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Assegno di mantenimento in favore del coniuge in occasione della separazione

Ultimo aggiornamento: 25 giugno 2012

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a cura degli Avv.ti Sara Commodo e Chiara Imerone

L’assegno di mantenimento è un istituto previsto dal Codice civile all’articolo 156, secondo cui “il giudice, pronunziando la separazione, stabilisce a carico del coniuge cui non sia addebitabile la separazione, il diritto di ricevere dall’altro coniuge quanto è necessario al suo mantenimento, qualora egli non abbia adeguati redditi propri“.
Durante la separazione non viene infatti meno il vincolo di solidarietà morale e materiale che lega i coniugi.

Presupposti che devono concorrere affinché il giudice si determini a concedere l’assegno di mantenimento, essi sono tre (Cass. Civ. 12.12.2003 n. 19042; Cass. Civ. 18.09.2003 n. 13747; Cass. Civ. 08.08.2003 n. 11965; Cass. Civ. 19.03.2003 n. 4039):

  • la non addebitabilità della separazione al coniuge nel cui favore viene disposto il mantenimento;
  • la mancanza per il beneficiario di adeguati redditi propri;
  • la sussistenza di una disparità economica tra i due coniugi.

Per reddito si intende non solo il denaro di cui il coniuge disponga ma anche altre utilità differenti dal denaro, purché economicamente valutabili (Cass. Civ. 03.10.2005 n. 19291; Cass. Civ. 06.05.1998 n. 4543; Cass. Civ. 30.01.1992, n. 961). Si dovrà tener conto dei beni immobili (sia del valore commerciale che di quello locatizio); dei crediti di cui il coniuge obbligato sia ancora titolare; dei risparmi investiti o produttivi; della disponibilità della casa coniugale (cfr.Cass. Civ. 29.11.1990 n. 11523; Cass. Civ. 20.02.1986 n. 1032, Cass. Civ. 14.08.1997 n. 7630; Cass. Civ. 04.04.1998 n. 3490).

E’ invece difficile trovare un parametro in base al quale valutare l’inadeguatezza dei redditi propri di un coniuge.
Per molto tempo si è ritenuto che il fondamento per l’erogazione dell’assegno di mantenimento fosse la necessità di assicurare al coniuge beneficiario un tenore di vita pari o almeno simile a quello che possedeva in costanza di matrimonio.

Peraltro a fronte della separazione si registra una duplicazione di spese che rendono di fatto difficile il mantenimento del medesimo tenore di vita che si aveva in regime di comunione.

La giurisprudenza, in tempi recenti, ha provveduto a individuare un parametro di riferimento sicuramente più corretto; “il giudice di merito deve anzitutto accertare il tenore di vita dei coniugi durante il matrimonio, per poi verificare se i mezzi economici a disposizione del coniuge gli permettano di conservarlo indipendentemente dalla percezione di detto assegno e, in caso di esito negativo di questo esame, deve procedere alla valutazione comparativa dei mezzi economici a disposizione di ciascun coniuge al momento della separazione” (Cass. Civ. 12.06.2006 n. 13592).

Quindi, il punto di osservazione da cui parte il giudice nel determinare l’an e il quantum dell’assegno si modifica: non si cerca più di assicurare il mantenimento delle medesime condizioni economiche ma si cerca di “equilibrare” le effettiva capacità economiche dei coniugi;

Si deve, perciò, in primis verificare se sussiste un disequilibro economico tra i due coniugi; laddove tale squilibrio effettivamente ci sia, il giudice determina il quantum più idoneo per livellarlo.

Proprio a tal fine, è risultato utile quanto disposto dal secondo comma dell’art. 156 che impone al giudice di determinare l’entità dell’assegno in relazione, oltre che al reddito, anche alle “circostanze”. Il giudice può dunque valutare una serie di elementi fattuali che, anche se non propriamente reddituali, hanno comunque capacità di influire sul reddito di una delle parti (Cass. Civ. 30.03.2005 n. 6712). In questa analisi, il giudice dovrà tenere conto anche di eventuali maggiorazioni o diminuzioni che il patrimonio del coniuge obbligato ha subito nelle more del giudizio di separazione, proprio perché la separazione personale non fa venir meno la solidarietà economica che lega i coniugi durante il matrimonio e che comporta la condivisione delle reciproche fortune e sfortune (Cass. Civ. 07.02.2006 n. 2626; Cass. Civ. 24.12.2002 n. 18327; Cass. Civ. 03.12.2002 n. 17103; Cass. Civ. 11.09.1998 n. 9028; Cass. Civ. 22.04.1998 n. 4094).

Nel caso in cui i coniugi non forniscano gli elementi necessari e sufficienti affinché il giudice svolga l’indagine su descritta, si ritiene possa applicarsi, stante l’identità di ratio tra i due istituti, quanto previsto dall’art. 5, comma 9, L. 898/70, nel testo novellato dall’art. 10 della L. 74/1987, secondo cui, in tema di riconoscimento e determinazione dell’assegno divorziale, “in caso di contestazioni, il tribunale dispone indagini sui redditi e patrimoni dei coniugi e sul loro effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria” (Cass. Civ. 17.05.2005 n. 10344).

Si discute, sia in dottrina che in giurisprudenza, sulla rinuziabilità o meno dell’assegno di mantenimento. Da un lato, di fatti, vi è chi sostiene che l’assegno di mantenimento trova il suo fondamento nell’articolo 143 c.c. e, quindi, rientra tra i diritti e doveri dei coniugi inderogabili e, pertanto irrinunciabili.

Ne consegue la nullità di qualsiasi pattuizione tramite la quale il coniuge, pur trovandosi nelle condizioni per beneficiare di detto assegno, vi abbia rinunciato.

Dall’altro lato, si sostiene che, così come i coniugi sono liberi di determinare il quantum dell’assegno, sono parimenti liberi di escludere pattizziamente la corresponsione dello stesso.

Da ultimo, l’articolo 5, comma 7, della legge 1 dicembre 1970 n. 898 (come modificato dall’articolo 10 della Legge 6 marzo 1987 n. 74), che ha introdotto la necessità di adeguamento ISTAT dell’assegno di divorzio, si ritiene sia applicabile anche all’assegno di mantenimento (Cass. Civ. 05.08.2004 n. 15101; Cass. Civ. 06.12.1999 n. 13610; Cass. Civ. 28.12.1995 n. 13131).

Assegno Divorzile

L’assegno divorzile è stato introdotto con la legge 898 del 1970; l’articolo 5, così come modificato dalla L. 74 del 1987, di fatti, prevede che “con la sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio, il Tribunale, tenuto conto delle condizioni dei coniugi, delle ragioni della decisione, del contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, del reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio, dispone l’obbligo per un coniuge di somministrare periodicamente a favore dell’altro un assegno, quando quest’ultimo non ha mezzi adeguati o comunque non può procurarseli per ragioni oggettive“.

Innanzitutto occorre chiarire che il quantum dell’assegno di divorzio è determinato in base a criteri autonomi e distinti rispetto a quelli rilevanti per il trattamento economico del coniuge separato (Cass. Civ. 20.01.2006 n. 1203).

Quindi, ai fine della quantificazione di detto assegno, risulta essere del tutto irrilevante la misura dell’assegno di mantenimento determinata in sede di separazione, posto che i presupposti e le funzioni sono diverse (Cass. Civ. 09.05.2002 n. 6641).

A tale proposito, la Suprema Corte ha chiarito che “la determinazione dell’assegno di divorzio, alla stregua dell’art. 5 l. 1 Dicembre 1970 n. 898, modificato dall’art. 10 l. 6 Marzo 1987 n. 74, è indipendente dalle statuizioni patrimoniali operanti, per accordo tra le parti e in virtù di decisione giudiziale, in vigenza di separazione dei coniugi, poiché, data la diversità delle discipline sostanziali, della natura, struttura e finalità dei relativi trattamenti, correlate e diversificate situazioni, e delle rispettive decisioni giudiziali, l’assegno divorzile, presupponendo lo scioglimento del matrimonio, prescinde dagli obblighi di mantenimento e di alimenti, operanti in regime di convivenza e di separazione, e costituisce effetto diretto della pronuncia di divorzio, con la conseguenza che l’assetto economico relativo alla separazione può rappresentare mero indice di riferimento nella misura in cui appaia idoneo a fornire elementi utili di valutazione” (Cass. Civ. 11.09.2001, n. 11575).

Anche per detto assegno, la finalità perseguita dal legislatore è stata marcatamente assistenziale, e cioè far si che le condizioni economiche del coniuge più debole non risultino deteriorate per il solo effetto del divorzio. Il legislatore ha, in sostanza, preso in considerazione l’ultrattività della solidarietà familiare e qualora, comparando la posizione attuale del richiedente l’assegno divorzile con quella goduta al tempo della costanza di matrimonio, emerga una situazione economicamente sperequativa e significativa, ricollegabile alla cessazione del matrimonio stesso, proprio in virtù della sua funzione assistenziale, ha considerato dovuto l’assegno di divorzio (Cass. Civ. 11.09.2001, n. 11575).

Anche in questo settore, la giurisprudenza sembra aver seguito un iter molto simile a quello già analizzato in materia di separazione e assegno di mantenimento.

Di fatti, le prime pronunce giurisprudenziali tendevano a considerare quale parametro rilevante il tenore di vita in costanza di matrimonio, ritenendo quindi dovuto l’assegno ogni qualvolta il divorzio avesse inciso su di un coniuge apportando una riduzione (anche quantitativamente minima) del proprio standard di vita, rispetto a quello goduto durante il matrimonio (Cass. Civ. 17.03.1989 n. 1322; Cass. Civ. 29.11.1990 n. 11490).

Solo in tempi relativamente recenti si è, correttamente, modificato tale orientamento: l’assegno di divorzio, stante proprio la sua funzione assistenziale, serve a tutelare l’ex coniuge che si trovi in una debolezza economica tale da non potersi permettere un tenore di vita autonomo e dignitoso, anche se totalmente distaccato da quello che si aveva in costanza di matrimonio (Cass. Civ. 12.03.1990 n. 1652; Cass. Civ. 01.12.1993 n. 11860).

Quindi, la prima valutazione che il giudice è chiamato a fare riguarda l’an e ruota attorno all’inadeguatezza dei mezzi, da intendersi come insufficienza dei medesimi, comprensivi di redditi, cespiti patrimoniali e altre utilità di cui si dispone il coniuge richiedente (Cass. Civ. 15.01.1998 n. 317) e all’impossibilità di procurarseli per ragioni oggettive. Laddove tale valutazione dia esito positivo, il giudice deve procedere a determinare il quantum, prendendo a riferimento i criteri indicati dal legislatore e cioè “le condizioni dei coniugi, le ragioni della decisione, il contributo personale ed economico dato da ciascuno alla conduzione familiare e alla formazione del patrimonio di ciascuno o di quello comune, il reddito di entrambi, e valutati tutti i suddetti elementi anche in rapporto alla durata del matrimonio“.
Tornando all’articolo 5 L. 898/70, occorre analizzare quanto disposto dal penultimo comma secondo cui “l’obbligo di corresponsione dell’assegno cessa se il coniuge, al quale deve essere corrisposto, passa a nuove nozze“.

La ratio di tale disposizione è evidente: la funzione assistenziale dell’assegno di divorzio viene meno ogni qualvolta in cui il coniuge beneficiario contragga un nuovo matrimonio, proprio perché in questa ipotesi i medesimi doveri di solidarietà morale ed economica slittano in capo al nuovo coniuge.

Un problema particolarmente interessante ed attuale è quello relativo all’applicabilità in via analogica di quanto disposto da tale comma in caso di convivenza more uxorio.

Le Corti di legittimità hanno ormai consolidato l’orientamento secondo cui, se una convivenza avente carattere di stabilità e durevolezza non vale ad escludere di per sé la debenza dell’assegno, vale almeno ad incidere sulla determinazione del quantum: “il diritto all’assegno di divorzio non viene meno se chi lo chiede abbia istaurato una convivenza more uxorio con altra persona, rappresentando detta convivenza soltanto un elemento valutabile al fine di accertare se la parte che richiede l’assegno disponga o meno di mezzi adeguati rispetto al tenore di vita goduto in costanza di matrimonio” (Cass. Civ. 26.01.2006 n. 1546). Tale ricostruzione trova la sua giustificazione nel fatto che la semplice convivenza ha natura intrinsecamente precaria, non fa sorgere obbligo di mantenimento e non presenta quella stabilità giuridica propria del matrimonio che giustifica la cessazione definitiva dell’obbligo di corrispondere l’assegno divorzile.

La semplice convivenza non basta ad escludere l’obbligo di corrispondere l’assegno di divorzio: tuttavia, se da tale convivenza ne deriva per l’ex coniuge beneficiante un miglioramento sostanziale, che si risolve in una fonte effettiva e non aleatoria di reddito (Cass. Civ. 06.02.2004 n. 2251), si può allora procedere alla revisione del quantum dell’assegno, ex art. 9 l. 898/70, così come modificato dall’art. 13 L. 87/74 e, in casi estremi, quando cioè, proprio a seguito di tale convivenza la condizione economica dell’ex coniuge ha raggiunto livelli di autonomia e dignità, si può arrivare alla revoca dell’obbligo di corresponsione dell’assegno (Cass. Civ. 03.11.2004 n. 21080).

Venendo al comma 8 dell’art. 5 L. 898/70, così come modificato dall’art. 10 L. 74/87, esso dispone che “su accordo delle parti la corresponsione può avvenire in unica soluzione ove questa sia ritenuta equa dal Tribunale. In tal caso non può essere proposta alcuna successiva domanda di contenuto economico“. La previsione, in alternativa di una corresponsione mensile soggetta a rivalutazione periodica, di un assegno una tantum, era già presente nella legge del 1970 ma, con la novella del 1987, viene inserita in un comma autonomo. Il testo originario dell’art. 5, al comma 4 prevedeva che, su accordo delle parti, la corresponsione dell’assegno divorzile poteva avvenire in una unica soluzione. La novità maggiore apportata dalla novella del 1987 riguarda l’introduzione dell’inciso “ove questa sia ritenuta equa dal Tribunale“. Il legislatore ha ritenuto necessario, quindi, un controllo giudiziale sull’entità dell’assegno di divorzio in una unica soluzione, una sorta di omologazione da parte del Tribunale.

Non è più, quindi, sufficiente il solo accordo delle parti: una volta raggiunta una soluzione pattizia, gli ex coniugi devono necessariamente sottoporre la stessa al vaglio del Tribunale. Laddove però il Giudice, anche sulla base di una valutazione equitativa, dia il proprio assenso, il coniuge beneficiario non potrà vantare ulteriormente diritto alcuno di stampo patrimoniale e non, attesa la cessazione, per effetto del divorzio, di qualsiasi rapporto con l’ex coniuge (Cass. Civ. 27.07.1997 n. 7365).

Il comma 9 dell’art. 5 dispone che “i coniugi devono presentare all’udienza di comparizione avanti al presidente del tribunale la dichiarazione personale dei redditi e ogni documentazione relativa ai loro redditi e al loro patrimonio personale e comune. In caso di contestazioni, il tribunale dispone indagini sui redditi, sui patrimoni e sull’effettivo tenore di vita, valendosi, se del caso, anche della polizia tributaria“.

Quindi, sono le parti, in rispetto del principio di leale collaborazione, a dover fornire al Tribunale gli elementi reddituali necessari per poter determinare correttamente il quantum dell’assegno divorzile. La prova del reddito può essere data, oltre che con la documentazione prevista dalla norma stessa, con qualsiasi mezzo, compresa la presunzione (Cass. Civ. 23.01.1996 n. 496). La dichiarazione dei redditi, quindi, costituisce solo uno degli strumenti attraverso i quali il giudice può determinare il proprio convincimento, sia pure privilegiato dalla legge (Cass. Civ. 09.05.1997 n. 4067).

Lo stesso comma prevede anche poteri istruttori d’ufficio, previsti per soddisfare al meglio le finalità pubblicistiche sottese alla domanda sull’assegno e per evitare che questa venga respinta quando il richiedente non riesca a dimostrarne il buon fondamento (Cass. Civ. 03.07.1996 n. 6087).