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Controllo del lavoratore, cyber espionage
e tutela penale del segreto informatico

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Di Jacopo Giunta
Francesco Meloni

“Controllo del lavoratore, cyber espionage e tutela penale del segreto informatico”, questo il titolo del convegno che si è svolto lo scorso 13 settembre al Campus Einaudi di Torino. All’incontro, patrocinato dall’Università degli studi di Torino, dalla Scuola Superiore di Magistratura e dal Teach and Law Center, ha preso parte anche il nostro Studio con la partecipazione degli avvocati Jacopo Giunta e Francesco Meloni.  Il convegno è stata l’occasione per fare una panoramica sui più recenti approdi normativi e giurisprudenziali in tema di controllo dei lavoratori di prevenzione dei reati informatici e di tutela penale del patrimonio e del know-how aziendale.
Un dialogo a più voci, affrontato con un taglio multidisciplinare ed efficacemente moderato dall’avvocato Giuseppe Vaciago, dello Studio Legale Associato R&P Legal. Tra gli ospiti il professore Francesco Pizzetti, già Garante della Privacy e Professore Ordinario di Diritto Costituzionale presso l’Università degli Studi di Torino, che ha affrontato le delicate problematiche sottese al trattamento dei dati informatici dei dipendenti aziendali, alla luce dei principi ispiratori del Jobs Act.
Mentre sul fronte penale i sostituti procuratori di Torino, Vito Sandro Destito e Ciro Santoriello,  hanno offerto importanti chiarimenti in relazione al valore probatorio e all’utilizzabilità, nell’ambito del procedimento penale, delle risultanze informatiche acquisite senza il consenso dei lavoratori, offrendo interessanti spunti di riflessione derivanti dalla casistica processuale.
A seguire, un interessante intermezzo dedicato all’intervento dei “tecnici”. Due gli aspetti affrontati dagli esperti del nostro Studio. Jacopo Giunta, ha spiegato, con un approccio pratico, il tema del trattamento dei dati personali, individuando la delicata tematica delle policies aziendali in tema di utilizzo dei sistemi informatici in uso ai dipendenti. Inoltre, ha svolto una disamina comparativa della legislazione in materia di controlli datoriali sugli strumenti aziendali, alla luce delle modifiche apportate dal Jobs Act dalla nuova formulazione dell’art. 4 dello Statuto dei lavoratori.  A Francesco Meloni invece il compito di parlare della tutela penale del segreto commerciale e del know-how aziendale, anche alla luce dei nuovi scenari offerti dalla recente approvazione della Direttiva Europea “Trade secrets”. Nella disamina della casistica processuale in materia di sottrazione e di rivelazione di segreti industriali e commerciali non sono mancati interessanti approfondimenti in tema di adempimenti derivanti dal D.Lgs. n. 231/2001, con particolare riguardo alla redazione del Modello di Organizzazione e Gestione, all’elaborazione delle policies aziendali e al rispetto delle best practices in materia di sicurezza informatica.
Infine al convegno hanno partecipato anche Stefano Fratepietro e Paolo Dal Checco – Consulenti informatico-forensi specializzati in Cyber security e in Digital forensics – hanno indicato le principali soluzioni tecnico-organizzative volte a tutelare i dati aziendali da attacchi interni ed esterni. Forte dell’esperienza maturata in anni di collaborazione con le principali Procure d’Italia, Paolo Dal Checco ha illustrato le tecniche di acquisizione e di conservazione dei dati informatici in relazione ai diversi tipi di strumenti aziendal (pc, server, smartphone, tablet, posta elettronica).

Video e foto private sui social,
come difendersi dagli abusi

Approfondimenti, Approfondimenti: Risarcimento danni – Responsabilità civile, Focus on, In evidenza0 comments

di Edoardo Commodo

Il diffondersi di internet, dei collegamenti wireless che permettono una rapida trasmissione dei dati, dei dispositivi cellulari di ultima generazione, i cosiddetti smartphone, dotati di telecamera digitale per realizzare video e foto immediatamente condivisibili sul web, combinati con la – spesso e purtroppo – scarsa attenzione delle persone alle reali potenzialità di diffusione di tali mezzi, hanno introdotto non poche problematiche riguardo l’applicazione dei diritti rispetto all’evoluzione tecnologica, creando un ambito dove non sempre è possibile applicare le norme preesistenti, risultando così necessario un rapido intervento del legislatore. La premessa qui riportata è perfettamente calzante con i fatti di cronaca che negli ultimi mesi hanno riacceso l’interesse sulla sicurezza in rete. L’attenzione non potrà che soffermarsi sul tragico epilogo che ha colpito la giovane napoletana Tiziana Cantone, spinta al suicidio dopo mesi di umiliazione dovuti alla proliferazione in rete, e su una nota piattaforma di messaggistica on line, di video hard che la ritraevano. Di analoga natura e serietà è da considerarsi la vicenda che ha colpito la giovane conduttrice di SKY, Diletta Leotta. Questa infatti ha dovuto assistere impotente alla diffusione in rete di sue foto, che potremmo definire privatissime, dopo averne subito il furto dalla propria “nuvola”.
Quanto sopra rappresenta niente più che un mero quadro sintetico di alcune delle vicende più ridondanti – forse anche da un punto di vista mediatico – che di recente hanno colpito il mondo del web e che, senza dubbio ed in un secondo momento, saranno anche oggetto di singoli approfondimenti. Ad oggi preme dare una primaria illustrazione della problematica in questione, di come e quali strumenti un individuo che ha patito una lesione della propria immagine possa usufruire ed a chi rivolgersi, essendo ormai le vittime sempre più numerose, famose e non.

La rivoluzione digitale degli ultimi dieci anni ha infatti stravolto la concezione tradizionale di diritto all’immagine ed ha reso del tutto superfluo effettuare distinzioni legate a notorietà, nazionalità ed estrazione sociale, esponendo ogni individuo ad un medesimo livello di vulnerabilità. Unico strumento tangibile e concreto di tutela, ad oggi, rimane l’autotutela, ossia l’antica virtù della prudenza. Questa non può che palesarsi attraverso un uso consapevole, perito e morigerato di quei dispositivi che tanto stanno contribuendo allo sviluppo delle nostre relazioni e conoscenze ma che, allo stesso tempo, tanto bene si prestano a penalizzarci, farci anche del male, se utilizzati in modo inopportuno.
Con questa nuova forma di comunicazione, sempre più spesso si verifica che informazioni ed immagini personali degli utenti diventino di pubblico dominio, perché accessibili ad un vasto numero di soggetti e che, quindi, vengano utilizzate per scopi differenti rispetto a quelli per i quali sono state realizzate e pubblicate, quasi sempre senza autorizzazione degli stessi titolari che ne avevano previsto un uso privato.
La natura dell’immagine – quale raffigurazione di una persona – nel nostro ordinamento, figura come un diritto della personalità, irrinunciabile, che può essere fatto valere da chiunque, inteso come il diritto della persona a che la propria immagine non venga divulgata o che tale divulgazione venga da questi controllata. Tale diritto infatti ha contenuto sia non patrimoniale, se inteso come manifestazione tipica del diritto alla riservatezza, sia patrimoniale, che può derivare dal suo sfruttamento economico. Il mezzo più immediato ed efficace attraverso il quale un soggetto ha la possibilità di gestire la propria immagine è il c.d. “consenso”, questo è infatti il requisito essenziale ed imprescindibile per l’utilizzo dell’immagine altrui, ed ha origini ovviamente molto precedenti rispetto alla nascita di internet. Il consenso infatti viene introdotto nel nostro ordinamento il 22 aprile del 1941 con la legge n.633 la quale, all’art. 96 recita appunto “il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa”.
È possibile però che questa regola possa subire qualche eccezione ad esempio nei casi in cui vi sia una situazione di necessità, giustizia, polizia, scopi scientifici didattici e culturali ed ovviamente…quando l’immagine ritragga una persona nota. Preme sottolineare come la “notorietà” della persona non possa da sola giustificare qualunque riproduzione dell’immagine, in quanto è pur sempre necessario che vi sia un’esigenza di informazione pubblica e che venga garantita la privacy dei personaggi famosi ritratti.
Sempre in tema di tutela dell’immagine è utile ricordare che prima di pubblicare e condividere fotografie o ritratti, è necessario assicurarsi che queste non ledano il decoro e la reputazione del personaggio ritratto in quanto si tratta di valori che attengono la dignità della persona ed espressamente ed implicitamente tutelati all’interno della nostra carta Costituzionale. Inoltre, in caso di utilizzo abusivo della nostra immagine il nostro ordinamento ci mette a disposizione due strumenti legalmente previsti, l’azione c.d. inibitoria ed il risarcimento del danno ex artt. 2043 e 2056 c.c..
L’azione inibitoria può essere descritta come la forma di tutela atta a prevenire la lesione dei diritti della persona, essa infatti consiste nell’azione preventiva finalizzata a porre fine al comportamento lesivo già in essere, non consentendone la continuazione né tanto meno la ripetizione. Questa tutela è stata tipizzata nel nostro ordinamento per alcuni diritti della personalità, uno su tutti il diritto all’immagine. L’art.10 del Codice Civile infatti prevede espressamente che, nel caso in cui sia stata Pubblicata una nostra foto, o la foto di un nostro parente ed affine, al di fuori dei casi previsti dalla legge che abbiamo visto in precedenza, potremo rivolgerci all’autorità Giudiziaria che disporrà la cessazione dell’abuso e di conseguenza il risarcimento dei danni. È facilmente comprensibile come per quest’ultimo mezzo di tutela, il risarcimento del danno, il discorso si complichi e non poco, soprattutto dal punto di vista della quantificazione del danno poiché nel nostro caso parliamo di un diritto avente ad oggetto un bene immateriale. Parlando di danno patrimoniale paradossalmente ci troviamo in una situazione in cui la quantificazione risulti molto più agevole nei casi in cui vediamo coinvolto un personaggio famoso. In questi casi infatti l’autore dell’illecito indebitamente si appropria dei vantaggi economici che sarebbero spettati eventualmente alla persona ritratta, è quindi evidente come il valore del danno patrimoniale debba essere commisurato tra i vantaggi economici “persi” dal titolare dell’immagine ed illecitamente “trasferiti” all’autore del comportamento dannoso. Un sistema così immediato ed agevole non si verifica nei casi in cui la persona coinvolta sia una persona non famosa, “normale”, si tratta di un problema di individuazione, prova e quantificazione del danno subito. L’assenza di valore commerciale del soggetto sconosciuto ci spinge a individuare nuovi e spesso assai più elaborati criteri per la quantificazione patrimoniale. A ben vedere, anche se non esiste un vero prezzo di mercato dell’immagine dello sconosciuto, il suo illecito utilizzo determina comunque un danno che deve essere quantificato come lucro cessante. Si tratta del corrispettivo che il soggetto avrebbe potuto ottenere se avesse acconsentito a terzi lo sfruttamento della propria immagine a fini pubblicitari e commerciali. Nonostante sia sicuramente in misura minore e non paragonabile al corrispettivo dovuto ad un soggetto noto, anche l’immagine di uno sconosciuto quindi ha il suo prezzo e questo è il corrispettivo che l’ignaro soggetto ritratto avrebbe percepito se avesse stipulato con l’utilizzatore un regolare contratto di sfruttamento dell’immagine.
Meglio però non focalizzarsi troppo sull’aspetto patrimoniale del danno perché spesso l’utilizzo abusivo dell’immagine può determinare una lesione dell’identità personale dando quindi diritto all’interessato di vedersi risarcire il danno non patrimoniale. Per identità personale si intende l’immagine sociale, cioè l’insieme di valori politici, intellettuali, professionali e religiosi della persona e il diritto della stessa all’intangibilità della propria immagine sociale, in questo caso la lesione è ravvisabile quando detta immagine risulti distorta provocando inesatte o non volute rappresentazioni della realtà. Le ripercussioni in questi casi potrebbero essere molteplici, come le difficoltà d’inserimento nell’ambito dei rapporti sociali, con conseguente diminuzione del proprio prestigio, della propria credibilità, determinando inoltre il venir meno di opportunità ed utilità valutabili anche economicamente. Chiunque sia vittima di questo tipo di lesione acquista il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, nello specifico facendo maggior riferimento alle voci di danno morale ed esistenziale, ai sensi dell’art. 2059 c.c., a prescindere dalla configurabilità di un reato, il quale ammette il risarcimento del danno che dovrà essere liquidato in via equitativa sulla base della concreta entità del pregiudizio subito e della gravità dell’elemento soggettivo dell’autore del fatto.
Oltre alla quantificazione del danno però, in relazione a questi illeciti civili sul web, è senz’altro un problema di non secondaria rilevanza l’individuazione dei soggetti sui quali gravi la responsabilità per il fatto illecito commesso e le modalità con cui ottenere tutela. La proposizione dell’azione nei confronti di coloro che abbiano materialmente provveduto alla pubblicazione di immagini in rete però, nella maggior parte dei casi risulta impossibile perché spesso e volentieri i responsabili sono soggetti tutt’altro che sprovveduti col pc in mano e raggiungerli, venendo a conoscenza della loro reale identità si rileva attività tutt’altro che semplice. Un’immediata soluzione al problema suesposto è stata la configurazione di una sorta di responsabilità per culpa in vigilando in capo ai gestori dei siti internet, i c.d. hosting provider, coloro che mettono a disposizione gli spazi internet per la creazione e messa on line di blog, siti e software, per le violazioni commesse da terzi utenti del servizio offerto. In assenza però di vere e proprie disposizioni normative che regolino specificatamente la materia in esame, si è comunque formato nel nostro paese un definito orientamento giurisprudenziale propenso verso l’attribuzione di responsabilità dei gestori dei siti internet, ma non delineata a titolo di colpa per non aver impedito la commissione dell’illecito, ma solo a titolo di concorso del reato di diffamazione mezzo internet perpetrato dal proprio utente, dato dal ritardo nell’intervento di rimozione.
Un’ulteriore aspetto da considerare in una situazione di lesione di immagine mezzo internet è che le informazioni e le immagini immesse in rete sono potenzialmente reperibili in ogni parte del mondo e proprio per questa caratteristica può apparire problematica l’individuazione del luogo in cui deve ritenersi consumato il reato. Sul punto il nostro ordinamento ha deciso di adottare in via continuativa l’orientamento del locus commissi delicti, ovvero l’obbligazione risarcitoria sorge ove si produce il danno. In caso di lesione dell’immagine attraverso uno strumento di comunicazione di massa come internet quindi, non si considera il luogo dove è istallato il server su cui viene caricato il contenuto diffamatorio, ma quei luoghi in cui viene effettivamente consumata l’illecita lesione del diritto alla reputazione, all’onore e all’immagine, ovvero il domicilio della persona offesa (Cass. Civ. Sez. Unite, n 21661/09).
Questi, in via del tutto sommaria, sono i mezzi a disposizione del nostro ordinamento per tutelare gli utenti di internet dall’uso improprio delle immagini che ci riguardano, inutile però ricordare come il controllo, per quanto attento, possa anche risultare superfluo data l’immensità e la portata praticamente illimitata della rete. Con l’avvento di internet e delle nuove tecnologie infatti, nuovi problemi sono sorti riguardanti il diritto all’immagine e la sua tutela, il digitale moltiplica all’ennesima potenza la possibilità di elaborare e riprodurre un numero infinito di immagini esponendole anche, come ad esempio i casi che hanno stimolato la presente riflessione, al rischio che queste vengano rubate da sistemi di sicurezza e software che sembrano invalicabili ma che in realtà sono ben più vulnerabili di quanto noi profani della rete possiamo credere. Come approcciarsi quindi ad internet, ai social network e qualunque piattaforma di condivisione? Semplicemente mantenendo comportamenti similari a quelli che useremmo nella realtà perché similari sono le regole ed i diritti applicabili al momento, poiché alla base di questo discorso è importante comprendere come sostanzialmente esista un parallelismo tra le due sfere, off e online. L’elemento di differenziazione che si deve prendere in considerazione è la diffusione, pressoché illimitata, delle immagini in rete; li spazio e tempo sembrano dilatarsi tendendo all’infinito e fornendo un campo favorevole alla velocissima diffusione e produzione di immagini che rischiano di violare alla medesima velocità diritti della personalità, d’autore e della privacy.

Illecita diffusione di immagini su internet,
dall’azione inibitoria al risarcimento del danno

Approfondimenti, Approfondimenti: Risarcimento danni – Responsabilità civile0 comments

di Edoardo Commodo

Accade sempre più spesso che sui social network vengano  rese illecitamente pubbliche fotografie private di personaggi famosi, immortalati in atteggiamenti intimi e sinuosi, ovviamente senza che il diretto interessato abbia prestato il proprio consenso.Il diffondersi di internet e dei collegamenti wireless che permettono una rapida trasmissione dei dati, come pure la presenza massiva dei  cellulari di ultima generazione, i cosiddetti smartphone, dotati di telecamera digitale per realizzare video e foto immediatamente condivisibili sul web, hanno generato non poche problematiche riguardo alla tutela dei diritti posto che non sempre è possibile applicare le norme esistenti, dato che esse sono state pensate in un momento storico che non considerava la questione teconologia come un rischio per la privacy.

Entrando nella sfera digitale infatti, viene stravolta anche la concezione tradizionale del diritto all’immagine. Nell’ambito di questa nuova forma di comunicazione, sempre più spesso si verifica che le informazioni personali e le immagini degli utenti diventino di pubblico dominio, perché accessibili ad un vasto numero di soggetti e che quindi vengano utilizzate per scopi differenti rispetto a quelli per i quali sono state pubblicate, quasi sempre senza autorizzazione degli stessi titolari.

La natura dell’immagine – quale raffigurazione di una persona – nel nostro ordinamento, figura infatti come un diritto della personalità, irrinunciabile, che può essere fatto valere da chiunque, inteso come il diritto della persona a che la propria immagine non venga divulgata o che tale divulgazione venga da questi controllata. Tale diritto infatti ha contenuto sia non patrimoniale, se inteso come manifestazione tipica del diritto alla riservatezza, sia patrimoniale, che può derivare dal suo sfruttamento economico dell’immagine. Il mezzo più immediato ed efficace attraverso il quale un soggetto ha la possibilità di gestire la propria immagine è il c.d. “consenso”, questo è infatti il requisito essenziale ed imprescindibile per l’utilizzo dell’immagine altrui, ed ha origini ovviamente molto precedenti rispetto alla nascita di internet. Il consenso infatti viene introdotto nel nostro ordinamento il 22 aprile del 1941 con la legge n.633 la quale, all’art. 96 recita appunto “il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa”.È possibile però che questa regola possa subire qualche eccezione ad esempio nei casi in cui vi sia una situazione di necessità, giustizia, polizia, scopi scientifici didattici e culturali e….quando l’immagine ritragga una persona nota. Ovviamente la “notorietà” della persona non può da sola giustificare qualunque riproduzione dell’immagine, è pur sempre necessario che vi sia un’esigenza di informazione pubblica e che venga garantita la privacy dei personaggi famosi ritratti. Sempre in tema di tutela dell’immagine è utile ricordare che prima di pubblicare e condividere fotografie o ritratti è necessario assicurarsi che queste non ledano il decoro e la reputazione del personaggio ritratto in quanto si tratta di valori che attengono la dignità della persona ed espressamente tutelati all’interno della nostra carta Costituzionale all’art. 41.

Inoltre, in caso di utilizzo abusivo della nostra immagine il nostro ordinamento ci mette a disposizione due strumenti legalmente previsti, l’azione  inibitoria ed il risarcimento del danno. L’azione inibitoria può essere descritta come la forma di tutela atta a prevenire la lesione dei diritti della persona, essa infatti consiste nell’azione preventiva finalizzata a porre fine al comportamento lesivo già in essere, non consentendone la continuazione né tanto meno la ripetizione. Questa tutela è stata tipizzata nel nostro ordinamento per alcuni diritti della personalità, uno su tutti il diritto all’immagine. L’art.10 del Codice Civile infatti prevede espressamente che, nel caso in cui sia stata Pubblicata una nostra foto, o la foto di un nostro parente ed affine, al di fuori dei casi previsti dalla legge che abbiamo visto in precedenza, potremo rivolgerci all’autorità Giudiziaria che disporrà la cessazione dell’abuso e di conseguenza il risarcimento dei danni.È facilmente comprensibile come per quest’ultimo mezzo di tutela, il risarcimento del danno sia di difficile quantificazione poiché nel nostro caso parliamo d un diritto avente ad oggetto un bene immateriale.Parlando di danno patrimoniale paradossalmente ci troviamo in una situazione in cui la quantificazione risulta molto più agevole nei casi in cui vediamo coinvolto un personaggio famoso. In questi casi infatti l’autore dell’illecito indebitamente si appropria dei vantaggi economici che sarebbero spettati eventualmente alla persona ritratta, è quindi evidente come il valore del danno patrimoniale debba essere commisurato tra i vantaggi economici “persi” dal titolare dell’immagine ed illecitamente “trasferiti” all’autore del comportamento dannoso.

Un sistema così immediato ed agevole non si verifica nei casi in cui la persona coinvolta sia una persona non famosa, “normale”, si tratta di un problema di individuazione, prova e quantificazione del danno subito. L’assenza di valore commerciale del soggetto sconosciuto ci spinge a individuare nuovi e spesso assai più elaborati criteri per la quantificazione patrimoniale. A ben vedere, anche se non esiste un vero prezzo di mercato dell’immagine dello sconosciuto, il suo illecito utilizzo determina comunque un danno che deve essere quantificato come lucro cessante. Si tratta del corrispettivo che il soggetto avrebbe potuto ottenere se avesse acconsentito a terzi lo sfruttamento della propria immagine a fini pubblicitari e commerciali. Nonostante sia sicuramente in misura minore e non paragonabile al corrispettivo dovuto ad un soggetto noto, anche l’immagine di uno sconosciuto quindi ha il suo prezzo e questo è il corrispettivo che l’ignaro soggetto ritratto avrebbe percepito se avesse stipulato con l’utilizzatore un regolare contratto di sfruttamento dell’immagine. Meglio però non focalizzarsi troppo sull’aspetto patrimoniale del danno perché spesso l’utilizzo abusivo dell’immagine può determinare una lesione dell’identità personale dando quindi diritto all’interessato di vedersi risarcire il danno non patrimoniale. Per identità personale si intende l’immagine sociale, cioè l’insieme di valori politici, intellettuali, professionali e religiosi della persona e il diritto della stessa all’intangibilità della propria immagine sociale, in questo caso la lesione è ravvisabile quando detta immagine risulti distorta provocando inesatte o non volute rappresentazioni della realtà. Le ripercussioni in questi casi potrebbero essere molteplici, come le difficoltà d’inserimento nell’ambito dei rapporti sociali, con conseguente diminuzione del proprio prestigio, della propria credibilità, determinando inoltre il venir meno di opportunità ed utilità valutabili anche economicamente. Chiunque sia vittima di questo tipo di lesione acquista il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, nello specifico facendo maggior riferimento alle voci di danno morale ed esistenziale, ai sensi dell’art. 2059 c.c., a prescindere dalla configurabilità di un reato, il quale ammette il risarcimento del danno che dovrà essere liquidato in via equitativa sulla base della concreta entità del pregiudizio subito e della gravità dell’elemento soggettivo dell’autore del fatto. Oltre alla quantificazione del danno però, parlando di queste nuove tipologie di illeciti civili sul web, risulta essere un problema di non secondaria rilevanza l’individuazione dei soggetti sui quali gravi la responsabilità per il fatto illecito commesso. La proposizione dell’azione nei confronti di coloro che abbiano materialmente provveduto alla pubblicazione di immagini in rete però, nella maggior parte dei casi risulta impossibile perché spesso e volentieri i responsabili sono soggetti tutt’altro che sprovveduti col pc in mano e raggiungerli, venendo a conoscenza della loro reale identità si rileva attività tutt’altro che semplice.Un’immediata soluzione al problema sopra esposto è stata la configurazione di una sorta di responsabilità per culpa in vigilando in capo ai gestori dei siti internet, i c.d. hosting provider, coloro che mettono a disposizione gli spazi internet per la creazione e messa on linediblog, siti e software, per le violazioni commesse da terzi utenti del servizio offerto.

In assenza però di vere e proprie disposizioni normative che regolino specificatamente la materia in esame, si è comunque formato nel nostro paese un definito orientamento giurisprudenziale propenso verso l’attribuzione di responsabilità dei gestori dei siti internet, ma non delineata a titolo di colpa per non aver impedito la commissione dell’illecito, ma solo a titolo di concorso del reato di diffamazione mezzo internet perpetrato dal proprio utente. Un’ulteriore aspetto da considerare in una situazione di lesione di immagine mezzo internet è che le informazioni e le immagini immesse in rete sono potenzialmente reperibili in ogni parte del mondo e proprio per questa caratteristica può apparire problematica l’individuazione del luogo in cui deve ritenersi consumato il reato. Sul punto il nostro ordinamento ha deciso di adottare in via continuativa l’orientamento del locus commissi delicti, ovvero l’obbligazione risarcitoria sorge ove si produce il danno. In caso di lesione dell’immagine attraverso uno strumento di comunicazione di massa come internet quindi, non si considera il luogo dove è istallato il server su cui viene caricato il contenuto diffamatorio, ma quei luoghi in cui viene effettivamente consumata l’illecita lesione del diritto alla reputazione, all’onore e all’immagine, ovvero il domicilio della persona offesa (Cass. Civ. Sez. Unite, n 21661/09).

Questi, in via del tutto sommaria, sono i mezzi a disposizione del nostro ordinamento per tutelare gli utenti di internet dall’uso improprio delle immagini che ci riguardano, inutile però ricordare come il controllo, per quanto attento, possa anche risultare superfluo data l’immensità e la portata praticamente illimitata della rete. Con l’avvento di internet e delle nuove tecnologie infatti, nuovi problemi sono sorti riguardanti il diritto all’immagine e la sua tutela, il digitale moltiplica all’ennesima potenza la possibilità di elaborare e riprodurre un numero infinito di immagini esponendole anche, come nel caso di specie che ha stimolato la presente riflessione, al rischio che queste vengano rubate da sistemi di sicurezza esoftwareche sembrano invalicabili ma che in realtà sono ben più vulnerabili di quanto noi profani della rete possiamo credere.

Come approcciarsi quindi ad internet, ai social network e qualunque piattaforma di condivisione? Semplicemente mantenendo comportamenti similari a quelli che useremmo nella realtà perché similari sono le regole ed i diritti applicabili al momento, poiché alla base di questo discorso è importante comprendere come sostanzialmente esista un parallelismo tra le due sfere, off e online. La grande difformità che si consiglia di prendere in considerazione è la diffusione, pressoché illimitata, delle immagini in rete; li spazio e tempo sembrano dilatarsi tendendo all’infinito e fornendo un campo favorevole alla velocissima diffusione e produzione di immagini che rischiano di violare alla medesima velocità diritti della personalità, d’autore e della privacy.

Dati personali europei: Usa e Ue
ci riprovano con il Safe Harbor 2.0

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Di Jacopo Giunta

A pochi mesi dalla nota decisione della Corte di Giustizia Europea (C-362 14 “Schrems/Data Protection Commissioner”), con cui dichiarava come il diritto e le prassi americane in materia di “data protection” non risultassero idonee a garantire una tutela adeguata contro le ingerenze delle autorità pubbliche sui dati personali degli utenti europei trasferiti sul suolo americano (qui un approfondimento sulla decisione della CGE), l’USA e L’Europa ci riprovano gettando le basi per un nuovo Safe Harbour 2.0. Continua a leggere

Caso Schrems, crolla il “safe harbor”:
il sistema americano non garantisce
la protezione dei dati degli utenti europei

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Di Jacopo Giunta  Lawyer, IT Expert, Information Forensics Investigator (CIFI) 

Commento a sentenza, decisione della Corte di Giustizia Europea 06.10.2015 nella causa C-362-14 “Schrems/Data Protection Commissioner” .

La corte di Giustizia europea, nella nota sentenza “Facebook” (Corte di Giustizia C-362-14) si è recentemente pronunciata sulla questione Continua a leggere