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Nessun indennizzo: lo stupratore è indigente

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La Stampa

SIMONA LORENZETTI
TORINO

Venne rapinata e violentata sotto casa, ma non avrà alcun risarcimento. Né dall’aggressore né dallo Stato. Un diritto che le è stato negato da un’interpretazione discrezionale di una direttiva della Comunità Europea che riconosce alle vittime di reati violenti un indennizzo se l’autore non può pagare. Per i giudici torinesi la donna non avrebbe fatto tutto quello che era in suo potere per ottenere quel risarcimento direttamente dall’uomo che l’ha violentata.

IN GARAGE

Il 22 ottobre del 2011 Roberta stava rientrando a casa dopo una giornata di lavoro. Era appena scesa dall’auto per aprire il garage della sua abitazione quando è stata aggredita alle spalle. Poco settimane dopo il suo stupratore, un 40enne italiano, è stato arrestato. La giustizia penale ha fatto il suo corso: l’uomo è stato condannato a 8 anni e due mesi di carcere. Roberta ha avuto solo la soddisfazione di vedere il suo aggressore dietro alle sbarre. E così si è rivolta allo Stato, trascinando davanti al Tribunale civile di Torino la Presidenza del Consiglio dei ministri chiedendo che venisse condannata a pagarle un indennizzo per l’omessa attuazione della «Direttiva Ce numero 80 del 2004», che impone agli Stati membri di garantire un adeguato ed equo ristoro alle vittime di reati violenti intenzionali. Il giudice ha respinto il ricorso presentato dagli avvocati della donna, Stefano Commodo e Gaetano Catalano dello studio Ambrosio & Commodo. Il perché è da ricercarsi in un tecnicismo.

L’AUTORE DEL REATO

La questione ruota intorno a quella direttiva Ce per la quale l’Italia nell’ottobre scorso è stata condannata dalla Corte di Giustizia europea perché inadempiente nella sua applicazione. La norma prevede che le vittime di reati violenti intenzionali debbano essere risarcite dallo Stato perché in molti casi «non possono ottenere un risarcimento dall’autore del reato, in quanto questi non può essere identificato o non possiede le risorse necessarie». Ma per i giudici aver subito un stupro e una rapina non dà diritto di per sè al risarcimento, la vittima deve anche dimostrare che il colpevole non sia in grado di pagare di tasca propria.

La sentenza, depositata la scorsa settimana, si scontra con un altro verdetto, diametralmente opposto, a Milano. Negli stessi giorni in cui il giudice torinese negava l’indennizzo a Roberta, la Corte d’Appello civile del capoluogo lombardo condannava la Presidenza del Consiglio a risarcire con 220mila euro due donne, madre e figlia, vittime di rapina e stupro. Un caso drammatico: la figlia è stata violentata davanti alla madre durante una rapina nel loro negozio. Nella sentenza si evidenzia come gli stupratori, sei romeni che stanno scontando 11 anni di carcere, non fossero pacificamente in grado di risarcire la vittima perché detenuti. Così come lo stupratore di Roberta. Ma nel caso milanese non è stato necessario alcun tipo di accertamento patrimoniale da parte dei legali.

Nessun indennizzo: lo stupratore è indigente

Video tratto dal TG1 RAI del 19/05/2017:

Video tratto dal TG5 del 19/05/2017:


Leggi anche:
Il Corriere della Sera
«Stupratore indigente»: negato il risarcimento dello Stato alla vittim

TgCom24
Torino, stuprata sotto casa ma niente risarcimento per un tecnicismo

Il Fatto Quotidiano
Torino, Tribunale nega indennizzo di Stato a vittima stupro: deve essere lei a dimostrare che condannato è indigente

La Repubblica
“Io, stuprata sei anni fa e abbandonata dallo Stato”

Il Giornale
“Io, stuprata sei anni fa: così lo Stato mi ha abbandonato”

Il Secolo d’Italia
Lo stupratore non ha soldi. Il giudice: niente indennizzo alla vittima

Radio24
Stuprata da un indigente, lo Stato nega anche l’indennizzo

Gallery degli articoli principali sui quotidiani cartacei de La Stampa e La Repubblica:

Polizza infortuni:
l’indennizzo passa agli eredi

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Di Alessandro Pascale

Le clausole contenute nelle condizioni generali di un contratto di assicurazione che prevedano esclusione o limitazioni di responsabilità per il professionista/assicuratore in caso di morte o danno alla persona del consumatore, risultanti da omissione del professionista stesso sono nulle anche nel caso in cui le stesse siano state doppiamente sottoscritte.

Tale principio viene delineato dall’art. 36 del codice del consumo e viene applicato dal Tribunale di Napoli con sentenza n. 9816 depositata il 12 settembre 2016 con riferimento alla clausola contenuta nelle condizioni generali di un contratto di assicurazione infortuni/malattia/assistenza che testualmente statuiva “Il diritto all’indennizzo per invalidità permanente è di carattere personale e quindi non trasmissibile agli eredi. Tuttavia, se l’Assicurata muore dopo che l’indennizzo sia stato liquidato o comunque offerto in misura determinata, la Società paga l’importo liquidato od offerto in parti uguali agli eredi”. Tale cluasola era da considerarsi appunto nulla a prescindere dalla doppia sottoscrizione, rimanendo per contro valido il contratto per le sue restanti parti, così come stabilito dalla stesso art. 36 sopra menzionato.

La clausola in questione è infatti pacificamente vessatoria poichè subordina il diritto agli eredi a percepire l’indennizzo per invalidità permanente al fatto che l’erogazione, o almeno l’offerta dell’indennizzo stesso avvenga prima della morte dell’assicurata.

Tale disposto determina come detto un sostanziale squilibrio nei rapporti contrattuali dal momento che la prestazione dell’assicuratore sarebbe nei fatti subordinata ad una scelta discrezionale dello stesso, quella cioè di procrastinare il più possibile i tempi della liquidazione dell’indennizzo.

Il Tribunale di Napoli rioprende quanto già affermato dalla Corte di Cassazione nell 2007 (Cass. Civ. Sez. III, 11 gennaio 2007 N. 395) che aveva qualificato come vessatoria la clausola di un contratto di assicurazione che aveva previsto l’intrasmissibilità del diritto all’indennizzo nell’eventualità in cui l’assicurato fosse deceduto (per cause diverse dall’infortunio) prima della concreta liquidazione dell’indennità stessa, in quanto essa non riguardava, in alcun modo, né l’oggetto del contratto, né il rischio garantito, trattandosi per contro di una limitazione di responsabilità dell’assicuratore.

La clausola in questione dovrà essere quindi dichiarata nulla ed il contratto rimarrà valido per la restante parte e, nel caso in esame, gli eredi dell’assicurata avranno diritto a percepire l’indennizzo previsto dal contratto di assicurazione.

 

Tribunale di Napoli, sez. XII Civile, sentenza 12 settembre 2016, n. 9816
Giudice Vitale

Svolgimento del processo

Con atto di citazione notificato il 24 maggio 2013 Serafino, Fabio, Azzurra e Rosario Farina hanno convenuto la s.p.a. Generali Italia, quale cessionaria delle attività assicurative della s.p.a. Assicurazioni Generali, dinanzi al Tribunale di Napoli per sentire accogliere le conclusioni sopra riportate, esponendo quanto segue.
Il 18 novembre 1005 la signora Silvana Iovine stipulava con la s.p.a. Generali Italia la polizza infortuni, malattia ed assistenza “DA DONNA”, distinta dal n. 252564667, con periodo di validità dal 18 novembre 2005 al
18 novembre 2010. Tale polizza le riconosceva, come assicurata, la liquidazione di un indennizzo nell’ipotesi di infortunio e/o malattia che avesse come conseguenza la morte, un’invalidità permanente o un’inabilità temporanea.
Il 25 agosto 2010 l’assicurata comunicava alla s.p.a. Generali Italia di aver sviluppato una «… carcinosi peritoneale da adenocarcinoma di verosimile primitività vie biliari extraepatiche con secondarismi polmonari …», come diagnosticatole dal Servizio di Medicina Oncologica della Clinica Mediterranea di Napoli.
Successivamente, con lettera del 20 settembre 2010, l’assicurata denunciava formalmente il sinistro comunicando di aver manifestato «… un adenocarcinoma mediamente differenziato di natura incerta verosimilmente pancreatico …», come da parere medico della dott.ssa Teresa Troiani, medico chirurgo specialista in oncologia presso il Policlinico di Napoli.
In virtù della polizza suddetta, la signora Silvana Iovine, risultando invalida permanente al 100% a causa del tumore al pancreas, maturava il diritto alla liquidazione delle seguenti indennità: da invalidità permanente da malattia (art. 2.1. polizza); “da ricovero” in istituto di cura, reso necessario da malattia (art. 2.4, lettera A); “giornaliera da Day hospital” (art. 2.4, lettera B).
Il 30 settembre 2010, per effetto della patologia poc’anzi descritta, sopravveniva la morte della signora.
Con lettera dell’8 ottobre 2010, gli attori, nella qualità di eredi, rivendicavano la liquidazione delle indennità maturate in vita dalla loro dante causa, delle quali, alla data del decesso, non era stato ancora disposto il pagamento dalla compagnia assicuratrice: € 75.000,00 per l’indennità da invalidità permanente da malattia, € 480,00 per l’indennità da ricovero (60 euro al giorno) ed € 480,00 per l’indennità da day-hospital (60 euro al giorno).
La richiesta era stata respinta con nota del 27 dicembre 2010 con la seguente motivazione: «… il sinistro… non è risarcibile, in quanto il diritto all’indennizzo non è trasmissibile agli eredi ai sensi dell’art. 2.1 delle CGA
…». Era stata quindi reiterata con lettera del 22 ottobre 2011, in quanto la clausola non sancisce alcun divieto di trasmissibilità agli eredi nel caso di indennità maturata in vita dall’interessato. Inoltre si tratta di clausola nulla, essendo contenuta in un modulo o formulario e non essendo stata oggetto di una trattativa individuale con la signora Silvana Iovine.
Infine, aggiungono gli attori, il comportamento della compagnia assicuratrice è stato contraddittorio, non avendo avuto problemi a riconoscere la somma spettante a titolo di indennità “da ricovero”.
La s.p.a. Generali Italia, quale cessionaria delle attività assicurative della s.p.a. Assicurazioni Generali, si è costituita chiedendo la reiezione della domanda. In primo luogo, ha affermato che gli attori hanno l’onere di dimostrare la validità del contratto e l’avvenuto versamento del premio alla scadenza relativa al periodo nel quale venne denunciata la malattia.
Ha altresì affermato che per l’art. 2.1 del contratto, clausola pienamente valida, il diritto all’indennizzo per invalidità permanente è di carattere personale ed è intrasmissibile agli eredi.
Dopo la produzione di documenti il Tribunale, sulle conclusioni in epigrafe riportate, all’udienza del 28 aprile 2016 ha assegnato la causa a sentenza, riservandosi la decisione all’esito dello scambio delle comparse conclusionali e delle memorie di replica ai sensi dell’art. 190 c.p.c..

Motivi della decisione

La convenuta ha genericamente puntualizzato che la parte attrice ha l’onere di dimostrare la validità del contratto stipulato con la defunta signora Silvana Iovine (polizza n. 252564667 del 18 novembre 2005) e il pagamento del relativo premio, ma non ha negato nessuna delle due circostanze, né formulato alcuna specifica contestazione. In ogni caso, gli attori hanno assolto tale onere producendo la polizza recante la sottoscrizione dell’assicurata e le quietanze attestanti il pagamento dei premi, sicché il regolamento contrattuale deve ritenersi pienamente valido e operativo; come, del resto, ulteriormente confermato dall’offerta, che la compagnia assicuratrice ha ribadito in questo giudizio, del pagamento agli eredi delle indennità da ricovero e da day-hospital.
Può, pertanto, procedersi all’esame della clausola in contestazione. Essa è compresa nell’art. 2.1 ed ha il seguente letterale tenore, parte in corsivo compresa: «Il diritto all’indennizzo per invalidità permanente è di carattere personale e quindi non trasmissibile agli eredi. Tuttavia, se l’Assicurata muore dopo che l’indennizzo sia stato liquidato o comunque offerto in misura determinata, la Società paga l’importo liquidato od offerto in parti uguali agli eredi.».
In altri termini, tale clausola prevede che l’indennizzo per invalidità permanente viene pagato agli eredi (in parti uguali e sull’importo determinato dalla compagnia assicuratrice) a condizione che l’assicurata muoia dopo la liquidazione o l’offerta dell’indennizzo medesimo.
Orbene, l’art. 33 del Decreto legislativo 6 settembre 2005 n. 206 (Codice del consumo) – applicabile al contratto in esame perché stipulato fra consumatore e professionista (rispettivamente, l’assicurata e la compagnia assicuratrice secondo le definizioni contenute nell’art. 2) – stabilisce che si considerano vessatorie «le clausole che, malgrado la buona fede, determinano a carico del consumatore un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto» e che «Si presumono vessatorie fino a prova contraria le clausole che hanno per oggetto, o per effetto, di: … (d) prevedere un impegno definitivo del consumatore mentre l’esecuzione della prestazione del professionista è subordinata ad una condizione il cui adempimento dipende unicamente dalla sua volontà…. (v) prevedere l’alienazione di un diritto o l’assunzione di un obbligo come subordinati ad una condizione sospensiva dipendente dalla mera volontà del professionista a fronte di un’obbligazione immediatamente efficace del consumatore».
Le ipotesi di cui ai riportati punti d) e v), parzialmente coincidenti, ricorrono nella fattispecie, in quanto, a fronte dell’impegno definitivamente assunto dal consumatore di adempiere le obbligazioni nascenti a suo carico dal contratto, l’obbligo della società di assicurazione di erogare l’indennizzo ai suoi eredi è subordinato a una condizione, ossia la liquidazione o l’offerta dell’indennizzo medesimo, il cui adempimento dipende unicamente dalla sua volontà. È vero che la liquidazione è resa possibile anche dalla disponibilità dell’assicurato a sottoporsi ai controlli necessari, tuttavia, quand’anche fossero state effettuate tutte le verifiche e le formalità del caso, l’obbligo della società di eseguire la prestazione indennitaria nei confronti degli eredi dipenderebbe comunque dall’esclusiva volontà dell’ente assicuratore medesimo, che, omettendo o ritardando la liquidazione, potrebbe vanificare a propria discrezione le loro legittime aspettative. Né muta i termini della questione la possibilità per l’assicurato, pure contrattualmente prevista (art. 2.2), di sollecitare l’accertamento della percentuale d’invalidità permanente.
È appena il caso di aggiungere che, già ai fini della mera applicabilità dell’art. 1341 c.c., la Suprema Corte (cfr. sent. N. 395 dell’11 gennaio 2007) aveva avuto modo di qualificare come vessatoria la clausola di un contratto di assicurazione con la quale era stata prevista l’intrasmissibilità del diritto all’indennizzo nell’eventualità in cui l’assicurato fosse deceduto (per cause diverse dall’infortunio) prima della concreta liquidazione dell’indennità stessa, in quanto essa non riguardava, in alcun modo, né l’oggetto del contratto, né il rischio garantito, introducendosi piuttosto con la stessa una “limitazione” della responsabilità dell’assicuratore.
Discende dalle considerazioni svolte che la clausola in esame è vessatoria e pertanto, a norma dell’art. 36, I comma, codice del consumo, nulla (nonostante la specifica approvazione per iscritto), ferma restando la validità del contratto.
Orbene, poiché dall’ampia e coerente documentazione sanitaria prodotta (vedi in particolare certificato medico del 20 agosto 2010, da cui emerge, fra l’altro, l’impossibilità a deambulare senza l’aiuto permanente di un accompagnatore, l’incapacità di compiere gli atti quotidiani della vita senza assistenza continua, la presenza di malattia neoplastica in atto) risulta provata l’invalidità al 100% sofferta dalla signora Silvana Iovine, non v’è dubbio che agli attori – la cui qualità di eredi legittimi risulta dalla dichiarazione sostitutiva di atto notorio datata 16 dicembre 2010 oltre che dal riconoscimento del loro diritto alle predette indennità da ricovero e da day-hospital – competa l’indennizzo, contrattualmente previsto e peraltro non contestato nel quantum, di € 75.000,00 da invalidità permanente conseguita a malattia.
Complessivamente, pertanto, agli attori, in uguale misura, spetta l’importo complessivo di € 75.960,00 (75.000,00 + 480,00 + 480,00). Esso, assolvendo una funzione reintegratoria della perdita subita del patrimonio dell’assicurato, ha natura di debito di valore (cfr. Cass. 28 luglio 2015 n. 15868), con la conseguenza che deve essere necessariamente rivalutato con riferimento al periodo intercorso tra il sinistro e la liquidazione, pur se non vi sia inadempimento o ritardo colpevole dell’assicuratore, rilevando la condotta del debitore solo dal momento in cui, con la liquidazione, il debito indennitario diventa obbligazione di valuta, e tanto ai fini del riconoscimento, da tale momento, a titolo di risarcimento, degli interessi moratori o del maggior danno e art. 1224 c.c. (cfr. cass. 7 maggio 2009 n. 10488). Nel caso in esame, la rivalutazione va operata a decorrere dal 15 ottobre 2010, data di ricezione della denuncia di sinistro, valevole come atto di costituzione in mora. Ne scaturisce la somma di € 87.756,56, il ritardo nella cui corresponsione dà luogo all’ulteriore credito risarcitorio per lucro cessante che, secondo la più recente giurisprudenza (Cass. SS.UU. 17 febbraio 1995 n.1712 e successive) non può realizzarsi automaticamente con l’attribuzione degli interessi compensativi sulla somma liquidata rivalutata all’attualità (come ritenuto dal precedente orientamento), ma va riconosciuto sulla base dei mezzi di prova anche presuntivi e determinato mediante l’utilizzazione di criteri equitativi.
In mancanza di una prova specifica del danno derivante dal ritardo nella corresponsione della somma dovuta e in considerazione della svalutazione monetaria intercorsa dal 15 ottobre 2010 a oggi, dell’entità delle somme dovute, del tasso di interesse legale e dei tassi medi di interesse ricavabili con le più comuni forme di investimento, si stima equo riconoscere l’attribuzione degli interessi nella misura dell’1,8% annuo a decorrere dalla messa in mora e da calcolare sulla somma risultante dall’applicazione di un indice medio di rivalutazione, ovvero sulla somma media tra quelle rappresentanti l’indennizzo all’attualità, vale a dire € 87.756,56, e quella rappresentante l’indennizzo all’epoca del fatto, contrattualmente pari ad € 75.960,00: orbene, il valore medio (dato dalla somma dei precedenti divisa per due) risulta di € 80.858,28; su questa ultima somma vanno quindi calcolati gli interessi al tasso dell’1,8% a decorrere dal 15 ottobre 2010, fino alla data della presente sentenza.
Infine, divenendo l’obbligo di pagamento, una volta accertato, obbligazione di valuta, spetteranno gli interessi legali dalla pubblicazione della sentenza fino al soddisfo.
Le spese seguono la soccombenza e si liquidano come da dispositivo in base ai criteri di cui al D.M. 10 marzo 2014 n. 55.

P.Q.M.

Il Tribunale di Napoli, in composizione monocratica, nella persona del giudice dott. Edoardo Vitale, definitivamente pronunciando, così provvede:
1) dichiara la nullità della clausola 2.1. delle condizioni generali di assicurazione nella parte in cui prevede: «Il diritto all’indennizzo per invalidità permanente è di carattere personale e quindi non trasmissibile agli eredi. Tuttavia, se l’Assicurata muore dopo che l’indennizzo sia stato liquidato o comunque offerto in misura determinata, la Società paga l’importo liquidato od offerto in parti uguali agli eredi.»;
2) condanna la s.p.a. Generali Italia, quale cessionaria delle attività assicurative della s.p.a. Assicurazioni Generali, al pagamento, in favore di Serafino, Fabio, Azzurra e Rosario Farina, in misura di un quarto ciascuno, della somma di € 87.756,56, oltre agli interessi nella misura dell’1,8% annuo sulla somma di € 80.858,28 a decorrere dal 15 ottobre 2010;
3) condanna la convenuta a rimborsare agli attori le spese del giudizio, che si liquidano in € 700,00 per esborsi ed € 12.000,00 per compensi di avvocato, oltre al rimborso delle spese generali nella misura del 15%, con attribuzione ai procuratori antistatari.

Indennizzo per le vittime di reati violenti,
quando la legge è una presa in giro

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di Gaetano Catalano

La direttiva Europea CE/2004/80 imponeva a tutti gli Stati membri di dotarsi di un sistema che prevedesse l’erogazione di un indennizzo equo ed adeguato per tutte le vittime di reati intenzionali violenti commessi sui proprio territori nazionali: lo scopo di tale norma sovranazionale era, tra gli altri, quello di garantire la sicurezza e la libertà di spostamento su tutto il suolo europeo dei cittadini dell’unione.

La nostra Repubblica non ha mai ottemperato a tale obbligo e pertanto la Commissione Europea ha promosso nei confronti dell’Italia una procedura di infrazione tutt’ora pendente dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. In tale contesto il Parlamento, conscio della propria ineluttabile soccombenza dell’Italia nel citato procedimento in sede europea, ha deciso di procedere con la legge in oggetto che avrebbe potuto (rectius dovuto) adeguare l’Italia, anche se con “solo” 12 anni di ritardo, ai precetti della direttiva europea: già ad una prima lettura però si può affermare senza tema di smentita che il Legislatore abbia cercato dolosamente e furbescamente di aggirare i propri obblighi solidaristici nei confronti dei cittadini propri e stranieri (la norma vale per tutti i cittadini europei che abbiano subito un reato intenzionale violento in Italia), prevedendo una serie di condizioni che rendono particolarmente arduo, lungo ed oneroso, ai confini del sostanzialmente impossibile, l’accesso a tale indennizzo.Tali condizioni imposte dalla normativa italiana e non previste nella Direttiva comportano sostanzialmente un suo recepimento meramente formale, ma la sua più totale negazione sostanziale.

La prima di queste condizioni che riduce in maniera abnorme quanto illegittima la possibile platea dei beneficiari  riguarda il requisito soggettivo del reddito annuo della vittima che non deve superare quello previsto per l’ammissione al patrocinio dello Stato (€ 11.528,41). Si tratta di una soglia sostanzialmente di povertà, che esclude dalla possibilità di richiedere un indennizzo la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ed europei: ergo solo i cittadini in condizioni economiche più svantaggiose dovrebbero aver diritto all’indennizzo, ma ciò è in aperto contrasto con la finalità della direttiva di garantire la libera e sicura circolazione di tutti i cittadini europei e quindi a prescindere da qualunque distinzione di reddito.

Una seconda condizione di accesso al risarcimento impone che la vittima non abbia percepito alcuna somma da soggetti pubblici o privati per lo stesso fatto di reato: si tratta evidentemente di una ulteriore enorme riduzione della platea dei possibili soggetti destinatari dell’indennizzo in quanto chiunque sia beneficiario di una polizza di assicurazione che preveda un indennizzo per il medesimo fatto di reato non potrà accedervi. E ciò senza considerare che spesso chi ha subito delle lesioni gravi o gravissime (le uniche che danno accesso all’indennizzo) o che abbia perduto uno stretto famigliare accede a benefici solidaristici pubblici da enti quale INPS e INAIL.

Una terza condizione in aperto contrasto con il contenuto della direttiva riguarda poi il contenuto dell’indennizzo che, salvo il caso di omicidio o di violenza sessuale, sarà limitato alla refusione delle sole spese mediche. Il che vorrà dire che, ad esempio, soggetti ridotti alla tetraplegia da un reato intenzionale violento non potranno accedere ad alcun indennizzo in quanto salvo rarissimi casi le cure in situazione del genere sono a carico del SSN: di fatto anche sotto tale prospettiva, si sono totalmente negati, nuovamente, quelli che erano i diritti indennitari previsti dalla direttiva.

Una ulteriore ed estremamente grave limitazione, posta sempre quale condizione necessaria per l’accesso all’indennizzo, è quella che impone ai beneficiari di esperire nei confronti del reo un’azione esecutiva per cercare di ottenere il ristoro del danno: in altre parole si pone a carico della vittima di sopportare le spese ed attendere i tempi dell’azione esecutiva che deve essere infruttuosa al fine, salvo il caso di morte o violenza carnale, di vedersi risarcite le spese mediche sostenute. Anche in questo caso è stato violentato lo spirito della direttiva che invece voleva sgravare il cittadino da tutte le difficoltà connesse al risarcimento del danno e che proprio in tale ottica onerava gli Stati di onere solidaristico di un “indennizzo” che per definizione è meno oneroso del “risarcimento” .

Il poco spazio a disposizione non permette, in questa sede, una più ampia elencazione dei vizi di questa norma che certamente non si esauriscono con quelli già citati, ma permette serenamente di affermare che il nostro Legislatore, dolosamente e con chiari intenti di risparmio, ha disatteso il contenuto della normativa europea alla quale doveva attenersi, promulgando una legge che impedisce di accedere all’indennizzo alla stragrande maggioranza dei cittadini vittime di reati intenzionali violenti perpetrati sul suolo italico e lo rende palesemente antieconomico per tutti gli altri, all’infuori, forse, dei casi di omicidio e violenza carnale per i quali non è ancora dato sapere a quanto ammonterà l’indennizzo.

A chi scrive pare un inganno rubricare l’art. 11 della legge 122/2016 come “Diritto all’indennizzo in favore delle vittime di reati intenzionali violenti, in attuazione della direttiva 2004/80/CE” salvo poi nel testo  della norma rendere concretamente inapplicabile per i cittadini qualsivoglia diritto indennitario stabilito dalla norma  europea. Mala tempora currunt se il detto “fatta la legge (europea) trovato l’inganno” non si riferisce più solo a qualche furbesco cittadino ma diviene anche il motto del Legislatore Italiano.

Prima di concludere pare necessario accennare seppur in maniera estremamente sintetica sull’impatto che questa norma potrà avere in sede di contenzioso giudiziale, che non potrà che ricevere nuovo impulso. Da un lato infatti non potrà che agevolare la posizione delle vittime che abbiano dei giudizi in corso, in quanto ammette espressamente che l’Italia non aveva sino ad ora, mai recepito integralmente la Direttiva CE/2004/80, e confessando dunque il proprio inadempimento.Dall’altro però non potrà avere alcun effetto deflattivo dei futuri giudizi in quanto tale norma si pone in netto contrasto per tutti i motivi già sopraesposti dei principi fondanti la Direttiva limitando l’accesso all’indennizzo in maniera così violenta da renderlo praticamente utopistico per tutti i cittadini che volessero richiederlo. In tale situazione quindi non resterà altro che continuare ad agire giudizialmente nei confronti dello Stato Italiano per non aver correttamente recepito, o meglio per aver recepito in maniera errata le norme sovranazionali e chiedendo pertanto che tale norma non venga applicata.

Vittime del terrorismo e di reati violenti,
quando l’indennizzo è previsto per legge

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Di Gino Arnone

I tragici attentati terroristici che hanno sconvolto Parigi e l’Europa intera lo scorso 13 novembre, ma ancora prima i tragici fatti che hanno coinvolto i passeggeri russi del volo Metro-jet esploso sui cieli del Sinai, nonché l’alto livello d’allerta che il ministero dell’Interno ha dichiarato essere stato attivato per il rischio di possibili attacchi ai principali luoghi di culto e aggregazione sono circostanze che inducono a riflettere sulla normativa indennitaria che interessa questa delicata fattispecie. Continua a leggere