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Condannata a 5 anni la ragazza che aveva investito e ucciso un motociclista

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LA REPUBBLICA TORINO

Federica Cravero
È ancora un fantasma ma è stata condannata ieri in contumacia a cinque anni di prigione la donna di etnia rom evasa dal carcere Lorusso e Cutugno dove era rinchiusa per aver travolto e ucciso a maggio con il suo furgone Oreste Giagnotto, che viaggiava a bordo del suo scooter sulla superstrada di Caselle.
Di Laura Sulejmanovic, 22 anni, si sono perse le tracce a giugno, quando aveva eluso la sorveglianza della polizia penitenziaria e si era allontanata dal padiglione riservato alle donne carcerate, abbandonando in cella la figlia di pochi mesi.
Eppure era stata proprio la donna, fuggita al momento dell’incidente, a costituirsi mezz’ora dopo l’investimento. Era stata arrestata con l’accusa di omicidio stradale e omissione di soccorso, reati per cui è stata processata con rito abbreviato dal gup Luca Del Colle. La donna è stata condannata a cinque anni di carcere, mentre il risarcimento del danno richiesta dai familiari della vittima, assistiti dagli avvocati Luigi Giuliano e Gino Arnone, sarà affrontato dal giudice civile.
La vicenda dell’incidente aveva suscitato molta indignazione poiché l’investitrice era senza patente. Dopo l’evasione erano state anche organizzate manifestazioni di protesta per chiedere giustizia.
I familiari della vittima avevano anche messo una taglia sulla donna

Condannata a 5 anni la ragazza che aveva investito e ucciso un motociclista

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LA STAMPA

Condannata a cinque anni in contumacia la rom senza patente che uccise un motociclista

Articoli tratti da La Stampa e CronacaQui del 11 ottobre 2017

“Niente vaccini per nostra figlia ma non siamo genitori degeneri”

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LA STAMPA

“Niente vaccini per nostra figlia ma non siamo genitori degeneri”

Torino, parla il papà della bimba di 7 anni con sospetto tetano: “Noi ragionevoli, abbiamo studiato gli effetti collaterali”

SIMONA LORENZETTI
TORINO

«La prognosi resta riservata, ma mia figlia sta meglio. Vorrei che non si parlasse più di noi». E’ questo l’appello del padre della bambina di sette anni ricoverata all’ospedale Infantile Regina Margherita per una sospetta infezione da tetano. Nelle prossime ore dovrebbero essere ultimati anche gli esami di laboratorio, dai quali si attende una risposta sulla patologia che ha colpito la piccola. Al momento l’unico dato certo è che la bimba, così come il fratellino, non sono mai stati sottoposti a vaccinazioni di alcun tipo. Sono stati i genitori, sabato scorso, a dirlo ai medici. Da quel momento mamma e papà non hanno mai abbandonato il reparto di Rianimazione. Seguono passo dopo passo l’evolversi delle condizioni di salute della bambina e cercano un confronto continuo con i dottori. Già in passato la bimba aveva avuto qualche problema di salute ed era stata portata in ospedale, ma questa volta la loro vita è stata sconvolta da un clamore mediatico inatteso. «Chiediamo che venga rispettata la nostra privacy e che la salute di mia figlia non venga strumentalizzata per la battaglia contro o a favore dei vaccini», insiste il papà della piccola. L’uomo ieri si è rivolto agli avvocati Sara Commodo e Renato Ambrosio, dell’omonimo studio legale torinese, per tutelare la serenità della sua famiglia e in particolare della bambina.

Lei e sua moglie siete finiti in un vortice di polemiche per non aver vaccinato i figli, come sta vivendo questo momento?

«Siamo stati criminalizzati dall’opinione pubblica. Additati come genitori irresponsabili e questo nonostante non sia stato ancora accertato che si tratti di tetano. Noi chiediamo solo di non essere strumentalizzati: non vogliamo che il caso di nostra figlia venga usato per mettere in croce genitori che hanno fatto scelte difficili, ma ragionate».

Perché non ha vaccinato i suoi figli?

«Non siamo attivisti No Vax, se è quello che pensa la gente. Io e mia moglie crediamo che sul tema dei vaccini ci sia tanta disinformazione e che ognuno difenda le proprie posizioni senza però dare risposte chiare ai cittadini. Noi abbiamo deciso di non vaccinare nostra figlia sette anni fa quando è nata, non certo sulla scia delle polemiche che si registrano ormai da mesi. Ci siamo informati sugli effetti collaterali e abbiamo fatto le scelte che ritenevamo migliori e giuste».

Per quale motivo i medici dicono che si tratti di tetano?

«Non lo sappiamo ancora. Mia figlia non ha ferite di alcun tipo e non è caduta. Non possiamo ancora dire che cosa abbia scatenato la malattia. Le stanno facendo tutti gli accertamenti e tutte le terapie per i curare i sintomi, ma non c’è un dato certo. Per ora tutti gli esami che le hanno fatto sono negativi, di altri i risultati devono ancora arrivare. Ed è questo che ci preoccupa di più. Ora voglio solo pensare a curare mia figlia e al fatto che lei sta meglio. É stabile, interagisce con noi. É tranquilla, compatibilmente con il fatto di essere in ospedale e sottoposta a terapia».

Ha scelto di non vaccinare i suoi per paura degli effetti collaterali?

«Io credo nella scienza. Non appena mia figlia è stata male l’abbiamo portata in ospedale. Aveva dei problemi a deglutire e ci siamo preoccupati, ma non aveva né febbre e nemmeno le convulsioni, come invece qualche giornale ha scritto. Quando ho detto ai sanitari che non era vaccinata si sono attivati per capire per quale motivo stesse male e la loro attenzione si è focalizzata sul tetano. Sia chiaro, io sono grato ai medici che la stanno curando. Ma questa storia non c’entra nulla con i vaccini e non voglio che mia figlia venga sfruttata per riaprire il dibattito. Su questo tema serve più informazione, non servono le polemiche. Non si possono mettere all’indice genitori che come noi hanno fatto delle scelte che non tutti condividono, ma che sono state ragionate attentamente».

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REPUBBLICA

Il papà della bambina colpita dal tetano: “Adesso temo di essere criminalizzato”

Strage di Tunisi, Costa Crociere: Non siamo stati noi
ad organizzare la gita al museo del Bardo”

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REPUBBLICA TORINO

E’ cominciata in tribunale a Torino la causa civile promossa contro Costa Crociere dai familiari di una delle vittime della strage del Bardo, l’attentato terroristico in cui due anni fa, a Tunisi, morirono quattro italiani. L’iniziativa legale è dei parenti di Antonella Sesino, una delle vittime, dipendente del Comune di Torino, assistita dagli avvocati dello studio Ambrosio & Commodo Renato e Ludovica Ambrosio, Stefano Bertone e Chiara Gribaudo.
Costa Crociere è stata citata, fra l’altro, per avere organizzato una escursione a Tunisi nonostante i rischi, e per non avere fornito ai partecipanti le informazioni necessarie. “La compagnia – spiega l’avvocato Bertone – aveva offerto alla famiglia Sesino la somma di 150 mila euro a titolo di ‘attenzione’, subordinata però alla rinuncia all’azione giudiziaria. Non abbiamo accettato”.
Costa Crociere, che nega qualsiasi responsabilità, si è costituita in giudizio “La causa mossa a Torino contro di noi – affermano i suoi legali – è pretestuosa ed è animata dall’intento di speculare su un tragico avvenimento”. E aggiungono: “Non siamo stati noi a organizzare l’escursione a Tunisi”  La nave ‘Costa Fascinosa’ approdò nel porto di Tunisi durante una tappa della crociera “Dipinto di blu”. Costa Crociere afferma che l’escursione a terra era stata organizzata da un altro operatore, dal quale i partecipanti acquistarono il servizio. “Gli eventi occorsi durante la gita – è la tesi – esulano dalla nostra sfera di controllo”. Costa Crociere è assistita dagli avvocati Cecilia Cavanna e Alberto Ceresa.
Le parole della Costa provocano la replica polemica di Bertone: “Una vergognosa offesa per i nostri assistiti. Prima ancora di notificare l’atto di citazione gli attori hanno sbandierato il loro reclamo sui mezzi di stampa, anzitempo e in maniera del tutto tendenziosa. Di tale comportamento, indice della pretestuosità della domanda e dell’intento di speculare su un tragico avvenimento, si confida che il giudice vorrà tenere conto nella liquidazione delle spese”. “Chiederemo – annuncia l’avvocato Bertone – di stralciare questa offesa”.

 

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Strage Bardo,a Torino causa a C.Crociere

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RASSEGNA STAMPA

Piazza San Carlo: indagini a una svolta
È battaglia sui risarcimenti

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LA STAMPA TORINO
SIMONA LORENZETTI

Coloro che hanno ricevuto un invito a presentarsi in Procura hanno già allertato i loro avvocati. I pm Antonio Rinaudo e Vincenzo Pacileo stanno fissando il calendario dei primi interrogatori nell’ambito dell’inchiesta sull’inferno scatenatosi la sera del 3 giugno in piazza San Carlo durante la finale di Champions League. Adesso che l’analisi della documentazione è quasi terminata, è tempo di fare domande a chi in quei giorni ha seguito tutte le procedure e l’iter organizzativo. Si parte quindi da Turismo Torino e da Palazzo Civico.
PRIMI CONFRONTI
Lunedì verranno sentite le prime persone. Tra i primi a comparire ci sarà Maurizio Montagnese, presidente di Turismo Torino, e a seguire Danilo Bessone, il braccio operativo dell’ente, la cui firma compare in calce ad alcuni dei documenti raccolti dagli inquirenti. Saranno loro che dovranno spiegare come è stata organizzata la manifestazione in piazza San Carlo. Al momento il fascicolo è aperto per omicidio colposo e lesioni personali gravissime, ma dopo questa prima ondata di interrogatori non è escluso che si arrivi a contestare un reato diverso, legato ai delitti colposi contro l’incolumità pubblica. Montagnese avrebbe dovuto essere sentito come persona a conoscenza dei fatti, ma il deposito di querele da parte di alcuni dei feriti ha fatto sì che il suo nome venisse iscritto nel registro degli indagati. Un tecnicismo tale per cui il presidente di Turismo Torino sarà sentito come testimone assistito alla presenza del suo avvocato, Fulvio Gianaria. Sulla base dello stesso principio, oltre a lui altri dirigenti e funzionari rischiano di essere indagati, anche se la Procura esclude che al momento ci siano avvisi di garanzia.
LE QUERELE
Le querele, però, cominciano ormai a essere numerose e in molte di queste si chiamano in causa i presunti diretti responsabili degli eventi di piazza San Carlo: la sindaca Chiara Appendino, il questore Angelo Sanna e il prefetto Renato Saccone. Sotto la lente ci sono soprattutto le misure di prevenzione e di sicurezza adottate per garantire la tranquillità della piazza. E se sotto accusa in un primo momento è finita la mancata emissione dell’ordinanza che vietava la vendita di bevande in bottiglie di vetro, ben presto sono emerse anche altre carenze.
IL REBUS DEI RISARCIMENTI
Ma l’inchiesta della Procura non è l’unico problema che affligge Palazzo Civico e Turismo Torino. C’è il capitolo risarcimento danni. Oltre a coloro che hanno riportato ferite in quei dieci minuti di caos infernale, ci sono cittadini che pur non avendo segni evidenti sul corpo hanno subito uno choc e adesso si ritrovano a fare i conti con incubi notturni e crisi di panico. E’ un danno invisibile, ma capace comunque di sconvolgerti la vita. E il numero delle potenziali richieste di risarcimento danni rischia di essere elevatissimo. Sono già una cinquantina le persone che si sono rivolte allo studio legale Ambrosio & Commodo per valutare se ci sono i margini per far causa. «Impossibile quantificare oggi il danno psicologico che può aver subito una persona che si è trovata suo malgrado coinvolta nei fatti di piazza San Carlo – spiega l’avvocato Renato Ambrosio -. Sono danni che si potranno quantificare solo nei prossimi anni e solo dopo aver affrontato un percorso di recupero psicologico». Molti di coloro che ora sono pronti a trascinare in tribunale il Comune lamentano disturbi del sonno, attacchi di panico e paura di trovarsi in posti affollati. Si tratta del cosiddetto danno post traumatico da stress che dovrà essere certificato da un medico legale. E tra coloro che potrebbero chiedere un risarcimento c’è anche il piccolo Kelvin e la sua famiglia. «In un primo momento sembrava che le condizioni fisiche del bambino fossero gravi – sottolinea il legale –. Fortunatamente ora lui sta bene, ma non sappiamo ancora quali conseguenze psicologiche potrà avere fra qualche anno. Ci sarà sicuramente un’evoluzione, ma è presto per dire quale». Al momento le diffide sono state inviate al Comune di Torino, perché ha concesso la piazza. Ma se dall’inchiesta emergessero responsabilità anche in capo alla questura o alla prefettura, pure il ministero dell’Interno potrebbe essere chiamato in causa. Un bel grattacapo per Palazzo Civico, che può vantare una copertura assicurativa in grado di risarcire migliaia di persone. L’assicurazione, infatti, copre tutti i tipi di danni, da chi cade in una buca a chi si fa male in un evento organizzato dal Comune. Diversa la questione per Turismo Torino, che gode sì di una copertura assicurativa, ma il cui massimale di 6 milioni di euro potrebbe essere insufficiente per arginare la valanga di risarcimenti.


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– Un testimone della tragedia: “Mi hanno travolto con Erika, la paura non finirà” 

– Piazza San Carlo, più di 1500 feriti, tre gravissimi. Folla come onda impazzita: “Sembrava l’Heysel”

Dai feriti di piazza San Carlo partono le prime richieste di risarcimento

Piazza San Carlo, a 11 anni resta due ore senza genitori, legali pronti a fare causa al Comune di Torino

Piazza San Carlo: Francesca torna a casa, dimessa dalle Molinette di Torino La Provincia Notizie http://laprovincianotizie.com/2017/06/25/piazza-san-carlo-francesca-torna-a-casa-dimessa-dalle.html

FINE DI UN INCUBO. Il piccolo Kelvin è tornato a casa. I genitori denunciano il Comune

Torino, parla l’uomo che ha visto morire Erika in piazza san Carlo: «Ora di notte grido per gli incubi»


RASSEGNA STAMPA


SERVIZIO DEL TG3 Piemonte

 

 

 

Nessun indennizzo: lo stupratore è indigente

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La Stampa

SIMONA LORENZETTI
TORINO

Venne rapinata e violentata sotto casa, ma non avrà alcun risarcimento. Né dall’aggressore né dallo Stato. Un diritto che le è stato negato da un’interpretazione discrezionale di una direttiva della Comunità Europea che riconosce alle vittime di reati violenti un indennizzo se l’autore non può pagare. Per i giudici torinesi la donna non avrebbe fatto tutto quello che era in suo potere per ottenere quel risarcimento direttamente dall’uomo che l’ha violentata.

IN GARAGE

Il 22 ottobre del 2011 Roberta stava rientrando a casa dopo una giornata di lavoro. Era appena scesa dall’auto per aprire il garage della sua abitazione quando è stata aggredita alle spalle. Poco settimane dopo il suo stupratore, un 40enne italiano, è stato arrestato. La giustizia penale ha fatto il suo corso: l’uomo è stato condannato a 8 anni e due mesi di carcere. Roberta ha avuto solo la soddisfazione di vedere il suo aggressore dietro alle sbarre. E così si è rivolta allo Stato, trascinando davanti al Tribunale civile di Torino la Presidenza del Consiglio dei ministri chiedendo che venisse condannata a pagarle un indennizzo per l’omessa attuazione della «Direttiva Ce numero 80 del 2004», che impone agli Stati membri di garantire un adeguato ed equo ristoro alle vittime di reati violenti intenzionali. Il giudice ha respinto il ricorso presentato dagli avvocati della donna, Stefano Commodo e Gaetano Catalano dello studio Ambrosio & Commodo. Il perché è da ricercarsi in un tecnicismo.

L’AUTORE DEL REATO

La questione ruota intorno a quella direttiva Ce per la quale l’Italia nell’ottobre scorso è stata condannata dalla Corte di Giustizia europea perché inadempiente nella sua applicazione. La norma prevede che le vittime di reati violenti intenzionali debbano essere risarcite dallo Stato perché in molti casi «non possono ottenere un risarcimento dall’autore del reato, in quanto questi non può essere identificato o non possiede le risorse necessarie». Ma per i giudici aver subito un stupro e una rapina non dà diritto di per sè al risarcimento, la vittima deve anche dimostrare che il colpevole non sia in grado di pagare di tasca propria.

La sentenza, depositata la scorsa settimana, si scontra con un altro verdetto, diametralmente opposto, a Milano. Negli stessi giorni in cui il giudice torinese negava l’indennizzo a Roberta, la Corte d’Appello civile del capoluogo lombardo condannava la Presidenza del Consiglio a risarcire con 220mila euro due donne, madre e figlia, vittime di rapina e stupro. Un caso drammatico: la figlia è stata violentata davanti alla madre durante una rapina nel loro negozio. Nella sentenza si evidenzia come gli stupratori, sei romeni che stanno scontando 11 anni di carcere, non fossero pacificamente in grado di risarcire la vittima perché detenuti. Così come lo stupratore di Roberta. Ma nel caso milanese non è stato necessario alcun tipo di accertamento patrimoniale da parte dei legali.

Nessun indennizzo: lo stupratore è indigente

Video tratto dal TG1 RAI del 19/05/2017:

Video tratto dal TG5 del 19/05/2017:


Leggi anche:
Il Corriere della Sera
«Stupratore indigente»: negato il risarcimento dello Stato alla vittim

TgCom24
Torino, stuprata sotto casa ma niente risarcimento per un tecnicismo

Il Fatto Quotidiano
Torino, Tribunale nega indennizzo di Stato a vittima stupro: deve essere lei a dimostrare che condannato è indigente

La Repubblica
“Io, stuprata sei anni fa e abbandonata dallo Stato”

Il Giornale
“Io, stuprata sei anni fa: così lo Stato mi ha abbandonato”

Il Secolo d’Italia
Lo stupratore non ha soldi. Il giudice: niente indennizzo alla vittima

Radio24
Stuprata da un indigente, lo Stato nega anche l’indennizzo

Gallery degli articoli principali sui quotidiani cartacei de La Stampa e La Repubblica:

Tumore al cervello per uso eccessivo del cellulare,
l’Inail condannata a pagare rendita a lavoratore

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La Repubblica
di Sarah Martinenghi

Si era ammalato di cancro per colpa del telefono cellulare usato per 15 anni per più di tre ore al giorno, e ora l’Inail è stata condannata a pagare la rendita perpetua per il danno sul lavoro subito da un dipendente della Telecom.  “La sentenza riconosce il legame causale tra un tumore al cervello e l’uso di un telefono cellulare” spiegano gli avvocati Renato Ambrosio e Stefano Bertone che hanno vinto la causa. Il verdetto è stato emesso dal giudice Luca Fadda del tribunale di Ivrea l’11 aprile. (….)

Leggi l’articolo di Repubblica
Ivrea, tumore al cervello per uso eccessivo del telefonino: Inail condannata a pagare, “l’uso scorretto provoca il cancro”

Leggi l’articolo di Stampa
“Il cellulare provoca il cancro”

L’intervista su Stampa
Il tribunale di Ivrea: l’uso scorretto del cellulare causa tumore al cervello

Leggi l’articolo del Corriere della Sera
Il Tribunale di Ivrea: «L’uso scorretto del cellulare ha causato un tumore»

Leggi l’articolo del Messaggero
«Un uso eccessivo del cellulare provoca il tumore al cervello»: il tribunale di Ivrea condanna l’Inail

Leggi l’articolo della Sentinella del Canavese
Tumore al cervello «Colpa del cellulare»

Leggi l’articolo del Fatto Quotidiano
Ivrea, Roberto Romeo risarcito per malattia professionale: “Ho usato il cellulare per 15 anni: ora non sento più dall’orecchio destro”

Leggi l’articolo de El Mundo
Un tribunal italiano concede una pensión vitalicia a un trabajador que tuvo un tumor por usar mucho el móvil

Leggi l’articolo del Clarìn
Italia: un fallo judicial vinculó la aparición de un tumor con el uso excesivo del celular

Leggi l’articolo dell’Agenzia Efe
La Justicia italiana vincula un tumor con el uso del teléfono móvil y resarce a un trabajador


Gallery dei principali articoli sui quotidiani cartacei:

“Nascita, governo e dissoluzione dei corpi politici”
Intervento del professor Monateri

Approfondimenti, Convegni, Incontri, Iniziative0 comments

di Stefano Commodo

L’Europa come ente politico e come idea-forza culturale sta passando un momento critico, di cui si incolpano i movimenti che contrastano l’Unione Europea, dimenticando però che questi movimenti sono sorti proprio come conseguenza dei fallimenti di una classe dirigente europea che non ha saputo creare un soggetto politico con un’anima e valori attrattivi, capace da far sentire i popoli europei parte davvero di un “comune destino storico” .

Ogni aggregazione politica nella storia, dalle leghe greche agli stati federali, nasce infatti con l’obiettivo di migliorare la condizione dei consociati e di farne crescere la loro capacità di influenza economica e culturale. Al contrario l’Unione Europea ha fatto coincidere il suo costituirsi e la sua azione con la maggiore crisi di identità ed economica subita dall’Europa nella sua storia: in pratica i cittadini europei stanno peggio, sono meno difesi ed hanno minor ruolo geopolitico da quando sono uniti e questo naturalmente incide negativamente sull’appeal dell’ente sovranazionale, come ha dimostrato Brexit
Nascita, governo e dissoluzione dei corpi politici, questo il tema dell’intervento del professor Pier Giuseppe Monateri, ospite dell’incontro-dibattito organizzato il 3 marzo scorso dall’associazione Rinascimento Europeo al Centro Studi San Carlo dal titolo Crisi della rappresentanza e della governabilità e memoria culturale. Monateri, docente di diritto comparato e Of Counsel dello Studio Ambrosio & Commodo, ha svolto una stimolante – e piacevole dal punto di vista dialettico – analisi spiegando come la globalizzazione si ponga come fine il “dissolvimento” dei corpi politici, con l’obiettivo di realizzare uno spazio politico “liscio, senza increspature e quindi privo di resistenze” che, superando il tradizionale concetto di sovranità, da un lato svuota la funzione democratica di rappresentanza, posto che la effettiva decisionalità passa ad istituzioni non elette, come l’Organizzazione delle Nazioni Unite, il Fondo Monetario Internazionale, la Bce e la Banca Mondiale, il cui operato è quello di creare un solo e unico linguaggio e non identitario, dall’altro disorienta ed allontana i cittadini europei dalle tradizionali istituzioni, risultando così privati progressivamente della concreta autonomia nelle scelte che incidono effettivamente sulla loro vita. L’effetto finale è il completo scollamento tra cittadini e rappresentanza politica, risultando quasi inutile se non dannoso l’operato degli organi di rappresentanza sia nazionali che europei. Il Professor Monateri svolge un’analisi severa, individuando le criticità e le contraddizioni che hanno portato l’Unione Europea nell’attuale fase di crisi di immagine e di capacità operativa. Una crisi che, comprensibilmente, sta concedendo un ruolo inatteso alle forze antieuropeiste anche per l’equivoca impostazione costituzionale dell’Unione, che si pone come ente federale quando invece ha una pretesa centralista che mortifica il valore aggiunto potenziale rappresentato dalle diverse identità nazionali.

Di seguito riportiamo due video con gli interventi del prof. Monateri al convegno: il primo di trattazione generale del tema che gli era stato affidato, il secondo -più breve- che riporta il suo commento/risposta alle domande formulate dal pubblico.

Riportiamo inoltre il suo commento, fervido e partecipato, alle osservazioni e domande pervenute dalla platea a conclusione della serata.

Responsabilità e rischi d’impresa
quando conviene una società di persone

Approfondimenti, Approfondimenti: Impresa – Contratti commerciali – Società0 comments

di Elena Di Ieso e Gabriele Gastaldi

Capita spesso al nostro Studio di dover assistere persone che si trovano ad essere drammaticamente coinvolte nelle difficoltà economiche, sino addirittura al fallimento, di società di persone cui hanno partecipato, a volte senza neppure essere interessate o coinvolte nelle attività di amministrazione, spesso affidate a qualche familiare o amico cui si è fatto l’errore di dare cieca fiducia.
È bene ricordare infatti che far parte di una società di persone rende i soci illimitatamente responsabile delle obbligazioni della società: cioè ogni creditore sociale, con i limiti che vedremo più avanti, può agire sul patrimonio personale del socio – sia immobili che conti correnti, ecc, – per recuperare quanto gli è dovuto.
L’effetto più eclatante e “pericoloso” di tale principio è che “La dichiarazione di fallimento di una società di persone si estende automaticamente ai soci illimitatamente responsabili, ivi compresi i soci di fatto, sia palesi che occulti” (Cassazione civile, sez. VI, 05/11/2015, n. 22594),
È un aspetto che va considerato con molta attenzione, poiché spesso si sceglie la veste della società di persone alla luce del fatto che il legislatore ha previsto tale forma giuridica pensando alle esigenze di coloro che intendono costituire una società, con struttura, mezzi e sforzo finanziario e organizzativo minori rispetto a quanto sarebbe necessario per la costituzione di una società di capitali, più riferibili ad attività non commerciali o comunque con dimensione familiare o artigianale.
Nel tempo, tuttavia, le varie modifiche alla norme che reggono la fiscalità nel nostro Paese hanno reso meno significative le differenze dei costi di gestione tra una società di persone ed una di capitale e, conseguentemente, la scelta di costituire una società di persone non può prescindere da un’attenta analisi circa il regime della responsabilità patrimoniale dei soci nei confronti dei creditori sociali.
Il principio di fondo da tenere sempre presente è che anche le società di persone sono dotate di autonomia patrimoniale, poiché come nelle società di capitali il loro patrimonio è separato da quello dei soci e destinato all’attività d’impresa e all’adempimento delle obbligazioni assunte dalla società: tale principio generale, però, non esclude che alla responsabilità della società possa affiancarsi la responsabilità illimitata e solidale dei soci, o di taluni di essi, con forme e limiti diversi a seconda della tipologia societaria. Solo che nelle società di persone i soci, prima di vedere aggredito il loro patrimonio personale in maniera illimitata e in solido tra loro, possono eccepire il c.d. beneficium excussionis (previsto rispettivamente dall’art. 2268 c.c., per la società semplice, e dall’art. 2304 c.c., per la società in nome collettivo -applicabile anche alla società in accomandita semplice, stante il rinvio di cui all’art. 2315 c.c.-), in forza del quale i creditori sociali sono tenuti ad escutere il patrimonio della società, prima di potersi rivalere sul patrimonio personale dei soci.
In particolare, nella società semplice, i soci, che hanno agito in nome e per conto della società, sono sempre illimitatamente e solidalmente responsabili per le obbligazioni sociali, ma “il socio richiesto del pagamento di debiti sociali può domandare, anche se la società è in liquidazione, la preventiva escussione del patrimonio sociale, indicando i beni sui quali il creditore possa agevolmente soddisfarsi” (art. 2268 c.c.). Il creditore sociale può quindi aggredire direttamente e immediatamente (anche prima di aver agito nei confronti della società) il patrimonio del singolo socio, il quale, però, può paralizzare l’azione esecutiva eccependo la preventiva escussione del patrimonio sociale, indicando l’esistenza di beni facenti capo alla società sui quali il creditore possa soddisfarsi.
Pertanto, il beneficio di escussione nella società semplice opera in via di eccezione ed il singolo socio è sempre responsabile, a meno che non provi l’esistenza di beni della società non solo sufficienti, ma anche agevolmente aggredibili da parte del creditore.
Nella società in nome collettivo e nella società in accomandita semplice, invece, il beneficio di preventiva escussione opera diversamente.
Nella S.n.c., ai sensi dell’art. 2291 c.c., “tutti i soci rispondono solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali”; mentre nella S.a.s. “i soci accomandatari rispondono solidalmente e illimitatamente per le obbligazioni sociali, e i soci accomandanti rispondono limitatamente alla quota conferita” (art. 2313 c.c.). La responsabilità personale dei soci (quella di tutti i soci nella s.n.c. e dei soli accomandatari nella s.a.s.) per le obbligazioni sociali, però, è necessariamente sussidiaria rispetto a quella della società: il beneficio di preventiva escussione è maggiormente tutelante per i soci ed opera automaticamente: il creditore sociale deve escutere in primis il patrimonio della società e, solo ed esclusivamente in caso di insufficienza dello stesso, può poi agire sui beni personali del singolo socio.

La giurisprudenza, di merito e di legittimità, è pacifica nell’affermare come gravi sul creditore l’onere di provare con certezza l’incapienza del patrimonio societario, prima di procedere all’esecuzione nei confronti del socio: in particolare, il creditore deve provare di aver già esperito infruttuosamente l’azione esecutiva nei confronti della società, oppure, indipendentemente dall’azione esecutiva, deve comunque dimostrare l’inesistenza o l’insufficienza del patrimonio sociale ai fini del soddisfacimento totale o parziale del proprio credito (vedasi ex multis Cass. civ. Sez. lav., 03.03.2011, n. 5136, con cui la Suprema Corte ha chiarito che l’esito negativo di un pignoramento presso terzi dei diritti di una società in nome collettivo è inidoneo a far ritenere certa l’incapienza del patrimonio societario, ben potendo la società disporre di altri beni sufficienti a garantire il soddisfacimento del credito).
Peraltro, occorre precisare come il beneficio di escussione abbia un’efficacia limitata alla fase sola esecutiva e non impedisca dunque al creditore di agire verso il socio, in sede di cognizione, al fine di munirsi di uno specifico titolo esecutivo e/o di garanzie ipotecarie nei confronti di quest’ultimo.
Diversamente, qualora l’azione giudiziale sia stata esperita dal creditore nei soli confronti della società, l’eventuale sentenza di condanna costituisce valido titolo per l’esecuzione forzata anche nei confronti dei soci illimitatamente responsabili, previa escussione del patrimonio sociale come sopra esposta (sul punto, vedasi ex multis Cass. civ. Sez. I, 16/01/2009, n. 1040, “la sentenza di condanna pronunciata in un processo tra il creditore della società e una società di persone costituisce titolo esecutivo anche contro il socio illimitatamente responsabile, salvo, per questi, il beneficio della preventiva escussione del patrimonio sociale”). Volendo quindi trarre una conclusione, possiamo dire che per chi voglia avviare un’attività d’impresa o commerciale è più prudente l’adozione della forma della società di capitali -generalmente una s.r.l., società a responsabilità limitata – che, senza costi significativamente maggiori rispetto ad una società di persone, “blinda” però il patrimonio personale dei soci rendendolo inattaccabile dalle richieste dei creditori della società.
L’utilizzo della società di persone può invece restare valido e prudente nel caso di società che debbano solo amministrare un patrimonio, sia mobiliare che immobiliare, esclusa rigorosamente ogni attività commerciale ed imprenditoriale.

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Approfondimenti, Approfondimenti: Persona e proprietà immobiliare0 comments

di Stefano Commodo e Enrico Vallarolo

Tanto più Notaio, tanto meno Giudice”: con tali parole, già negli anni ’50, Francesco Carnelutti individuava la fuonzione essenziale del notaio, battezzandolo come uomo consultore”  e più ancora come “l’uomo di buona fede” che opera essenzialmente in funzione anti-processuale.
Una massima che, specialmente a partire dalla fine degli anni Sessanta, fu oggetto di numerosi studi ed approfondimenti tesi a costruire e celebrare la funzione di controllo sulla base dell’articolo 28 della Legge Notarile, scorgendo nell’attività del notaio una funzione dispiegata nell’interesse collettivo.
Il che sta a significare che quanto più il notaio fa bene il suo lavoro – e cioè accerta ed interpreta la volontà delle parti che concludono un contratto e redige in modo conforme alla legge e con chiarezza le relative clausole – tanto meno ci sarà bisogno di ricorrere al giudice (e cioè tanto minore è il rischio che l’atto notarile sia fonte di contenzioso).
Il Notaio dovrebbe dunque agire come una sorta di “guardiano del cancello della legalità”, che ammette alla circolazione giuridica, sotto la propria responsabilità, soltanto atti conformi alla legge, come del resto si legge nel sito del notariato ove si afferma che “il notaio deve svolgere per legge una serie di controlli di legalità preventivi, volti a garantire un contratto valido e inattaccabile nel tempo”. Tuttavia, ciò non sempre accade: e quando non accade, non è detto che il Notaio sia ritenuto responsabile!

Qualche giorno fa La Stampa ha riportato il caso di una vera e propria stangata rifilata ad un investitore, che ha visto sfumare nel nulla una bella somma e, insieme, la proprietà dell’immobile che pensava di avere acquistato.
Falsi proprietari, muniti di falsi documenti di identità, hanno ingannato non solo l’acquirente, ma anche il Notaio, proprio la figura professionale che, nell’immaginario collettivo, dovrebbe dare sicurezza alle transazioni garantite dal suo sigillo.
A questo punto il povero truffato, visto che la figura notarile dovrebbe garantire “…un contratto valido ed inattaccabile nel tempo” e visto che i lestofanti sono sempre nullatenenti, pensa di chiedere soddisfazione al notaio del danno subito, ma non è così facile ottenerne ristoro come, invece, si potrebbe pensare: la giurisprudenza è infatti molto favorevole per il ceto notarile e spesso le cause finiscono davvero male per il povero acquirente truffato, con una sentenza che conclude per l’inesistenza di ogni responsabilità a carico del pubblico ufficiale, perché a sua volta ritenuto non in grado di sventare una truffa di cui è a sua volta vittima.
A queste conclusioni è giunto il Tribunale di Torino, II° Sezione Civile, con una sentenza depositata lo scorso 20.1.2016 (e sostanzialmente riconfermata dalla Corte di Appello di Torino, con ordinanza in data 28.9.2016 ), che ha respinto la richiesta di risarcimento danni avanzata dal compratore nei confronti del notaio che stilò l’atto di una compravendita rivelatasi poi una truffa, consistita nello scambio di identità da parte di una terza persona (rimasta non identificata), perpetrata mediante falsificazione di un documento di identità utilizzato ed esibito al notaio stesso. Il Tribunale ha respinto le domande risarcitorie dell’acquirente truffato, mandando esente il Notaio da qualsivoglia responsabilità, ritenendo come ragionevolmente formato il di lui convincimento circa l’identità della parte venditrice sulla base di circostanze di fatto, vagliate dallo stesso pubblico ufficiale.
Può, pertanto, affermarsi che il notaio non è responsabile dei danni che taluno subisca per effetto dell’erronea identificazione delle parti o, più precisamente, della discordanza tra identità effettiva ed identità attestata, se l’identificazione sia il risultato di un convincimento di certezza raggiunto dal notaio anche al momento dell’attestazione sulla base di una pluralità di elementi che, comunque acquisiti, siano idonei a giustificarlo secondo regole di diligenza, prudenza e perizia professionale…”
Sulla base di tale presupposto, il Tribunale di Torino ha ritenuto “… impretendibile che la convinzione del notaio debba coincidere con una situazione di oggettiva certezza e verità, ma è richiesto che gli accertamenti sull’identità dell’attore siano scrupolosi ed accurati, approccio che non può limitarsi al mero controllo del documento di identità…”.
Questa sentenza, nell’assolvere un notaio dall’azione di responsabilità intentata nei suoi confronti da chi si è trovato con il classico “pugno di mosche” in mano, risulta però un boomerang che alla fine danneggia la figura ed il ruolo del notaio, svuotandone proprio la funzione di garante della transazione che da sempre, come dimostra anche il sito nazionale del notariato sopra richiamato, è stato il principale valore aggiunto che il notaio garantiva.
In pratica, dice il Tribunale: il notaio è tenuto ad una verifica formale dei documenti, in questo caso di identità, che gli vengono sottoposti e non è tenuto a particolari accertamenti e, quindi, neppure può essere responsabile di eventuali truffe culminate con il suo rogito. Il ruolo dei Notai, allora, non è più quello di garantire la certezza nei rapporti giuridici, né quello – sempre affermato – di farsi garanti della sicurezza transazionale operando con la diligenza più qualificata.
Prosegue infatti il Tribunale di Torino richiamando l’orientamento di Cassazione Civile n. 15424/2004, che afferma il principio secondo cui la certezza che deve avere il notaio sulla identità delle parti – e quindi del venditore per quanto riguarda gli interessi dell’acquirente – “…. non esprime una realtà ontologica necessariamente corrispondente all’identità vera ed è una convinzione raggiunta attraverso elementi anche estranei al rapporto interpersonale parte – notaio. Facendo riferimento al convincimento, la norma esclude una equiparazione tra certezza e verità, sicché prescinde dalla necessaria corrispondenza della persona comparsa innanzi al notaio a quella apparente indicata nell’atto. In sostanza, quando attesta di essere certo dell’identità delle parti il notaio esprime un convincimento che può anche non corrispondere alla realtà. Questo sistema flessibile realizza le esigenze dei traffici moderni in una visione dell’economia e dei mercati che supera addirittura l’ambito europeistico”.
In un quadro così “scivoloso” ai danni dell’acquirente, che la superficiale giurisprudenza ora citata vuole addirittura giustificare in forza di pretese “esigenze dei traffici moderni” – quando invece i moderni mezzi consentono una verifica molto più affidabile, rispetto anche solo a venti anni fa, sulla identità delle persone e della effettiva titolarità in capo a loro dei diritti oggetto di una transazione – cosa può fare chi vuole procedere ad un acquisto immobiliare o a rogare un qualsiasi tramite un notaio, per avere una adeguata sicurezza?
Il potenziale compratore deve dare al notaio – e la stessa attenzione devono aver tutti i professionisti, avvocati o agenti immobiliari, che assistono clienti in operazioni simili – un mandato in questi termini: Egregio notaio, Le conferisco il preciso incarico di verificare con certezza, intesa in senso ontologico, l’identità della parte venditrice Tizio, per accertare senza alcun dubbio che la persona fisica che si presenta come sig. Tizio sia in effetti quest’ultimo e che questi sia in effetti titolare dei diritti di cui vuole disporre a mio favore con l’atto che Le ho dato incarico di rogare”.
Unica soluzione alternativa è quella di ricorrere ad un avvocato che possa ottenere gli effetti desiderati dall’acquirente tramite un accertamento giudiziale, il che certamente mal si concilia con la velocità della “stangata” che si vuole evitare e che invece ben potrebbe essere posta in essere più agevolmente nell’ambito dell’atto notarile, ove le fasi finali si svolgono in pochissimo tempo.

Il danno da perdita di chance:
cos’è e come si prova

Approfondimenti, Approfondimenti: Risarcimento danni – Responsabilità civile, In evidenza0 comments

di Gino Domenico Arnone

Il risarcimento del danno da cd “perdita di chance” rappresenta un tema che oggi suscita molto interesse e che sempre più spesso è presente negli atti giudiziari. La giurisprudenza, nel tempo, ha difatti dotato di forma questa voce di danno inserendola piuttosto agilmente nel sistema della responsabilità civile.

Si tratta di un processo che si inserisce nel più generale fenomeno di spostamento in avanti dei confini del danno risarcibile, e che si è spinto fino al punto da riconoscere la risarcibilità a situazioni giuridiche non ancora esistenti ma solo attese.

Non è – la perdita di chance – tuttavia una semplice aspettativa di fatto, né un puro desiderio, bensì un’entità patrimoniale autonoma giuridicamente ed economicamente valutabile in ragione della perdita della possibilità di raggiungere il risultato utile sperato e concretamente raggiungibile.

Se si passasse quindi sui vetrini di un microscopio la perdita di chance ci si accorgerebbe di come essa non costituisca un esempio di sottrazione al patrimonio del danneggiato di una utilità già consolidata. Neppure su quegli stessi vetrini scorgeremmo un’ipotesi di un’utilità certa anche se solo nel breve o medio termine.

Vedremmo invece che chi vede sfumare una chance perde non un incremento patrimoniale ma la speranza di quell’incremento: non è una deminutio patrimonii ma è una deminutio spei; non è un perdita di patrimonio ma è la perdita della speranza di poterlo conseguire.

Volgendo lo sguardo quindi all’esegesi delle prassi giurisprudenziali occorre evidenziare come proprio recentemente la Terza Sezione (Corte di Cassazione, sez. III Civile, sentenza n. 6488/17; depositata il 14 marzo) abbia riassunto la giurisprudenza di legittimità per quel che concerne il danno da perdita di chance.

La Suprema Corte ha sancito come l’oggetto della perdita di chance è la concreta ed effettiva perdita di un’occasione favorevole di conseguire un determinato bene o vantaggio, in quanto tale costituente un’entità patrimoniale a sé stante, giuridicamente ed economicamente suscettibile di autonoma valutazione.

Si pensi all’impossibilità di partecipare ad un concorso perché il giorno dell’esame si rimane vittima di un incidente stradale ovvero perché al candidato non viene consegnata la lettera di convocazione, ovvero ancora al fatto che lesioni subite nel medesimo incidente non consentano più di praticare un determinato lavoro con i relativi avanzamenti di carriera.

Quanto ai criteri probatori, precisa la Cassazione, è onere del creditore danneggiato, che voglia richiedere il risarcimento di tali danni, dare la dimostrazione della realizzazione in concreto delle chance di ottenere il risultato auspicato e invece reso impossibile da una data condotta illecita.

La prova, essendo l’avveramento del fatto sperato mai avvenuto, può evidentemente essere fornita facendo ricorso alle presunzioni ed al criterio probabilistico, in particolare dimostrando, anche presuntivamente appunto, che il danno alla salute ha precluso l’accesso a situazioni di studio o di lavoro tali che, se realizzate, avrebbero fornito anche soltanto la possibilità di maggiori guadagni.

Ciò che bene precisare è che in caso di richiesta di risarcimento per la chance sfumata a causa dei postumi permanenti (ad es.) di un incidente stradale, il danno connesso ad esempio alla attività lavorativa futura, si configura come vero e proprio danno patrimoniale ed è quindi e differente ed aggiuntivo rispetto al danno alla salute, che ha natura di danno non patrimoniale e che come tale non può assorbire una posta di danno ontologicamente differente.

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