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L’opera di Gian Pietro Chironi

Ultimo aggiornamento: 21 dicembre 2013

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È stato un vero piacere per il nostro Studio accettare la proposta delle Edizioni Scientifiche Italiane di collaborare alla ristampa dell’importante opera di Gian Pietro Chironi “La colpa nel diritto civile odierno (colpa contrattuale ed extracontrattuale)“.

Gian Pietro Chironi rappresenta infatti una pietra miliare nella elaborazione giuridica intorno alla responsabilità sia contrattuale che extra contrattuale, restando un punto di riferimento non solo per il risultato dei suoi studi ma soprattutto per l’approccio metodologico seguito nel proprio lavoro e per la evidente attenzione umana, prima ancora che professionale, alle vicende di tutela della parte debole, senza alcuna deriva ideologica ma con salda visione d’insieme e con pieno rispetto dell’imparzialità verso i diversi titolari di diritti.

È questo l’aspetto che ci ha maggiormente motivati nel partecipare alla ristampa dell’opera di Gian Pietro Chironi, proprio per il suo coincidere con il nostro quotidiano operare e con la concreta la “mission” del nostro Studio,  perché di tutta evidenza il particolare frangente storico che stiamo vivendo ci fa rilevare il rischio di quella che sembra un’eclisse di attenzione verso la tutela dei diritti, a favore dell’obiettivo di un malinteso efficientismo della macchina giudiziaria, magari attraverso l’ambigua riflessione sul diritto ad un processo adeguatamente breve, ma con il vero effetto,  attraverso meccanismi barocchi ed inefficienti, di favorire infine evidenti “poteri forti”, disincentivando il ricorso alla giustizia, il cui senso stesso si va progressivamente disperdendo e appannando nel tessuto sociale.

La citazione che nella sua introduzione il Prof. Roberto Calvo fa di Karl Salomo Zachariae, ci ricorda come lo stesso autore in una colta riflessione sull’opera del grande giurista tedesco ne riporti la sollecitazione ai legislatori di ogni tempo, affermando che “La creatività del politico deve essere raffinata dalla conoscenza del sistema nel suo complesso. In questo campo l’intuizione deve essere abbinata al senso geometrico. Abbandonare il metodo significa tradire il compito del politico, che è chiamato a governare il bene comune e non già a scompigliare (per scelta o greve ignoranza) le istituzioni assecondando le brame dei più forti o dei gruppi più organizzati” (K.S. Zachariae, La scienza della legislazione, a cura di R. Calvo, pag. IX, ESI editore).

E’ proprio Karl Solomo Zachariae a sottolineare che “…lo scopo della legge, è il rispetto della legge. La legge è conforme al suo oggetto ove risvegli nei medesimi (cittadini) detto sentimento; ciò in quanto impone osservanza assoluta portando dunque in sé il carattere del sublime. Il mezzo per definire l’accennato carattere è la semplicità nell’espressione. Ogni tipo di ornamento oratorio appare perciò inconciliabile con la solennità delle legge. La legge simboleggia il modo di esprimersi della ragione. Così come la ragione, la legge può e deve già solo per questo motivo infiammare i cuori dell’uomo, ricordandogli che mentre pone determinati vincoli alla sua libertà, allo stesso tempo proclama la sua dignità in quanto essere libero” (K.S.Zachariae, op. cit. pag. 107).

Se riferiamo i forti suggerimenti di Zachariae e di Calvo alle odierne tecniche legislative c’è da farsi prendere dallo sconforto, per l’assoluta mancanza del senso geometrico e della visione complessiva, né ci interessa se ciò deriva da “scelta o greve ignoranza”, dovendo invece rilevare che l’effetto è la completa assenza di autorevolezza della legge presso il cittadino, che spesso ne deve pure cogliere l’irragionevolezza, scivolando così il cittadino nel senso di abbandono e di crisi del rapporto con l’auctoritas, che è l’inizio di ogni illegalità.

Come è difficile oggi dire “La legge del Signore è perfetta, rinfranca l’anima …rende saggio il semplice” (Salmo 18)! Preziosa è quindi la lettura di un’opera come quella di Chironi che, prima ancora che per le tesi infine affermate, affascina per il metodo seguito e per la passione che ne trasuda, insegnando sia all’accademico che all’avvocato come il giurista deve guidare la sua costante opera di ricerca: di ricerca infatti si tratta, poiché i diritti non si inventano ma “si scoprono” in quanto naturalmente propri della persona e quindi, come tali,  pienamente debbono essere riconosciuti e tutelati.

Tra i tanti importanti profili dell’opera di Chironi, uno fondamentale per comprendere la sua attenzione alla tutela equilibrata e ragionevole dei diritti in confronto, rimane quello dedicato alla riflessione intorno la colpa professionale, in particolare sulla responsabilità del medico: su tale aspetto Chironi traccia una linea che si è sviluppata e consolidata nel corso degli ultimi decenni giungendo progressivamente al sostanziale superamento della dicotomia tra obbligazione di mezzi o di risultato, che notoriamente creava una forte asimmetria tra paziente e professionista, mettendo il primo in una situazione di sostanziale debolezza difensiva.

Ad ulteriore conforto dell’equilibrio processuale si è poi consolidata la nota giurisprudenza sulla “vicinanza della prova”, che parte proprio dalla sollecitazione di Chironi all’indagine fattuale da cui era facile rilevare che chi usufruisce di un  rapporto ma non lo gestisce (cliente/paziente/correntista/investitore, ecc) rimane escluso dalla formazione della relativa documentazione e quindi risulterebbe ingiustamente penalizzato da eventuale carenze della stessa che invece dovrà penalizzare esclusivamente chi si doveva occupare della sua corretta tenuta.

E’ quindi evidente che il diritto nella dialettica tra accademia e prassi si affina in continuazione, avendo quello stesso obiettivo indicato da Ulpiano: “qualcuno, meritatamente, potrebbe chiamarci i sacerdoti del diritto: infatti, coltiviamo la giustizia e professiamo la conoscenza del buono e dell’equo separando l’equo dall’iniquo, discernendo il lecito dall’illecito…

In scenari globali, in cui dobbiamo confrontarci con legislazioni nazionali, comunitarie e internazionali, l’opera di Gian Pietro Chironi rimane quindi roccia solida su  cui poggiare per seguire il filo rosso della tutela dei diritti, in particolare nella prospettiva della responsabilità civile, magari superando – come infatti sta avvenendo – la sua chiusura rispetto al riconoscimento del danno non patrimoniale in ambito di responsabilità contrattuale, perché è chiaro che in quanto roccia l’insegnamento del Chironi sarà sempre una buona base di partenza per nuovi approfondimenti, ma non diventerà mai zavorra che possa impedirli.

E’ proprio a confronto della profondità ed articolazione della riflessione di Chironi che risultano rozzi e deprimenti i tentativi del nostro legislatore, cui prima abbiamo solo fatto cenno, di limitare la capacità di tutela della persona. Ci riferiamo certo alla creazione di filtri finalizzati alla affermata volontà di deflazionare il carico giudiziario, come la mediazione: ostacolo costoso alla tutela, inutile nella pratica  in quanto mal coordinata con la nostra cultura giuridica e con il nostro sistema processuale; significativamente subito sanzionata, infatti, dalla Corte Costituzionale.

Ma ci riferiamo anche ad una cultura complessiva, che vede la tutela dei diritti come un lusso che il sistema non può più permettersi, come evidenzia il progetto di limitare addirittura la richiesta risarcitoria in campo medico ai casi di dolo o colpa grave, con definitiva lesione dei diritti costituzionalmente garantiti e con l’ulteriore inquietante prospettiva che il nostro legislatore non si limita a “ridurre” i diritti, ma pretende – facciamo tutti attenzione – di “pesare e quantificare” quelli residuali, espropriando in pratica la magistratura del potere di giudicare attraverso la prudente ma completa valutazione degli elementi di fatto delle diverse fattispecie.

Ben vero che una chiara posizione di Gian Pietro Chironi è nel senso di limitare l’uso dell’equità da parte del giudice, affinché resti dentro gli spazi ben definiti dalla legge. Ma il rischio oggi in atto è che il legislatore cada nella tentazione di ogni potere, invadendo le prerogative della magistratura, dettando norme come quelle recentemente adottate nel nostro Paese che di fatto hanno delegittimato il lavoro delle corti di definizione dei parametri risarcitori, tra l’altro nel momento in cui la Corte di Cassazione (III Sez. 7 giugno 2011 n. 12408) decideva una loro uniforma applicazione a livello nazionale.

Queste brevi riflessioni possono aiutare a capire perché noi, che riteniamo di rappresentare la grande platea degli avvocati quotidianamente impegnati nel dare risposte alle molteplici richieste di tutela, non possiamo che essere fieri di riproporre agli operatori del diritto ed agli studenti la figura di un vero scienziato della giustizia, un osservatore attento che non è mai mancato ad una visione di insieme delle esigenze sociali del suo momento storico, sapendo indicare come conciliare le molteplici condizioni della parte lesa con l’esigenza di efficienza del sistema, senza mai perdere l’obiettivo di un’adeguata razionalizzazione dell’antinomia tra interessi antagonistici.

Che sia la buona lettura che aiuti il giurista di oggi a rispondere al “suum cuique tribuere”, ricordandogli a tener presente che il senso stesso del suo esistere si ritrova nel saper conciliare la domanda di giustizia con i valori fondamentali della persona, che per noi non possono che essere quelli saggiamente riconosciuti dalla nostra carta costituzionale .

Renato AMBROSIO                             Stefano COMMODO
(Visualizza la locandina del convegno tenutosi presso l’Università di Torino il 29/11/2013)