostegno al reddito in caso di sospensione o cessazione dell’attività lavorativa o che non vi sia genitore non lavoratore – hanno diritto a svolgere la prestazione di lavoro in modalità agile anche in assenza degli accordi individuali.

Gli smart worker, al pari dei lavoratori dipendenti che svolgono la prestazione nei locali aziendali, hanno diritto di accedere ai congedi parentali Covid-19, per l’anno 2020, a decorrere dal 5 marzo e sino al 31 luglio 2020. Essi potranno essere goduti:

  • dai genitori lavoratori dipendenti del settore privato;
  • per i figli di età non superiore ai 12 anni (fatte salve le disposizioni in presenza di figli con disabilità);
  • per un periodo continuativo o frazionato comunque non superiore a 30 giorni.

È riconosciuta un’indennità pari al 50% della retribuzione.

Il bonus baby-sitting, invece, che passa da 600 euro a 1.200 euro, potrà essere riconosciuto, oltre che per l’acquisto di servizi di baby-sitting, anche per l’iscrizione ai servizi integrativi per l’infanzia, ai centri estivi, ai servizi socio educativi territoriali, ai centri con funzione educativa e ricreativa e ai servizi integrativi o innovativi per la prima infanzia.

Il lavoro agile sarà dunque la direzione verso cui si muoveranno le aziende, quanto meno per il periodo di permanenza dello stato di emergenza: per alcune realtà, forse, potrà essere una soluzione definitiva, imponendosi come nuovo canone.

Ciò che è certo è che la transizione pare iniziata.

Blockchain e Smart Contract [Ep 2/10]

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Di Daniele Lonardo

Nel precedente articolo della nostra newsletter abbiamo approcciato l’argomento della blockchain – una tipologia di Distributed Ledger Technology capace di archiviare asset e transazioni su di una rete peer-to-peer – tentando di fornire al lettore una breve introduzione all’argomento. In questo nuovo articolo andremo ad analizzare le varie tipologie di blockchain esistenti. Per sommi capi, e sulla base di alcune caratteristiche comuni, possiamo individuare tre macro-categorie di blockchain:

(1) Blockchain permissionless (o blockchain pubbliche, aperte). Esse si caratterizzano per il fatto che l’accesso al network è libero: non sussistono restrizioni né con riferimento alla lettura delle varie transazioni poste in essere, né per la loro effettuazione, né con riferimento alla possibilità di partecipare al meccanismo di consenso. In altre parole, i meccanismi di controllo all’interno di tale tipologia di blockchain è di tipo distribuito e fa capo a tutti i partecipanti alla rete: ciò significa che tutta la community può accedere alle informazioni registrate all’interno della blockchain e tutti i suoi partecipanti sono chiamati a validare le operazioni di volta in volta poste in essere. Un esempio classico di blockchain di tipo permissionless è il Bitcoin, una tra le più note criptovalute, ma in questa famiglia è ricompresa anche la blockchain di Ethirium e, più in generale, tutte quelle DLT che si basano su di un protocollo per il consenso distribuito che impiega la Proof-Of-Work o la Proof-Of-Strike (acronico PoW o PoS[1]). In tale sistema, le regole di validazione sono decise ab initio dagli amministratori di sistema, i cd. Core developpers. I soggetti che entrano, successivamente, all’interno della rete accettano tali regole senza poter in alcun modo incidere su di esse, modificandole.

(2) Blockchain permissioned (o blockchain private, chiuse). In tale tipologia, le attività di controllo e di validazione sono limitate ad un gruppo ristretto di partecipanti, i quali seguono specifiche linee guida (cd. Governance). Le attività di validazione vengono quindi svolte da alcune specifiche categorie di soggetti, esplicitamente autorizzate all’uopo: tale attività risulta preclusa a tutti gli altri soggetti. La blockchain di tipo permissioned è adatta a quelle organizzazioni o aziende che necessitano di garantire l’autenticazione dei partecipanti e dei nodi della rete ed in alcuni contesti, una blockchain di tipo permissioned potrebbe risultare decisamente più appropriata rispetto ad un sistema permissionless. Ad esempio, nel caso in cui un soggetto pubblico o privato abbia la necessità di gestire una serie di transazioni ricorrenti ovvero nel caso in cui la Pubblica Amministrazione abbia la necessità di mantenere la governance delle transazioni registrate, tale tipologia di blockchain sarebbe la più adatta.

(3) Blockchain ibride. In tale tipologia, il meccanismo del consenso sulle transazioni è controllato da un ristretto insieme di nodi preselezionati. Essi hanno un’influenza maggiore rispetto agli altri nodi della rete ed attraverso particolari meccanismi (ad esempio di voto), possono determinare quali transazioni o meno andranno a confluire nei blocchi. Le operazioni di lettura della blockchain può essere aperta al pubblico ovvero limitata ai soli partecipanti al network. Tali tipologie di blockchain (parzialmente decentralizzate) si prestano a casi d’uso in cui da un lato è necessario mantenere il governo sulla registrazione delle varie transazioni poste in essere ma – dall’altro – si desidera rendere pubblica la consultazione della blockchain.

Una tipologia di blockchain ibrida potrebbe essere utilizzata, ad esempio, nel caso in cui una Pubblica Amministrazione abbia necessità di inserire e validare asset e transazioni che, per loro natura, sono però destinate ad essere visibili (pubbliche) agli altri membri della community.

Con riferimento alle caratteristiche comuni che permettono di distinguere le differenti tipologie di DLT, evidenziamo:

(i) la tipologia di rete, capace di definire gli attori che partecipano al network, i meccanismi che permettono l’ingresso di nuovi soggetti nonché il loro ruolo con riferimento al processo di validazione;

(ii)  il consenso, capace di determinare le modalità con cui la community aggiorna il registro dei blocchi e da cui dipende la sua capacità di resilienza nei confronti di attacchi malevoli volti a modificare il contenuto dei blocchi;

(iii) la struttura del registro, che definisce le modalità con cui le informazioni vengono organizzata all’interno della blockchain.

[1] La PoW è un sistema oneroso di validazione dei blocchi basato su algoritmi che devono essere (i) resilienti, ossia devono resistere anche di fronte a possibili cambiamenti esterni imprevedibili; (ii) scalabili, cioè non devono costituire possibili “colli di bottiglia” all’accesso; (iii) noti e (iv) condivisi. La PoS, invece, si basa sulla quota effettiva di criptoasset a disposizione del miner. Pertanto, in un sistema PoS, più quote di criptoasset si hanno nella rete, più blocchi possono essere validati. Ad esempio, se un miner detiene il 3% del totale della criptovaluta in circolazione, tale miner potrà validare solo il 3% dei blocchi.

A&C Newsletter – giugno 2020

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In questo numero parliamo di…

  1. Quale scuola dopo il Covid-19?
  2. Vittime di reati violenti: aumento degli indennizzi, limiti e nuove prospettive
  3. GDPR e E-Privacy: l’impatto sui modelli di business
  4. Blockchain e Smart Contract [Ep 1/10]

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Blockchain e Smart Contract [Ep 1/10]

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Di Daniele Lonardo

Il 18 giugno u.s., sul sito del Ministero dello Sviluppo economico, sono state pubblicate le “Proposte per una strategia italiana in materia di tecnologie basate su registri condivisi e Blockchain”, una summa frutto del working group di 30 esperti, incaricati dal MISE di fornire un quadro complessivo della situazione attuale, prospettive e possibili ricadute socio-economiche derivanti dall’introduzione di soluzioni basate su tecnologia Blockchain e Distributed Ledger Technology (DLT).

Per secoli gli istituti di credito e/o gli uffici governativi hanno utilizzato i libri mastri per tenere traccia di transazioni contabili o dei registri della proprietà fondiaria attraverso un sistema di registrazione delle transazioni gestito da un’autorità centrale. Tali libri mastri hanno la caratteristica di essere centralizzati e a scatola chiusa: ciò significa che esiste un intermediario-mediatore per ogni transazione e che tanto il funzionamento quanto i dati registrati non risultano pienamente visibili agli utenti. Con l’avvento del digitale, i libri mastri sono diventati più facili e rapidi da consultare ma l’architettura risultava sempre ancorata ad un sistema centralizzato. Con la blockchain, viene invertito tale paradigma: il libro mastro diviene de-centralizzato. Non è più una singola autorità a possederlo ma ogni utente della rete ne possiede una copia, può richiedere che un’operazione venga aggiunta alla catena di blocchi e tale richiesta è validata solo se tutti gli utenti concordano circa la sua legittimità. Attraverso la blockchain un acquirente nipponico può acquistare un appartamento a Torino pagandolo in bitcoin – con possibilità di prevedere la conversione in valuta corrente – su architettura blockchain, così come è avvenuto nel gennaio del 2018 nel capoluogo piemontese; è possibile registrare vendite, prestiti e donazioni riferiti a singoli manufatti digitali proteggendo i diritti di venditori, acquirenti e assicurare i diritti di proprietà intellettuale del creatore il quale potrà continuare a godere di alcuni diritti anche dopo la cessione. Attraverso la blockchain, infatti, è possibile eseguire le clausole di un contratto tra più parti (cd. Smart contract), mantenere connesse le vetture a guida autonoma all’interno di una Smart City o esprimere il proprio voto in occasione di elezioni politiche. La principale e potenziale caratteristica offerta dall’implementazione di tale tecnologia consiste nel ridurre – anche drasticamente – il costo della fiducia necessaria al perfezionamento di una transazione, intesa come scambio tanto di informazioni quanto di valore, garantendo al contempo la certezza della sua esecuzione. Le iniziative nazionali intraprese nel settore devono necessariamente integrarsi con le politiche ed il quadro regolamentare europeo, promuovendo un ragionato adeguamento dei regolamenti e delle direttive utili al fine di non ostacolare la diffusione di tali tecnologie e non pregiudicando i diritti e le tutele dei cittadini europei.

Nelle prossime newsletter di A&C andremo ad approfondire le varie tipologie di blockchain esistenti (blockchain di tipo permissioned e permissionless), i profili giuridici sottesi a tale tecnologia, le implicazioni con riferimento al trattamento dei dati personali, l’automazione contrattuale e molto altro, risultando evidente la necessità di confrontarsi con una realtà tecnologica capace di modificare radicalmente le attuali modalità contrattuali.

  1. Introduzione

Una definizione sintetica ma al contempo esaustiva della blockchain (letteralmente “catena di blocchi”) può essere fornita in lingua inglese e definisce la blockchain come “an append-only decentralized database that is maintained by a consensus algorithm and stored on multiple nodes”. In altre parole, la blockchain può essere definita come quella tecnologia in cui esiste un database di transazioni, condiviso tra più utenti della rete, validato dalla rete stessa e strutturato in blocchi. Le principali caratteristiche di tale database decentralizzato sono la tracciabilità dei dati ivi contenuti e l’immutabilità degli stessi, dei quali è garantita – nell’anonimato, attraverso sistemi complessi di crittografia – la trasparenza delle operazioni realizzate. Ogni blocco della catena contiene informazioni relative alla transazione compiuta: nello specifico, contiene le informazioni circa (i) il mittente, (ii) il destinatario e (iii) la quantità di denaro versata o l’operazione compiuta. Ciascun blocco ha un codice unico, detto codice di hash che viene generato sulla base dalle informazioni contenute all’interno di tale blocco e, pertanto, in caso di alterazione di una qualsiasi informazione, anche il codice di hash risulterà diverso. Inoltre, ogni blocco contiene, tra le informazioni, anche il codice di hash del blocco precedente e ciò fa sì che tutti i blocchi della catena siano collegati tra di loro in quanto ogni blocco riconosce in modo univoco il suo blocco precedente che a sua volta sa qual è il suo blocco precedente e così via. Ne consegue che, nel caso in cui venga alterata anche solo un’informazione all’interno di un singolo blocco della catena, cambierebbe – di conseguenza – il suo codice di hash, il quale non corrisponderebbe più al codice hash del blocco precedente. Un ulteriore elemento che rafforza la sicurezza di questo sistema è rappresentato dal consenso (trust): ogni utente (cd. miner) detiene una copia della blockchain e, ogni volta che avviene una qualsiasi operazione su di essa, occorre che quest’ultima venga approvata da tutti gli utenti della rete, rafforzando in questo modo il grado di sicurezza del sistema stesso e riducendo le possibilità di alterazioni / contraffazione tanto del blocco singolo quanto del sistema nel suo complesso. Da ultimo, occorre evidenziare come la blockchain, quale Registro Pubblico Distribuito, non trova la sua collocazione in un unico server centrale (come potrebbe essere il server centrale di un istituto di credito) ma la blockchain è “distribuita” sui nodi della rete, cioè sui computer degli utenti facenti parte del sistema. La rete su cui la blockchain si basa è, infatti, una rete cd. peer to peer (P2P) dove non esiste un server centrale.

Vittime di reati violenti: aumento degli indennizzi, limiti e nuove prospettive

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Commento di Davide Gatto –  D.M. 22 novembre 2019 e L. 29 febbraio 2020 n. 8

Dopo anni di dibattiti e plurime condanne dell’Italia da parte della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, finalmente il legislatore italiano è intervenuto al fine di porre rimedio all’imbarazzante inadeguatezza degli irrisori indennizzi originariamente previsti a favore delle vittime di reati intenzionali violenti. Con il D.M. del Ministero degli Interni del 22 novembre 2019 (G.U. 23.01.2020), sono stati rideterminati gli importi degli indennizzi a favore delle vittime di reati violenti prevedendo un indennizzo di euro 50.000 in caso di omicidio, che aumenta a euro 60.000 a favore dei figli in caso di omicidio del genitore commesso dal coniuge di quest’ultimo – anche se separato o divorziato – o da persona legata da relazione affettiva alla persona offesa, e indennizzi di euro 25.000 per le vittime di violenza sessuale, di lesioni personali gravissime nonché per le vittime del neo introdotto delitto di “deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso”. Tali indennizzi peraltro possono essere incrementati fino ad importo massimo di euro 10.000 a titolo rimborso di spese mediche e di assistenza purché documentate; rimborso spese che invece è determinato nella misura massima di euro 15.000 nei casi di reati intenzionali violenti diversi da quelli appena menzionanti e quindi per quelle vittime di reati per i quali non è previsto un vero e proprio indennizzo. Il suddetto intervento normativo ha tra l’altro previsto per le vittime che hanno già ottenuto la liquidazione dell’indennizzo secondo i criteri previgenti la possibilità di richiedere la rideterminazione dell’importo dell’indennizzo secondo i nuovi criteri. Inoltre, ai fini della presentazione delle domande di indennizzo non ancora proposte nonché di quelle per la rideterminazione degli indennizzi già liquidati, il legislatore con la legge n. 8 del 29 febbraio 2020 è intervenuto riaprendo e prorogando i termini fino al 31 dicembre 2020.

 

Ratio della disciplina di matrice eurounitaria e il ritardato e frammentario intervento del legislatore italiano: 

Il legislatore nazionale sul fronte delle esigenze di tutela delle vittime di reati violenti è stato negli ultimi decenni ripetutamente sollecitato dagli input sovranazionali ed europei, volti a riconoscere e a costituire una maggiore protezione e assistenza alle vittime di reati intenzionali violenti.

Si tratta di un processo di valorizzazione delle vittime di reato che risponde all’elementare esigenza di solidarietà sociale, volta ad una tutela concreta delle vittime di reato in tutti quei casi in cui (ad es. per insolvenza del reo o quando questi resta ignoto) le stesse altrimenti, oltre a dover subire le sconvolgenti conseguenze dannose strettamente connesse al reato, resterebbero anche totalmente prive di una effettiva tutela che possa essere quantomeno satisfattiva in termini di pretium doloris. E non solo. Infatti, altro scopo perseguito a livello sovranazionale, proprio tramite gli input volti alla previsione di un sistema di indennizzo statale per le vittime di reati intenzionali violenti, è sicuramente quello di garantire una maggiore sicurezza nonché una più concreta libertà di spostamento dei cittadini dell’unione su tutto il territorio europeo.

I primi significativi impulsi volti a fronteggiare e ad assolvere tale esigenza trovano origine nella Risoluzione n. 27 del 1977 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, con la quale si raccomandava agli Stati membri di predisporre un apposito sistema risarcitorio (rectius: di indennizzo) statale per le vittime di reati intenzionali violenti e che rimase inascoltata dallo Stato italiano, e nella successiva Convenzione europea del 1985 n. 116 per il risarcimento delle vittime di reati violenti che non venne però ratificata dall’Italia.

È in questo alveo che si inserisce la direttiva Europea CE/2004/80, con la quale si imponeva a tutti gli Stati membri dell’allora comunità europea di dotarsi di un sistema che prevedesse l’erogazione di un equo ed adeguato indennizzo per tutte le vittime di reati intenzionali violenti commessi sui propri territori nazionali.

Obbligo che lo Stato italiano ha adempiuto tardivamente solo in via formale e con misure parziali e del tutto insoddisfacenti, con conseguente successiva frammentarietà della disciplina.

Una prima limitata e inadeguata attuazione della direttiva si ha con il d.lgs. 204/2007, con il quale il legislatore italiano ha arbitrariamente limitato il sistema di indennizzo – senza peraltro prevedere dei criteri per una concreta applicazione dello stesso che pertanto è rimasto inattuato – alle sole vittime transfrontaliere escludendo così i cittadini italiani a fronte, invece, di una ben più ampia portata della suddetta direttiva (la norma infatti avrebbe dovuto esser rivolta a favore di tutti i cittadini europei che abbiano subito un reato intenzionale violento in Italia). La mancata applicazione dei criteri della direttiva in questione portò difatti alla prima condanna dello Stato italiano da parte della Corte di Giustizia dell’UE (CGUE, 29 novembre 2007, causa C-112/07), la quale condannò l’Italia proprio rilevando l’inadeguatezza del sistema adottato dal legislatore italiano in quanto non rispondeva alle caratteristiche di sistema generalizzato previsto dall’art. 12 della direttiva.

Stante il successivo perdurare dell’inadempimento della Repubblica Italiana a dotarsi di un adeguato sistema di tutela per le vittime di reati intenzionali violenti, la Commissione Europea avanzò nei confronti dell’Italia una procedura di infrazione (NIF 2011/4147), conclusasi nel 2016 avanti alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea che condannò nuovamente lo Stato Italiano (CGUE, 11 ottobre 2016, causa C-601/14).

Nelle more di tale procedimento il Parlamento italiano, consapevole della prevedibile nuova condanna, decise di attivarsi e di intervenire con la legge 7 luglio 2016 n. 122 (c.d. legge europea 2015/2016), la quale sebbene con 12 anni di ritardo avrebbe dovuto adeguare il suddetto sistema indennitario conformandosi ai precetti della direttiva europea.

Invero, il legislatore, utilitaristicamente e con tortuose limitazioni, ha pensato bene di aggirare i propri obblighi solidaristici nei confronti dei propri cittadini e di quelli stranieri, prevedendo una disciplina ricca di condizioni che rendevano particolarmente arduo, lungo e oneroso, ai confini del sostanzialmente impossibile, l’accesso a tale indennizzo. Così lo Stato italiano nel 2016 recepiva formalmente la direttiva, rendendola tuttavia inapplicabile da un punto di vista sostanziale.

Tra le limitative condizioni per la concreta applicazione del sistema indennitario previsto dalla l. 122/2016, ex multis, vi erano: 1) il requisito soggettivo del reddito annuo della vittima, il quale non poteva esser superiore a quello previsto per l’ammissione al Patrocinio dello Stato; 2) l’impossibilità di accedere all’indennizzo per le vittime che per lo stesso fatto di reato avessero percepito qualsivoglia somma a qualunque titolo da soggetti pubblici o privati, con una conseguente abnorme limitazione di accesso al sistema se si pensa che astrattamente con tale previsione si negava l’accesso anche a quelle vittime che avessero ricevuto delle elargizioni documentate da parte di familiari per fronteggiare le conseguenze dannose derivanti del fatto criminoso; 3) altra limitazione, posta come condizione necessaria per l’accesso all’indennizzo era quella che imponeva alle vittime di esperire nei confronti del reo un’azione esecutiva per cercare di ottenere il ristoro del danno quandanche l’autore del reato fosse già palesemente insolvente; 4) ulteriore condizione limitativa e in aperto contrasto con il contenuto della direttiva riguardava la circoscritta platea di destinatari dell’indennizzo, previsto in concreto solo in caso di omicidio o di violenza sessuale, poiché per tutti gli altri casi veniva prevista una limitata refusione delle sole spese mediche.

L’anno successivo il legislatore interviene nuovamente e, con la legge 167/2017, cerca di emendare le arbitrarie e troppo limitative previsioni della sopracitata normativa, abrogando il più odioso ed iniquo requisito soggettivo del ridotto reddito annuo della vittima; restringendo leggermente i casi di perdita del diritto di accesso all’indennizzo alle sole vittime che avessero percepito somme pari o superiori a euro 5000 a qualsiasi titolo da soggetti pubblici o privati (innalzamento dell’importo che difatti non fu risolutivo della criticità e  dell’illegittimità della norma posta in questi termini); alleggerendo gli oneri della vittima sul fronte processuale con riferimento alla condizione di insolvibilità del condannato, che avrebbe potuto essere presunta nei casi in cui l’imputato avesse avuto accesso al patrocinio a spese dello stato; e infine prevendendo la retroattività della norma a tutti i casi in cui il fatto di reato fosse stato commesso successivamente al 30 giugno 2005. I termini per la presentazione delle domande di indennizzo sono stati stabiliti dalla legge 30 dicembre 2018 n. 145, la quale peraltro all’art. 1 comma 593 ha operato una significativa rimodulazione delle condizioni di accesso all’indennizzo e, con particolare riferimento alle precedenti elargizioni erogate da soggetti pubblici o privati a favore della vittima in conseguenza diretta ed immediata dello stesso fatto di reato, ha previsto che la perdita del diritto ad ottenere l’indennizzo statale si concretizzasse soltanto nel caso in cui la vittima avesse già percepito somme pari o superiori a quelle dovute in caso di erogazione dell’indennizzo stesso; criterio tutt’oggi vigente e che ha ricondotto a ragionevolezza la norma e più genericamente nel solco del generale principio della compensatio lucri cum damno lo stesso requisito.

Tuttavia ciò che è rimasto immutato sino allo scorso novembre è il decreto interministeriale del 31 agosto 2017 (G.U. 10 ottobre 2017) varato per la determinazione degli indennizzi, i quali risultarono subito offensivi in quanto venivano previsti degli indennizzi palesemente iniqui e inadeguati se si pensa che, ad esempio, l’indennizzo previsto in caso di violenza sessuale veniva individuato dal citato decreto nella misura oltremodo ridotta di euro 4.800, così come veniva previsto l’irrisorio importo di euro 7.200 in caso di omicidio volontario.

L’insufficienza e l’inadeguatezza del sistema disciplinato dal legislatore italiano difatti non è rimasto indenne dalle forti critiche della più illuminata giurisprudenza di legittimità (ex multis Cass., 31 gennaio 2019, n. 2964), la quale ha rimesso la questione nuovamente alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea che al momento deve ancora pronunciarsi e che dovrà però evidentemente tener conto anche dei recenti emendativi interventi normativi del legislatore italiano qui in commento (D.M. 22.11.19 e L. 8/2020).

 

Verso più dignitosi indennizzi e un progressivo ampliamento… ma ancora lontani dall’equità:

Sebbene il recente intervento normativo qui in commento non è scevro di criticità, di cui si dirà infra, non si può tuttavia negare che, anche se dopo 16 lunghi anni, un passo verso un più concreto adeguamento alla direttiva è stato fatto dal legislatore, il quale fino allo scorso novembre si era limitato a rispondere solo formalmente agli obblighi di matrice europea per poi lasciare di fatto priva di una risposta solidaristica, con concreto sostegno economico, le vittime.

L’implementazione degli importi degli indennizzi, che come detto supra arrivano fino a 60.000 euro in caso di omicidio commesso dal coniuge e ad euro 25.000 nel caso di violenza sessuale, lesioni personali e deformazione permanente del viso, non può che rappresentare certamente un concreto punto di partenza per un’ancora auspicabile miglioramento del complesso sistema di tutela a favore delle vittime di reati violenti intenzionali.

Senza dubbio occorre evidenziare che la rideterminazione degli importi rende sicuramente più dignitosi gli indennizzi spettanti alle vittime di reati violenti intenzionali, ma non possono al tempo stesso definirsi equi se raffrontanti con l’entità degli indennizzi previsti per le vittime di altri specifici reati come ad es. per le vittime di mafia, a favore delle quali sono previsti indennizzi fino a 200.000 euro,  o ancora se confrontati con gli importi riconosciuti alle vittime di reati intenzionali a titolo di risarcimento per tardiva trasposizione della normativa europea da parte dello Stato italiano (rectius: per aver quest’ultimo recepito in maniera errata le norme sovranazionali e per aver limitato arbitrariamente l’accesso all’indennizzo in modo tale da renderlo praticamente utopistico).

Ad ogni modo si deve apprezzare l’odierno tentativo di restituire alla stessa disciplina quella funzione di strumento volto garantire una effettiva solidarietà a favore delle vittime di reati dolosi commessi con violenza a danno della persona umana, la cui dignità era stata totalmente neutralizzata dalla precedente limitativa legislazione in materia.

Si coglie inoltre con favore la nuova previsione di consentire l’accesso all’indennizzo, determinato nella misura di euro 25.000, alle vittime del neo introdotto reato di “deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso” e alle vittime dei delitti di lesioni personali gravissime per le quali invece precedentemente era prevista dall’art. 11 L. 122/2016 solo la possibilità di ottenere il più propriamente definibile rimborso delle spese mediche e di assistenza, che in questi termine resta ancora per i soli casi di lesioni gravi e non gravissime.

Non di poco conto è altresì quanto previsto dall’art. 2 del decreto del novembre 2019, ossia la possibilità di richiedere la rideterminazione degli indennizzi già liquidati alla data di entrata in vigore della L. 145/2018, i cui termini ad opera della L. 8/2020 sono stati riaperti e prorogati al 31 dicembre 2020. Analogo termine è previsto anche per la proposizione di nuove domande per le vittime che al 31.10.2020 risultano essere in possesso di tutti i requisiti per l’accesso alla procedura di indennizzo[1]. Resta invece invariato il termine di 60 giorni, dalla sentenza che definisce il giudizio contro ignoti ovvero dall’ultimo atto dell’azione esecutiva infruttuosamente esperita contro il reo condannato, per la presentazione della domanda di indennizzo in tutti quei casi in cui il fatto di reato sia stato commesso dopo l’entrata in vigore della legge 8/2020 nonché in tutti quelli in cui la vittima al 31.10.2020 non risulta essere ancora in possesso dei necessari requisiti per l’accesso all’indennizzo statale.

Ciò che invece si ritiene di dover criticare è il persistente omesso ampliamento dell’applicabilità della disciplina a tutti i casi di reati violenti intenzionali, nonché la sopravvivenza del limitante requisito per l’accesso all’indennizzo di una preventiva onerosa e infruttuosa attività esecutiva che la vittima deve attivare nei confronti del reo condannato: condizione che ben potrebbe esser rimodulata in termini tali da rendere più agevole l’ottenimento dell’indennizzo.

 

La frammentaria e circoscritta disciplina restano limiti superabili:

Da ultimo, sebbene non si possa negare il passo in avanti fatto dal legislatore, si rileva come l’attuale impianto normativo risulti ancora eccessivamente frammentario e tortuoso rendendo di fatto molto complesso e arduo l’accesso all’indennizzo; inoltre non si può non indicate l’arbitraria scelta del legislatore di circoscrive l’applicabilità della normativa a sole talune ipotesi di reati violenti intenzionale. Infatti, giova ricordarlo, dell’indennizzo possono beneficiare solo le vittime di violenza sessuale, i congiunti delle vittime di omicidio, le vittime di lesioni personali gravissime e le vittime del reato deformazione permanete del viso.

Ciò a parere di chi scrive risulta biasimevole se si considera che l’effettività di un sistema di tutele si concretizza anche nel garantire l’efficienza e la facilità dei meccanismi di accesso al sistema stesso, nonché nel garantire una portata applicativa generalizzata, come peraltro previsto dalla stessa normativa europea.

In conclusione, nonostante si possa apprezzare una chiara evoluzione in termini di tutela a favore di talune vittime, ci si auspica che il legislatore voglia procedere a una riforma organica della materia prevedendo un sistema generalizzato e omogeneo con più equi e adeguati criteri volti a un più concreto contributo solidale dello Stato a favore di tutte le vittime di reati intenzionali violenti, in quanto, ancorché l’introduzione del reato di lesioni personali gravissime nel novero dei casi che danno diritto all’indennizzo abbia sicuramente ampliato notevolmente la platea di vittime che potranno beneficiare dell’indennizzo, non è plausibile immaginare che un sistema di tutela della persona umana previsto da uno Stato di diritto come quello italiano non tenga conto dei supremi principi di uguaglianza e adeguatezza imposti anche da una lettura costituzionalmente orientata.

 

[1] Sul punto per completezza si precisa che ai fini dell’accesso alla procedura di indennizzo e per l’ottenimento dello stesso è necessario che:

– il fatto di reato sia stato giudizialmente accertato con condanna dell’autore del reato ovvero con definitivo giudizio per esser ignoto l’autore del reato;

– la vittima abbia concretamente esperito nei confronti del reo condannato tutte le attività esecutive volte al recupero di quanto alla stessa spettante a titolo di risarcimento e che tali attività esecutive abbiano avuto esito infruttuoso; mentre nel caso in cui l’autore del reato sia rimasto ignoto ovvero sia noto ma in corso di processo sia stato ammesso al gratuito patrocinio a spese dello Stato, la vittima non dovrà procedere a una preventiva attività esecutiva in quanto in presenza delle appena dette circostanze è ex lege presunto l’inevitabile esito infruttuoso;

– la vittima non abbia già percepito per lo stesso fatto di reato, da soggetti pubblici o privati, somme pari o superiori a quelle previste come importo dell’indennizzo stesso;

– la vittima non sia stata condannata con sentenza definitiva ovvero sottoposta a procedimento penale per uno dei reati di cui all’art. 407, comma 2, lett. a) c.p.p. ovvero per  reati di evasione fiscale;

– la vittima non abbia colposamente concorso alla commissione del reato stesso ovvero di reati connessi;

GDPR e E-Privacy: l’impatto sui modelli di business

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di Jacopo Giunta

La società di consulenza McKinsey ha recentemente elaborato un paper all’esito di uno studio di impatto del corpus regolamentare del GDPR sull’elaborazione del nuovo Regolamento E-Privacy, che, presumibilmente per la fine di quest’anno, andrà a sostituire le norme introdotte nei singoli ordinamenti nazionali a seguito del recepimento della Direttiva E-Privacy del 2002.

Il nuovo regolamento E-Privacy, in particolare, avrà ad oggetto i dati memorizzati o inviati da apparecchiature dell’utente finale, quali telefoni, tablet e computer (compresi i cookie, gli ID dei dispositivi e altri software di identificazione), e i metodi utilizzati per contattare i clienti attraverso le reti di comunicazione elettronica a fini di commercializzazione diretta.

Particolare attenzione verrà, quindi, data alle modalità di svolgimento delle attività di marketing, con riferimento principale all’immediata riconoscibilità del chiamante dal numero di telefono o con altri mezzi, e diverrà di imprescindibile importanza l’acquisizione e registrazione, da parte degli operatori economici, di un consenso libero ed espresso da parte dell’interessato.

Grande impatto sui modelli di business delle aziende avranno, quindi, in combinazione con le norme già efficaci del GDPR, le nuove norme previste dal Regolamento E-Privacy; le aziende, per poter essere fully compliant rispetto a queste ultime disposizioni, dovranno, quantomeno, prevedere la creazione di un team di marketing inter-funzionale che abbia come obiettivo l’acquisizione di un consenso chiaro ed espresso da parte dell’interessato, e fare, quindi, del rispetto della privacy, sostanzialmente, un elemento di differenziazione competitiva e reputazionale.

Secondo lo studio citato, le novità introdotte dal nuovo regolamento sulla disciplina delle comunicazioni elettroniche implicano un sensibile ed effettivo impatto del GDPR sulla maggior parte delle aziende ed organizzazioni. Già ora, infatti, il GDPR sta avendo un effetto significativo: secondo McKinsey, le attività di marketing in Europa sono diminuite del 10% dalla sua introduzione; alcune aziende, poi, incontrano difficoltà nel rivolgersi alla loro attuale base clienti, con un tasso di sottoscrizione (opt-in) pari o inferiore al 20%. Il Regolamento E-Privacy introdurrà norme ancora più severe, e le aziende si devono preparare per adattare rapidamente i loro modelli di business.

Il nuovo Regolamento E-Privacy, oltre ad essere di automatica applicazione in tutto il territorio UE per esigenze di armonizzazione ed uniformità di regolamentazione, prevedrà una disciplina adeguata ai nuovi mezzi di comunicazione e in linea con il GDPR, affrontando, tra le altre questioni, ad esempio, il tema dei cookie e stabilendo che l’installazione degli stessi sullo strumento informatico dell’utente potrà avvenire a condizione che il consenso sia espresso e informato; non sarà, dunque, più prevista la possibilità di ricorrere allo scorrimento della pagina web per esprimere il proprio consenso al trattamento.

Quale scuola dopo il Covid-19?

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Di Chiara Imerone

Il decreto legge 8 aprile 2020 n. 22 (decreto scuola), convertito in legge il 6 giugno 2020, ha inciso su molteplici aspetti del mondo della scuola, dopo lo sconvolgimento causato dall’epidemia di coronavirus: dalle modalità di svolgimento degli esami di stato del I e II ciclo a quelle del concorso straordinario della scuola secondaria di I e II grado, dall’edilizia scolastica al tipo di valutazioni da applicare agli studenti, fino alle graduatorie per le supplenze, divenute digitali. Il decreto disciplinava anche l’avvio dell’anno scolastico 2020/2021.

In un clima di instabilità e di incertezza, il decreto scuola aveva lasciato quesiti aperti e forse anche dubbi di incostituzionalità. Un esempio su tutti la questione della didattica a distanza (DaD), unica soluzione trovata ed applicata nei mesi di lockdown, e che, nel decreto scuola, veniva effettivamente introdotta come metodo di insegnamento integrativo  (al comma 2 dell’art.3 del dl 22/2020 si legge: “..il personale docente assicura comunque le prestazioni didattiche nelle modalità a distanza, utilizzando strumenti informatici o tecnologici a disposizione.. ”), dando quindi per scontato il possesso da parte di tutti gli studenti (ma anche dei docenti) degli strumenti adeguati alla didattica a distanza, con ciò creando un primo importante ostacolo al diritto allo studio (solo a titolo esemplificativo, il Miur aveva informato che il 6% degli studenti italiani, ovvero 500mila, non erano raggiunti da alcun servizio tecnologico).

Nei giorni scorsi si sono faticosamente discusse le linee guida per l’avvio della scuola a settembre: il ministero dell’Istruzione aveva trasmesso alle parti sociali ed alle regioni alcune indicazioni generali cui attenersi, che però erano state ritenute troppo generiche dal momento che rimandavano la maggior parte delle decisioni alle amministrazioni locali ed ai dirigenti scolastici. A seguito di tali rilievi era stata quindi redatta una nuova versione delle linee guida (Piano Scuola 2020/2021), da sottoporre al vaglio della Conferenza Stato – Regioni tenutasi il 26 giugno scorso.

In esito alla conferenza Stato – Regioni di venerdì scorso, è stata approvata la versione definitiva del Piano scuola 2020/21, che costituisce un passo avanti rispetto alla bozza iniziale che aveva indubbiamente generato molta confusione, e che stabilisce le modalità con cui si ritornerà a scuola.

Innanzitutto la scuola ripartirà il 14 settembre (dal 1 settembre ci saranno le lezioni di recupero per gli studenti che non hanno raggiunto la sufficienza al termine dell’anno scolastico appena concluso) con distanziamento e regole sanitarie come indicate dal Comitato Tecnico Scientifico (Cts): dovrà essere rispettata la distanza di un metro tra le bocche (‘rime buccali’) degli studenti. La decisione sull’ opportunità di indossare le mascherine – per il momento obbligatoria per i bambini dai 6 anni un su – sarà rivalutata ed eventualmente adottata dal Cts due settimane prima dell’inizio delle lezioni, tenendo conto del quadro epidemiologico.

Per quanto attiene la frequenza scolastica sono stati previsti turni differenziati: ogni singola classe potrà essere suddivisa in più gruppi di apprendimento o in gruppi di alunni provenienti dalla stessa o da diverse classi o anche da diversi anni di corso. Le lezioni estese al sabato saranno un’opzione che ciascun istituto scolastico potrà valutare ed adottare. Per le scuole dell’infanzia è previsto esplicitamente che i bambini non portino la mascherina e che gli educatori usino solo protezioni come le visiere trasparenti in modo da essere sempre riconoscibili. E’ previsto che i bambini delle scuole d’infanzia restino sempre con lo stesso gruppo e non vengano mai riallocati in gruppi diversi o misti.

Nel testo approvato è stato affrontato il tema della didattica a distanza, con la specificazione per cui deve essere considerata “complementare” e, quindi, a sostegno alle lezioni in classe, mai del tutto sostitutiva e comunque solo per la scuola secondaria di secondo grado. Nel caso di un ritorno dell’epidemia, è prevista la possibilità di fare didattica online, per lo svolgimento della quale verranno emesse nuove linee guida.

E’ stata ribadita l’opportunità di mantenere il servizio mensa all’interno delle scuole, effettuando anche in questo caso, ove fosse necessario, delle turnazioni oppure, nel caso non sia possibile mantenere la distanza di sicurezza, con la predisposizione di lunch box da consumare in classe.

Posto che la scuola dopo il Covid – 19 avrà bisogno di più spazio e che si vogliono evitare le cosiddette “classi pollaio”, è stato creato un “cruscotto”, ossia un sistema informatico che si basa sui dati trasmessi da ogni regione e che potrà segnalare, rispetto all’edilizia scolastica, le criticità ed i casi in cui i locali adibiti all’insegnamento non siano sufficienti ad accogliere in sicurezza tutti gli studenti iscritti, in modo da poter agire velocemente sulle situazioni più complesse. Si parla di riutilizzare i vecchi edifici scolastici dimessi, ma anche cinema, musei, biblioteche, teatri in modo da portare gli studenti fuori dalle scuole che non li possono accogliere in sicurezza. Ovviamente ciò farà nascere l’esigenza di avere più personale: il piano scuola approvato prevede l’assunzione fino a 50mila lavoratori tra docenti e personale ATA.

Tra le novità, c’è l’introduzione dell’insegnamento dell’Educazione Civica, che dovrà coinvolgere tutti gli studenti di ogni ordine e grado fin dal mese di settembre prossimo, e che dovrà riguardare lo studio della Costituzione Italiana, lo sviluppo sostenibile, la cittadinanza digitale.

Parrebbe dunque che nel piano scuola 2020-2021, quello della scuola che convive con il Covid, ci sia una rimeditazione organizzativa e didattica che valorizza ampie forme di autonomia scolastica, seppur con spazi di coordinamento tra i diversi soggetti coinvolti.