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Domande e risposte

Ultimo aggiornamento: 21 giugno 2012

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L’Avvocato Umberto Oliva interviene sul tema “lavoro – flessibilità”
(fonte: www.lastampa.it)

Precario nel pubblico impiego

D: Sono un precario del pubblico impiego dal 1996 (ex art.23), nel 2001, ottengo un contratto di diritto privato a tempo determinato (artt.12 e 12 L.R. 85/95) presso la Provincia Reg. di CT ed ho avuto continui rinnovi fino al 2010. C’è la possibilità di ottenere un contratto a tempo indeterminato? Grazie per la Sua cortese attenzione. Se ha necessita di ulteriori chiarimenti le lascio la mia email

R: Gentile lettore, Lei nel Suo quesito richiama una legge regionale siciliana, la L.R. 85/95, poi modificata da successivi interventi legislativi della Regione Sicilia.

Devo dire che tale norma riguarda in particolare la posizione dei c.d. “lavoratori socialmente utili”.

L’utilizzo da parte delle amministrazioni pubbliche di questa categoria di lavoratori, attraverso la stipulazione di “contratti di diritto privato a tempo determinato”, non determina l’instaurazione di un rapporto di lavoro subordinato pubblico, ma piuttosto di un rapporto giuridico di carattere previdenziale.

Si tratta, infatti, di un contratto stipulato dagli enti per offrire opportunità di lavoro a categorie svantaggiate – soggetti altrimenti inoccupati o disoccupati – e che mira a realizzare interessi di carattere generale.

La particolare natura di questi rapporti emerge anche dal trattamento economico spettante ai LSU, che non consiste in una vera e propria retribuzione, ma piuttosto in un emolumento fisso, non commisurato ex art.36 Cost. alla qualità e quantità del lavoro svolto.

Il contratto in questione potrà essere eventualmente soggetto a rinnovi, ma non potrà trasformarsi un contratto subordinato a tempo indeterminato con l’amministrazione pubblica.

Contratto a tempo determinato

D: Lavoro per un azienda della gdo. Dopo un tirocinio di sei mesi ho avuto 5 contratti diversi ma sempre a tempo determinato (con relative proroghe) , part-time con molte ore di straordinario, per un totale di 22 mesi .

La mia domanda è: quando potrò finalmente pretendere un assunzione a tempo indeterminato visto che per il punto vendita è comunque necessario personale ?

R: Una risposta precisa al suo quesito necessiterebbe di conoscere esattamente i diversi contratti e i tempi in cui si sono susseguiti, anche con riferimento ad eventuali interruzioni della prestazione lavorativa tra un contratto e l’altro. In via generale, posso dirLe che la legge sul contratto a tempo determinato (D.Lgs. 368/2001) prevede diverse ipotesi per quanto attiene alla proroga del contratto e ai rinnovi. Le espongo le più significative, augurandomi che possa trovare risposta al Suo caso specifico. La proroga : è ammessa una volta soltanto e a condizione che: a. il contratto iniziale prevedesse una durata non superiore ai 3 anni; b. la proroga avvenga con il consenso del lavoratore; c. la proroga sia richiesta da ragioni oggettive e per la stessa attività per cui era stato stipulato l’iniziale contratto di lavoro. In ogni caso il contratto a termine, prorogato, non può avere durata superiore ai 3 anni. Scadenza del termine e successione di contratti : A. se il contratto a termine prosegue dopo la scadenza (o iniziale del contratto o determinata dalla proroga) il datore di lavoro deve corrispondere una maggiorazione sulla retribuzione per i 10 gg. successivi alla scadenza pari al 20% della retribuzione e pari al 40% dall’11mo giorno; B. se il contratto, di durata non superiore a 6 mesi, prosegue dopo il 20° giorno o dopo il 30° negli altri casi, si considera a tempo indeterminato dalla scadenza dei termini; C. se il lavoratore viene riassunto a termine entro 10 giorni dalla scadenza del contratto precedente (di durata non superiore ai 6 mesi) oppure entro 20 gg. per contratto di durata superiore ai 6 mesi, il 2° contratto si considera a tempo indeterminato. Se le assunzioni a termine successive avvengono senza soluzione di continuità : il contratto si considera a tempo indeterminato sin dalla data di stipulazione del primo contratto. Se il rapporto, determinato dalla successione di più contratti tra le medesime parti e per lo svolgimento di mansioni equivalenti, supera i 36 mesi comprensivi di proroghe e rinnovi, indipendentemente dai periodi di interruzione tra un contratto e l’altro : il rapporto si considera a tempo indeterminato . Un ulteriore successivo contratto a termine può essere stipulato, in deroga, per una sola volta, purché la stipula avvenga presso la DPL e con l’assistenza di un rappresentante sindacale. La durata di questo ulteriore contratto è stabilita dalle organizzazioni sindacali di lavoratori e datori. Se non viene rispettata la procedura il nuovo contratto si considera a tempo indeterminato. Tenga infine presente che il lavoratore assunto a termine per uno o più contratti per più di 6 mesi ha diritto di precedenza nelle assunzioni a tempo indeterminato effettuate dal datore di lavoro nei 12 mesi successivi con riferimento alle mansioni già espletate in esecuzione dei rapporti a termine.

Precaria

D: Gent.le Avv.to, dal 15 Aprile del 2002 ad oggi , prima con CO.CO.CO. e poi con CO.PRO., si cela la mia attività di segretaria presso una società di ricerca. Per altro l’ultimo rinnovo di contratto porta la scritta di un progetto che non è mai partito. la scadenza naturale è per il 31 Dicembre. Vorrei sapere se rivolgendomi ad un sindacato o presso l’ispettorato del lavoro posso chiedere il riconoscimento della subordinazione e in tal caso subirei (come ritorsione) il blocco del contratto in essere? Cordiali saluti P.S.: al mio compagno è stato stoppato (per ritorsione) a Giugno dopo sette anni.

R: Per quanto mi dice, Lei ha senz’altro valide ragioni per chiedere in via giudiziale il riconoscimento della subordinazione, e quanto di conseguenza. Le ritorsioni non sono ovviamente da escludere, per quanto Lei possa avere dalla sua la legge. Nella mia esperienza posso dirLe che di solito queste vertenze, per una serie di ragioni facilmente immaginabili, finiscono con il pagamento di una somma da parte dell’azienda, e poi ognuno per la sua strada. Più di rado il lavoratore permane in azienda, finalmente con il giusto contratto.

Quale futuro per gli animatori turistici

D: Gent. Avv. Oliva, desidero sapere se un lavoratore per definizione stagionale come l’animatore turistico, che lavora per più anni con la stessa società, può avere dei diritti aggiuntivi, nel senso di vedere il suo contratto modificato in base all’anzianità di servizio maturato. Possibile che dopo 6 anni, nulla muti dal punto di vista legale nel rapporto lavoratore – azienda?

R: Dovrei sapere innanzitutto se, in questi anni, Le sue prestazioni sono state regolate da contratti di lavoro subordinato a tempo determinato oppure da contratti di collaborazione a progetto (come spesso avviene nel settore). Nel primo caso, Lei avrà quantomeno diritto a percepire la retribuzione congrua rispetto il livello di inquadramento. Quindi se negli anni i suoi incarichi sono andati via via aumentando in termini di professionalità e/o responsabilità, come posso immaginare, allora la risposta è positiva, nella misura in cui Le spetta un inquadramento ad un livello superiore. Nel secondo caso, invece, nulla in più Le spetta “di diritto”, in quanto nel lavoro autonomo, quale è considerato il lavoro a progetto, è pura teoria parlare di minimi salariali. Tutto è rimesso alla capacità (e forza) contrattuale del singolo.

Una co.co.co. … dipendente!

D: Oggi compio 12 anni di collaborazione! Nei primi anni avevo un contratto che veniva rinnovato di anno in anno, dopo la nascita (credo nel 2004) dei co.co.pro neanche più quello. Ora mi chiedo è normale per un azienda non assumere una persona dopo 12 anni in cui è stata trattata come una dipendente? O è sempre considerata una collaborazione prima occasionale e successivamente a progetto? A proposito sono responsabile (?) amministrativa (ci sono solo io) di una azienda del commercio. Il mio titolare non ha mai voluto assumermi, dice che costo troppo. Ed io o mi va bene così o…mi va bene cosi! E ho in più 27 anni lavorativi da dipendente INPS ed a luglio 2010 avrei potuto fare 40 anni lavorativi e andare in pensione tranquillamente. Secondo Lei cosa potrei fare?

R: Gentile signora, da quanto mi dice nella sua lettera, mi pare di comprendere che Lei da co.co.co. è passata direttamente al … lavoro in nero. E comunque, sia che Lei abbia oggi una qualche forma di contratto, sia che non abbia neanche quello, mi pare chiaro che Lei abbia ottime ragioni per lamentarsi. Si tratta di verificare nel concreto il modo in cui Lei rende le Sue prestazioni di lavoro : in altre parole, bisogna verificare, nei fatti, cosa Lei intende quando dice “trattata come una dipendente”. Dopo di che, se le cose stanno come dice Lei, non Le resta che rivolgersi ad un legale, o un sindacato, o allo stesso Ispettorato del lavoro e rivendicare i suoi diritti.

Tasse e precariato

D: Ma se un assunto all’azienda costa 2 e al povero assunto arriva solo 1, e il 50 per cento è in tasse, allora è ovvio che se si può scegliere si fanno contratti di collaborazione. C’è una via di fuga (o di rinascita?ne del cortile? Possiamo avere qualche appiglio? Un lettore

R: La differenza di costo azienda tra un subordinato e un coordinatore non è nelle tasse sul reddito, ma nei contributi e nel trattamento retributivo. Infatti, su mille euro di stipendio netti di un operaio metalmeccanico di un’impresa con meno di 15 dipendenti, mentre l’IRPEF netta non cambia di nulla, i contributi totali sono del 40,97% (di cui 9,19% a carico lavoratore); nel caso di un collaboratore invece il carico contributivo scende al 25,72% (di cui 8,57% a carico lavoratore). Soprattutto però ad un co.co.pro. non vengono pagate la 13ma , il TFR, i permessi, eccetera. La via di fuga il mercato del lavoro l’ha già trovata, e sono proprio i contratti di collaborazione, che non hanno altra reale ragion d’essere se non quella di risparmiare sui contributi ed evitare le strettoie delle regole del lavoro subordinato. La rinascita non può che essere una riforma del lavoro dipendente. Posto che non è pensabile concretamente una riduzione significativa del costo contributivo, non resta che intervenire sul fronte delle regole. Essere un lavoratore subordinato a tempo indeterminato deve ritornare ad essere la normalità per tutti i lavoratori . Ma per raggiungere questo obiettivo bisogna mettere in conto che tutti devono pagare un prezzo : le imprese, i lavoratori, lo Stato.

Insegnante

D: Sono entrato di ruolo quest’anno, nella scuola. Quest’anno è l’anno di prova. Tuttavia, a causa di un ricorso promosso dall’Anief, alcune persone mi scavalcherebbero in graduatoria. Le chiedo perciò: 1) Rischio la revoca del posto indeterminato? 2) Qualora, per disgrazia, il mio contratto fosse revocato, potrei fare un ricorso per difendere il mio lavoro?

R: Effettivamente, l’accoglimento di un ricorso amministrativo per impugnativa di graduatoria potrebbe comportare la perdita del posto, dovendo il Ministero adeguarsi alla decisione del Giudice. A questo punto, non resta che sperare in un intervento legislativo “tampone”, che sani la situazione. Diversamente, non Le resterebbe che l’azione verso l’Amministrazione per ottenere il risarcimento dei danni. Tenga presente infine che Lei, quale contro interessato, ha diritto ad essere chiamato nel Giudizio, al fine di far valere le proprie ragioni.

Co.co.pro per sempre?

D: Vorrei denunciare la mia situazione che penso sia comune a molte altre persone precarie: Lavoro ormai stabilmente con contratto a progetto da circa 3 anni in un call center di Torino e mi occupo di recupero crediti per una importante società nazionale. Non ho mutua,ferie,tredicesima,permessi e chi più ne ha più ne metta…Se lavoro guadagno,altrimenti niente! Però le spese come fitto bollette ecc. ci sono sempre come sappiamo tutti e non vanno in ferie.. Il salario che percepisco naturalmente non è dignitoso in quanto viene applicata la paga di un secondo livello dei call center. E’ palese che il mio lavoro in realtà è subordinato, in quanto non vi è alcun progetto o collaborazione,però il datore di lavoro non vuole mai affrontare questo tema. Il precedente governo di Prodi aveva cercato di affrontare questo problema con la “Circolare Damiano” e aveva fatto fronte con una graduale stabilizzazione,ma poi è caduto e noi siamo rimasti ancora precari. I sindacati latitano,forse perché ormai servi del sistema.. Chiedo a lei un consiglio,anche perché sono molto sconcertato da tutto ciò. Cosa dovrei fare? Attendere ancora? fare vertenza? O cosa?

R: Si consulti con un legale che verifichi per bene il suo caso e le prove a sua disposizione. E poi, se del caso, faccia causa. Meglio ancora se insieme ad altri colleghi nella sua condizione.

Assegno di disoccupazione e contratti occasionali

D: Attualmente sto percependo l’assegno di disoccupazione ma mi è stata proposta una collaborazione occasionale che mi porterebbe una modesta entrata (circa 1000 euro). Posso effettuarla senza perdere l’assegno di disoccupazione. All’Inps mi hanno detto che automaticamente, una volta prestata la collaborazione, dovrei perdere l’assegno.

R: Di regola, se interviene una nuova occupazione (autonoma o subordinata) durante il periodo di godimento dell’indennità, il lavoratore è tenuto a comunicarlo all’Istituto, nella sede competente per territorio, entro cinque giorni, attraverso il modello DS. 56 bis. Il reperimento di nuovo lavoro (di qualunque tipologia) dà luogo alla sospensione del trattamento di disoccupazione. A questa rigida regola sembra sfuggire solo il caso in cui l’opera sia prestata per non più di cinque giornate di lavoro consecutive, in base ad una vecchia norma amministrativa risalente addirittura al 1954..

Progetto

D: Una volta che il contratto a collaborazione coordinata e continuativa viene rinnovato, c’è un aumento del corrispettivo economico? è possibile chiederlo?

R: Non è previsto da alcuna norma il diritto ad un aumento del compenso in caso di rinnovo del contratto di collaborazione, per quanto sia senz’altro possibile chiederlo.

Perchè?

D: Perché le aziende preferiscono i contratti a progetti nelle loro varie forme e declinazioni, piuttosto che i contratti a tempo? Quali clausole cambiano?

R: Per molte ed evidenti ragioni. Intanto un collaboratore è (in teoria) un lavoratore autonomo e non un dipendente. Quindi vuol dire che non ha praticamente nessuno dei diritti che un dipendente normalmente ha, a partire dalla tutela in materia in licenziamenti, e via discorrendo. Poi vi sono i costi, decisamente inferiori, circa il 20-25% in meno.

Lavoro a progetto

D: Buongiorno Avvocato. Mi presento. Mi chiamo Lancia Arnaldo. Ho 37 anni e Le scrivo da Milano. Vorrei porre alla Sua attenzione la mia problematica. Dopo diversi lavori svolti a Roma. da un anno e mezzo mi sono trasferito a Milano, dove lavoro in una Società d’Informatica, con contratto a progetto. Percepisco una retribuzione di circa 1000 Euro, pagati dopo 40 giorni lavorativi. Vorrei cortesemente sapere se questa periodicità è normale per una Società di Milano. Inoltre, dopo diversi contratti a Progetto e uno Subordinato, che futuro mi devo aspettare, secondo Lei? La mia Società di Milano, mi ha quasi promesso, un contratto a Tempo Determinato. Secondo Lei, potrò pensare a mettere su Famiglia, oppure è ancora presto? Per motivi di lavoro non potrò seguire il Suo incontro.

R: Caro lettore, Lei mi pone delle domande difficili. Posso solo dirLe che mettere su famiglia a 37 anni non è certo presto; per altro, con mille euro di stipendio e un contratto a progetto in mano, è un grande gesto di amore! A parte questo, il pagamento “a 40 giorni” non è sicuramente usuale, anche se, in teoria, non è vietato dalla legge (per la quale Lei potrebbe benissimo essere pagato anche in unica soluzione alla realizzazione del … progetto). Circa il contratto a tempo determinato che Le hanno prospettato, posso dirLe che se esso ha per oggetto le stesse mansioni da Lei già svolte come collaboratore da rendersi negli stessi termini attuali, ebbene esso costituisce una implicita confessione che Lei non era un collaboratore ma un dipendente. Sarà quindi molto utile per Lei se un domani decidesse di intentare causa alla Sua azienda.

Co.co.co.

D: Al termine della mia collaborazione per il 2009,avendo lavorato con lo stesso tipo di contratto anche nel 2008,e viste le nuove norme del sussidio disoccupazione,potrò quest’anno far valere questo diritto?

R: Ai sensi dell’art.19 comma 2 della legge n.2/2009 anche i lavoratori a progetto e i co.co.co. in genere hanno ora diritto di percepire una forma di sussidio di disoccupazione. Esso tuttavia è previsto solo “in via sperimentale per il triennio 2009-2011”; il suo riconoscimento è sottoposto a ben precise condizioni (disoccupazione per fine lavoro, monocommittenza, limite reddituale, numero di mensilità contributive minimo effettivamente accreditate, ecc); il suo ammontare è limitato, consistendo in una erogazione “una tantum” di importo pari al 20% del reddito percepito l’anno precedente…

Diritti per i genitori

D: buongiorno, volevo farle una domanda: ma se la mamma ha una collaborazione a progetto, quindi direi flessibile, ma che vuole anche dire mesi senza stipendio, e il papà è invece assunto con un contratto a tempo determinato il padre ha comunque diritto a dei giorni in caso di malattia dei figli?

R: Il lavoratore a progetto non ha diritto al congedo per malattia del figlio. Il lavoratore subordinato invece sì, anche se a tempo determinato. Ai sensi degli artt. 47 e 48, Dlgs 151/01, il genitore ha diritto, per i primi tre anni di vita del figlio, a congedi di pari durata della malattia del figlio; tra i 3 e gli 8 anni, invece, il genitore ha diritto a 5 giorni di permesso all’anno (anno di vita del bambino e non anno solare). Tale diritto spetta ad un genitore anche quando l’altro genitore non ne può usufruire (come nel caso in esame).Il periodo di malattia del figlio va accertato con certificato medico proveniente da specialista del SSN, o specialista convenzionato. I periodi di congedo per la malattia del figlio (che non sono retribuiti) sono computati nell’anzianità di servizio, esclusi gli effetti relativi alle ferie e alla tredicesima mensilità o alla gratifica natalizia. Solitamente i CCNL prevedono che il lavoratore a tempo determinato, mediante certificazione sostitutiva di notorietà, dichiari di non aver usufruito dei periodo di congedo presso altro datore di lavoro nell’anno in corso, oppure quantifichi il periodo di congedo di cui abbia già usufruito. Sarà comunque opportuno verificare se, nel CCNL applicato nel contratto di lavoro di suo marito, vi siano disposizioni particolari in materia.

Co.co.pro. e tour operator

D: Scusate, ma è legale assumere i ragazzi dei villaggi turistici (animatori, addetti alle escursioni e alla boutique) con contratti “Co. co. pro.” firmati sul luogo (estero) al termine della stagione (senza possibilità di variazione periodo! che chiamano “dimissioni”) e quando vengono retribuiti (poco!)? Perché non assumerli con contratto “a tempo determinato” visto le 20 ore circa che fanno? Sono senza disoccupazione…

R: Detta così, non è legale. Intanto, bisognerebbe verificare che questi giovani siano veramente dei lavoratori autonomi (quali, in teoria, sono i lavoratori a progetto) e non piuttosto dei lavoratori subordinati (ad esempio, in Francia, tutti i GEO sono dei subordinati. E mi risulta che il lavoro sia lo stesso); poi, il contratto a progetto deve essere sottoscritto all’inizio della prestazione, e non alla fine; in tale contesto, parlare di dimissioni non sembra abbia molto senso, posto che tali contratti a progetto immagino che sicuramente avranno una scadenza predeterminata; che la firma poi avvenga in territorio straniero, la circostanza può non essere di per sé rilevante, se il committente è società di diritto italiano. Diverso invece il caso in cui il committente diventasse una società straniera. In questo caso, si porrebbero seri problemi di giurisdizione e di legge applicabile.

Contributi pensionistici

D: Salve, vorrei sapere la differenza di trattamento pensionistico tra un dipendente metalmeccanico con 1000 euro netti al mese e un equivalente precario. Qual è il costo totale per l’azienda in entrambi i casi?

Chiedo questo perché in busta paga non mi sembrano chiari i costi per l’azienda

R: Se ho ben capito la Sua domanda, Lei mi chiede : a parità di stipendio netto, quanto costa all’azienda un operaio metalmeccanico, diciamo così, normale, e quanto invece un precario?
Intendiamoci ora sul significato di precario. Se Lei per tale mi indica un lavoratore a tempo determinato, posso dirle che il costo azienda è esattamente il medesimo. Se Lei invece per precario intende un somministrato (interinale), allora il costo azienda è circa il 15% in più (ci sono i costi dell’Agenzia). Se invece il precario è un collaboratore a progetto (anche se tale figura contrattuale difficilmente si attaglia ad una mansione tipica di operaio metalmeccanico), allora il costo azienda è circa il 23% in meno.

Più precisamente, il costo azienda annuale di un dipendente con €. 1000,00 netti di stipendio è di circa €. 22.500,00 mentre per analogo trattamento di un co.co.pro. il costo annuo è di circa €. 17.500,00.

Analogamente dal punto di vista del trattamento pensionistico: a parità di requisiti, non vi sono differenze tra un lavoratore che ha inanellato una serie di contratti a termine (anche di lavoro somministrato) ed un altro che magari ha sempre lavorato nella stessa impresa. Completamente diverso invece il trattamento di un lavoratore a progetto (che quindi ha sempre versato al Fondo di Gestione Separata INPS) rispetto ad uno subordinato. Anche se non vi sono ancora, per una mera questione temporale, i pensionati co.co.co. , le proiezioni parlano di un trattamento pensionistico veramente modesto, di gran lunga inferiore a quello del lavoro subordinato, grosso modo il 50% in meno.

Progetto

D: Gentile avv., da qualche mese sto lavorando in un’azienda di commercio dove avevo un contratto a progetto legato al lancio di un prodotto. Ora mi sto seguendo anche l’evoluzione del progetto (attività secondo me diversa dalla precedente), ma mi è stato semplicemente proposto il prolungamento del periodo senza aumento di stipendio perché mi si dice che è sempre lo stesso prodotto. E’ una situazione normale?

R: Per dare una risposta corretta alla Sua domanda bisognerebbe vedere come è stato formulato il Suo contratto. In particolare, esaminare i termini in cui è stato descritto il progetto e come è stata disciplinata la questione della durata del contratto. In ogni caso però la questione dell’aumento di stipendio non si pone. Infatti le soluzioni potrebbero essere solo due: o il contratto deve ritenersi concluso, e quindi la nuova fase di lavoro da Lei indicata (l’evoluzione del progetto) dovrà essere oggetto di discussione di un eventuale nuovo contratto, dove Lei sarà libero di chiedere il trattamento economico che ritiene; oppure, se il contratto non può ritenersi concluso, esso continua a valere, anche per le condizioni economiche già concordate.

Co.co.pro.

D: i contratti di questo tipo quante volte sono rinnovabili dalla stessa azienda?

R: Intendiamoci. Se per rinnovare Lei intende “prolungare la durata” (alias: la scadenza) del medesimo contratto, questo, in linea di massima, non dovrebbe avvenire. Se invece Lei intende “sottoscrivere un nuovo contratto” ciò può avvenire, in teoria, infinite volte, se il “progetto” cambia. Se invece l’oggetto della prestazione rimane il medesimo, allora devono iniziare a sorgere dubbi sulla “genuinità” del contratto di lavoro. Tenga presente che il D.Lgs n.276/03 (meglio noto come “Legge Biagi”) dice soltanto che i contratti a progetto “si risolvono al momento della realizzazione del progetto o del programma o della fase di esso che ne costituisce l’oggetto”, mentre nulla prevede di esplicito in materia di “rinnovi”, per cui la loro legittimità andrebbe vista caso per caso.

Assunzione

D: Buongiorno, ho lavorato in un’azienda di servizi (telecomunicazioni) per 4 mesi come stage e 6 come contratto a progetto. Ora mi chiedo: l’azienda non è tenuta a offrirmi un’assunzione?

R: L’azienda non è tenuta in alcun modo ad offrirle un’assunzione. A meno che i contratti da Lei sottoscritti per questi dieci mesi di lavoro non fossero “genuini”, cioè mascherassero, sotto forme contrattuali diverse, una realtà di lavoro subordinato. In tal caso, Lei potrà chiedere al Giudice del Lavoro di riconoscere l’esistenza di tale tipo di contratto di lavoro, che diventerebbe automaticamente a tempo indeterminato..

Nessun impegno dal prestatore d’opera

D: Quando ero dipendente stabile avevo un senso del dovere e una professionalità ma anche una libertà mentale che mi permetteva di poter operare con progetti anche a lungo termine con un conseguente perfezionamento a ondate dei lavori svolti. In pratica facevo quello che serviva di facciata senza preoccuparmi se avevo usato dei trucchetti per arrivare al fine perché sapevo che avevo poi tempo di perfezionarlo in un secondo tempo testandolo e ottimizzandolo. Oggi che sono precario il mio lavoro da informatico (tecnico+analista+programmatore+grafico+vari) lo faccio in modo più grezzo e molto meno produttivo. Per esempio. Non mi preoccupo più se le routine di elaborazione dei dati che ho fatto nell’azienda X domani non funzioneranno più, questo perché non posso monitorarle e raffinarle, vorrà dire che quando capiterà, se sarò ancora disponibile, mi chiameranno e se accetteranno le mie condizioni bene altrimenti che si dissanguino con altri informatici. Non mi preoccupo più dell’etica perché loro usano me e io ho imparato ad usare loro. In fin dei conti lo ha voluto il sistema no?! L’azienda non mi sposa? io non sposo l’azienda! semplice!

R: Non posso darle torto: precario io, precario tu. L’etica del lavoro difficilmente può sopravvivere in un contesto del genere, quello che Lei descrive è uno dei tanti effetti perversi della precarietà. Le imprese serie lo sanno, e cercano di evitarlo il più possibile. Quelle che se ne fregano sanno di poter scaricare il problema su altri: chi verrà dopo, di solito. Ma alla fine, a pagarne le spese, sono soprattutto i clienti.

Precariato ed età pensionabile

D: Mi ha sempre fatto riflettere una contraddizione di fondo. Da una parte si pretende una riforma del sistema pensionistico e un elevamento dell’ età pensionabile, dall’ altra parte la flessibilità e il precariato impediscono di fatto una continuità lavorativa e quindi non garantiscono gli anni e i contributi necessari per arrivare alla pensione.

R: E’ assolutamente vero quello che Lei dice. Ma il problema è sempre lo stesso: questo sistema di leggi ha creato lavoratori di serie A e lavoratori di Serie B. Anche in pensione.

C’è una statistica?

D: riguardo alla percentuale di precari nelle famiglie in cui vi è presenza di un prelato, politico , dirigente statale o manager , sindacalista.

R: Non mi risulta una statistica in tal senso. Tuttavia la sua domanda, simpaticamente provocatoria, mi offre l’occasione per provare a fare qualche numero. Su una popolazione lavorativa di circa 22 milioni di persone, i precari (intendendo per tali lavoratori a termine di tutti i generi, collaboratori continuativi e occasionali, autonomi con partita IVA ma di fatto in posizione di dipendenza) dovrebbero essere circa 4 milioni. Poi ci sono i lavoratori che godono per intero dei benefici dello Statuto dei Lavoratori, che sono circa 9 milioni (di cui 3,6 milioni sono dipendenti pubblici). In mezzo, tutti gli altri, disoccupati compresi. E per quanto riguarda i raccomandati, non si preoccupi: loro, anche se precari, se la cavano sempre.

Contributi

D: il datore di lavoro paga i contributi previdenziali nella borsa di dottorando?

R: Mi risulta che la borsa di studio del dottorato sia soggetta al versamento dei contributi previdenziali presso il Fondo di gestione separata INPS (quello dei co.co.co., per intenderci). Tali contributi sono per 2/3 a carico dell’Ateneo e per 1/3 a carico del borsista.

Flessibilità?

D: Vorrei capire che significato dare al termine “flessibilità” nell’ambito del sistema. Flessibile significa che dovrei accettare di lavorare 3 mesi e “poi si vede”? Il direttore della mia banca non è “flessibile”: ieri ho chiesto un prestito di 500 euro e me lo ha negato perché ho un contratto a 3 mesi. La domanda è: chi continua a chiedere flessibilità si rende conto che, nel contesto generale, sta chiedendo solo di piegare la testa ad un ricatto ben congeniato? La divisione del mondo del lavoro in ricattati (ai quali viene applicata la legge Biagi) e privilegiati (contratto regolare), non crede rappresenti una incivile spaccatura? un lettore

R: Caro lettore, mi fa molto piacere la Sua domanda. Perché vede, il punto non è (solo) la Legge Biagi : se vuole, a questa può aggiungerne decine di altre che producono gli stessi effetti di “ricatto” che Lei lamenta. Il punto vero è l’altro, che Lei indica: e cioè che in Italia esistono due categorie di lavoratori. Quelli di serie A (sempre di meno), che hanno un contratto di lavoro a tempo indeterminato, hanno un campo di diritti e doveri ben preciso, godono della tutela dell’art.18 in materia di licenziamento, hanno diritti sindacali pieni, hanno accesso a CIG Straordinaria e mobilità, e quant’altro. Poi ci sono quelli di serie B (sempre di più), che hanno contratti i più disparati : apprendisti (persino ad età in cui da tempo si dovrebbe badare ai figlioli), somministrati –che termine odioso!- e poi a termine, a progetto, stagisti, eccetera, fino ad arrivare alle pseudo-partite IVA, i messi peggio di tutti. Tutti accomunati dal “ricatto”, come dice Lei : della precarietà, dell’incertezza, di ambigui diritti/doveri, della mancanza di tutele, di ammortizzatori sociali miseri se non assenti. Questa non è solo una “incivile spaccatura”, è una “odiosa ingiustizia”. A questo enorme problema sociale esiste una sola soluzione : ridurre i benefici di pochi e aumentare quelli di molti, uniformandoli, perché un lavoratore è sempre un lavoratore. In molti ci hanno provato, per il vero: ma nessuno ancora ci è riuscito.