risarcimento

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Condannata a 5 anni la ragazza che aveva investito e ucciso un motociclista

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LA REPUBBLICA TORINO

Federica Cravero
È ancora un fantasma ma è stata condannata ieri in contumacia a cinque anni di prigione la donna di etnia rom evasa dal carcere Lorusso e Cutugno dove era rinchiusa per aver travolto e ucciso a maggio con il suo furgone Oreste Giagnotto, che viaggiava a bordo del suo scooter sulla superstrada di Caselle.
Di Laura Sulejmanovic, 22 anni, si sono perse le tracce a giugno, quando aveva eluso la sorveglianza della polizia penitenziaria e si era allontanata dal padiglione riservato alle donne carcerate, abbandonando in cella la figlia di pochi mesi.
Eppure era stata proprio la donna, fuggita al momento dell’incidente, a costituirsi mezz’ora dopo l’investimento. Era stata arrestata con l’accusa di omicidio stradale e omissione di soccorso, reati per cui è stata processata con rito abbreviato dal gup Luca Del Colle. La donna è stata condannata a cinque anni di carcere, mentre il risarcimento del danno richiesta dai familiari della vittima, assistiti dagli avvocati Luigi Giuliano e Gino Arnone, sarà affrontato dal giudice civile.
La vicenda dell’incidente aveva suscitato molta indignazione poiché l’investitrice era senza patente. Dopo l’evasione erano state anche organizzate manifestazioni di protesta per chiedere giustizia.
I familiari della vittima avevano anche messo una taglia sulla donna

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LA STAMPA

Condannata a cinque anni in contumacia la rom senza patente che uccise un motociclista

Articoli tratti da La Stampa e CronacaQui del 11 ottobre 2017

Giustizia penale lenta:
Causa civile al Comune per risarcimento punitivo

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Riportiamo l’intervista all’Avv. Renato Ambrosio, su Repubblica del 4 ottobre 2017.

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Strage di Tunisi, Costa Crociere: Non siamo stati noi
ad organizzare la gita al museo del Bardo”

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REPUBBLICA TORINO

E’ cominciata in tribunale a Torino la causa civile promossa contro Costa Crociere dai familiari di una delle vittime della strage del Bardo, l’attentato terroristico in cui due anni fa, a Tunisi, morirono quattro italiani. L’iniziativa legale è dei parenti di Antonella Sesino, una delle vittime, dipendente del Comune di Torino, assistita dagli avvocati dello studio Ambrosio & Commodo Renato e Ludovica Ambrosio, Stefano Bertone e Chiara Gribaudo.
Costa Crociere è stata citata, fra l’altro, per avere organizzato una escursione a Tunisi nonostante i rischi, e per non avere fornito ai partecipanti le informazioni necessarie. “La compagnia – spiega l’avvocato Bertone – aveva offerto alla famiglia Sesino la somma di 150 mila euro a titolo di ‘attenzione’, subordinata però alla rinuncia all’azione giudiziaria. Non abbiamo accettato”.
Costa Crociere, che nega qualsiasi responsabilità, si è costituita in giudizio “La causa mossa a Torino contro di noi – affermano i suoi legali – è pretestuosa ed è animata dall’intento di speculare su un tragico avvenimento”. E aggiungono: “Non siamo stati noi a organizzare l’escursione a Tunisi”  La nave ‘Costa Fascinosa’ approdò nel porto di Tunisi durante una tappa della crociera “Dipinto di blu”. Costa Crociere afferma che l’escursione a terra era stata organizzata da un altro operatore, dal quale i partecipanti acquistarono il servizio. “Gli eventi occorsi durante la gita – è la tesi – esulano dalla nostra sfera di controllo”. Costa Crociere è assistita dagli avvocati Cecilia Cavanna e Alberto Ceresa.
Le parole della Costa provocano la replica polemica di Bertone: “Una vergognosa offesa per i nostri assistiti. Prima ancora di notificare l’atto di citazione gli attori hanno sbandierato il loro reclamo sui mezzi di stampa, anzitempo e in maniera del tutto tendenziosa. Di tale comportamento, indice della pretestuosità della domanda e dell’intento di speculare su un tragico avvenimento, si confida che il giudice vorrà tenere conto nella liquidazione delle spese”. “Chiederemo – annuncia l’avvocato Bertone – di stralciare questa offesa”.

 

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RASSEGNA STAMPA

Piazza San Carlo: indagini a una svolta
È battaglia sui risarcimenti

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LA STAMPA TORINO
SIMONA LORENZETTI

Coloro che hanno ricevuto un invito a presentarsi in Procura hanno già allertato i loro avvocati. I pm Antonio Rinaudo e Vincenzo Pacileo stanno fissando il calendario dei primi interrogatori nell’ambito dell’inchiesta sull’inferno scatenatosi la sera del 3 giugno in piazza San Carlo durante la finale di Champions League. Adesso che l’analisi della documentazione è quasi terminata, è tempo di fare domande a chi in quei giorni ha seguito tutte le procedure e l’iter organizzativo. Si parte quindi da Turismo Torino e da Palazzo Civico.
PRIMI CONFRONTI
Lunedì verranno sentite le prime persone. Tra i primi a comparire ci sarà Maurizio Montagnese, presidente di Turismo Torino, e a seguire Danilo Bessone, il braccio operativo dell’ente, la cui firma compare in calce ad alcuni dei documenti raccolti dagli inquirenti. Saranno loro che dovranno spiegare come è stata organizzata la manifestazione in piazza San Carlo. Al momento il fascicolo è aperto per omicidio colposo e lesioni personali gravissime, ma dopo questa prima ondata di interrogatori non è escluso che si arrivi a contestare un reato diverso, legato ai delitti colposi contro l’incolumità pubblica. Montagnese avrebbe dovuto essere sentito come persona a conoscenza dei fatti, ma il deposito di querele da parte di alcuni dei feriti ha fatto sì che il suo nome venisse iscritto nel registro degli indagati. Un tecnicismo tale per cui il presidente di Turismo Torino sarà sentito come testimone assistito alla presenza del suo avvocato, Fulvio Gianaria. Sulla base dello stesso principio, oltre a lui altri dirigenti e funzionari rischiano di essere indagati, anche se la Procura esclude che al momento ci siano avvisi di garanzia.
LE QUERELE
Le querele, però, cominciano ormai a essere numerose e in molte di queste si chiamano in causa i presunti diretti responsabili degli eventi di piazza San Carlo: la sindaca Chiara Appendino, il questore Angelo Sanna e il prefetto Renato Saccone. Sotto la lente ci sono soprattutto le misure di prevenzione e di sicurezza adottate per garantire la tranquillità della piazza. E se sotto accusa in un primo momento è finita la mancata emissione dell’ordinanza che vietava la vendita di bevande in bottiglie di vetro, ben presto sono emerse anche altre carenze.
IL REBUS DEI RISARCIMENTI
Ma l’inchiesta della Procura non è l’unico problema che affligge Palazzo Civico e Turismo Torino. C’è il capitolo risarcimento danni. Oltre a coloro che hanno riportato ferite in quei dieci minuti di caos infernale, ci sono cittadini che pur non avendo segni evidenti sul corpo hanno subito uno choc e adesso si ritrovano a fare i conti con incubi notturni e crisi di panico. E’ un danno invisibile, ma capace comunque di sconvolgerti la vita. E il numero delle potenziali richieste di risarcimento danni rischia di essere elevatissimo. Sono già una cinquantina le persone che si sono rivolte allo studio legale Ambrosio & Commodo per valutare se ci sono i margini per far causa. «Impossibile quantificare oggi il danno psicologico che può aver subito una persona che si è trovata suo malgrado coinvolta nei fatti di piazza San Carlo – spiega l’avvocato Renato Ambrosio -. Sono danni che si potranno quantificare solo nei prossimi anni e solo dopo aver affrontato un percorso di recupero psicologico». Molti di coloro che ora sono pronti a trascinare in tribunale il Comune lamentano disturbi del sonno, attacchi di panico e paura di trovarsi in posti affollati. Si tratta del cosiddetto danno post traumatico da stress che dovrà essere certificato da un medico legale. E tra coloro che potrebbero chiedere un risarcimento c’è anche il piccolo Kelvin e la sua famiglia. «In un primo momento sembrava che le condizioni fisiche del bambino fossero gravi – sottolinea il legale –. Fortunatamente ora lui sta bene, ma non sappiamo ancora quali conseguenze psicologiche potrà avere fra qualche anno. Ci sarà sicuramente un’evoluzione, ma è presto per dire quale». Al momento le diffide sono state inviate al Comune di Torino, perché ha concesso la piazza. Ma se dall’inchiesta emergessero responsabilità anche in capo alla questura o alla prefettura, pure il ministero dell’Interno potrebbe essere chiamato in causa. Un bel grattacapo per Palazzo Civico, che può vantare una copertura assicurativa in grado di risarcire migliaia di persone. L’assicurazione, infatti, copre tutti i tipi di danni, da chi cade in una buca a chi si fa male in un evento organizzato dal Comune. Diversa la questione per Turismo Torino, che gode sì di una copertura assicurativa, ma il cui massimale di 6 milioni di euro potrebbe essere insufficiente per arginare la valanga di risarcimenti.


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Dai feriti di piazza San Carlo partono le prime richieste di risarcimento

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Piazza San Carlo: Francesca torna a casa, dimessa dalle Molinette di Torino La Provincia Notizie http://laprovincianotizie.com/2017/06/25/piazza-san-carlo-francesca-torna-a-casa-dimessa-dalle.html

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RASSEGNA STAMPA


SERVIZIO DEL TG3 Piemonte

 

 

 

Strage del Bardo, anche il premier Gentiloni
chiamato come testimone a Torino

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La Stampa Torino
di Simona Lorenzetti

C’è anche l’attuale premier Paolo Gentiloni tra coloro che potrebbero essere chiamati a testimoniare nell’ambito della causa civile che i familiari di Antonella Sesino, una delle quattro vittime italiane della strage del Bardo avvenuta due anni fa a Tunisi, hanno intentato contro la Costa Crociere . La famiglia di Sesino, l’ex marito e i due figli, assistiti dallo studio legale Ambrosio e Commodo, hanno depositato nei giorni scorsi la causa che si aprirà il prossimo 27 giugno davanti ai giudici del tribunale civile di Torino.

L’ATTENTATO DEL 18 MARZO 2015
Secondo quanto ricostruito dai legali, attraverso le indagini difensive, l’attentato terroristico al museo del Bardo di Tunisi, costato la vita a oltre venti turisti, era prevedibile. Costa Crociere aveva quindi il dovere di impedire ai suoi passeggeri, il 18 marzo del 2015, di sbarcare dalla nave. Ed è partendo da questo presupposto che va letta la scelta di chiamare a testimoniare il premier. Gentiloni, all’epoca ministro degli Esteri, avrebbe rilasciato nelle ore successive all’attentato un’intervista alla Rai in cui «aveva dichiarato che l’attentato era stato annunciato una ventina di giorni prima», spiega l’avvocato Renato Ambrosio. «Se non riusciamo a recuperare la registrazione lo chiameremo a testimoniare».

«LA STRAGE SI POTEVA EVITARE»
«La strage si poteva evitare – dicono ancora gli avvocati -. C’erano le informative della Farnesina, alcuni video in cui i terroristi annunciavano azioni contro civili e turisti proprio a Tunisi, un attentato era stato sventato nella capitale del Paese. Costa Crociere non poteva non sapere del pericolo: quindi o non ha informato i passeggeri dei rischi per profitto o ha peccato di negligenza professionale».

La strage del Bardo, anche il premier Gentiloni chiamato a testimoniare

Leggi l’articolo di Repubblica Torino
Strage del Bardo, causa milionaria contro Costa Crociere: tra i testi il premier Gentiloni

Leggi l’articolo di Cronaca Qui
La strage del Bardo. “Attentato prevedibile, chiameremo Gentiloni come teste”

Leggi l’articolo di Leggo
“Strage del Bardo prevedibile, “Costa Crociere non poteva non sapere”

Rassegna stampa:

 

 

 

Video e foto private sui social,
come difendersi dagli abusi

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di Edoardo Commodo

Il diffondersi di internet, dei collegamenti wireless che permettono una rapida trasmissione dei dati, dei dispositivi cellulari di ultima generazione, i cosiddetti smartphone, dotati di telecamera digitale per realizzare video e foto immediatamente condivisibili sul web, combinati con la – spesso e purtroppo – scarsa attenzione delle persone alle reali potenzialità di diffusione di tali mezzi, hanno introdotto non poche problematiche riguardo l’applicazione dei diritti rispetto all’evoluzione tecnologica, creando un ambito dove non sempre è possibile applicare le norme preesistenti, risultando così necessario un rapido intervento del legislatore. La premessa qui riportata è perfettamente calzante con i fatti di cronaca che negli ultimi mesi hanno riacceso l’interesse sulla sicurezza in rete. L’attenzione non potrà che soffermarsi sul tragico epilogo che ha colpito la giovane napoletana Tiziana Cantone, spinta al suicidio dopo mesi di umiliazione dovuti alla proliferazione in rete, e su una nota piattaforma di messaggistica on line, di video hard che la ritraevano. Di analoga natura e serietà è da considerarsi la vicenda che ha colpito la giovane conduttrice di SKY, Diletta Leotta. Questa infatti ha dovuto assistere impotente alla diffusione in rete di sue foto, che potremmo definire privatissime, dopo averne subito il furto dalla propria “nuvola”.
Quanto sopra rappresenta niente più che un mero quadro sintetico di alcune delle vicende più ridondanti – forse anche da un punto di vista mediatico – che di recente hanno colpito il mondo del web e che, senza dubbio ed in un secondo momento, saranno anche oggetto di singoli approfondimenti. Ad oggi preme dare una primaria illustrazione della problematica in questione, di come e quali strumenti un individuo che ha patito una lesione della propria immagine possa usufruire ed a chi rivolgersi, essendo ormai le vittime sempre più numerose, famose e non.

La rivoluzione digitale degli ultimi dieci anni ha infatti stravolto la concezione tradizionale di diritto all’immagine ed ha reso del tutto superfluo effettuare distinzioni legate a notorietà, nazionalità ed estrazione sociale, esponendo ogni individuo ad un medesimo livello di vulnerabilità. Unico strumento tangibile e concreto di tutela, ad oggi, rimane l’autotutela, ossia l’antica virtù della prudenza. Questa non può che palesarsi attraverso un uso consapevole, perito e morigerato di quei dispositivi che tanto stanno contribuendo allo sviluppo delle nostre relazioni e conoscenze ma che, allo stesso tempo, tanto bene si prestano a penalizzarci, farci anche del male, se utilizzati in modo inopportuno.
Con questa nuova forma di comunicazione, sempre più spesso si verifica che informazioni ed immagini personali degli utenti diventino di pubblico dominio, perché accessibili ad un vasto numero di soggetti e che, quindi, vengano utilizzate per scopi differenti rispetto a quelli per i quali sono state realizzate e pubblicate, quasi sempre senza autorizzazione degli stessi titolari che ne avevano previsto un uso privato.
La natura dell’immagine – quale raffigurazione di una persona – nel nostro ordinamento, figura come un diritto della personalità, irrinunciabile, che può essere fatto valere da chiunque, inteso come il diritto della persona a che la propria immagine non venga divulgata o che tale divulgazione venga da questi controllata. Tale diritto infatti ha contenuto sia non patrimoniale, se inteso come manifestazione tipica del diritto alla riservatezza, sia patrimoniale, che può derivare dal suo sfruttamento economico. Il mezzo più immediato ed efficace attraverso il quale un soggetto ha la possibilità di gestire la propria immagine è il c.d. “consenso”, questo è infatti il requisito essenziale ed imprescindibile per l’utilizzo dell’immagine altrui, ed ha origini ovviamente molto precedenti rispetto alla nascita di internet. Il consenso infatti viene introdotto nel nostro ordinamento il 22 aprile del 1941 con la legge n.633 la quale, all’art. 96 recita appunto “il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa”.
È possibile però che questa regola possa subire qualche eccezione ad esempio nei casi in cui vi sia una situazione di necessità, giustizia, polizia, scopi scientifici didattici e culturali ed ovviamente…quando l’immagine ritragga una persona nota. Preme sottolineare come la “notorietà” della persona non possa da sola giustificare qualunque riproduzione dell’immagine, in quanto è pur sempre necessario che vi sia un’esigenza di informazione pubblica e che venga garantita la privacy dei personaggi famosi ritratti.
Sempre in tema di tutela dell’immagine è utile ricordare che prima di pubblicare e condividere fotografie o ritratti, è necessario assicurarsi che queste non ledano il decoro e la reputazione del personaggio ritratto in quanto si tratta di valori che attengono la dignità della persona ed espressamente ed implicitamente tutelati all’interno della nostra carta Costituzionale. Inoltre, in caso di utilizzo abusivo della nostra immagine il nostro ordinamento ci mette a disposizione due strumenti legalmente previsti, l’azione c.d. inibitoria ed il risarcimento del danno ex artt. 2043 e 2056 c.c..
L’azione inibitoria può essere descritta come la forma di tutela atta a prevenire la lesione dei diritti della persona, essa infatti consiste nell’azione preventiva finalizzata a porre fine al comportamento lesivo già in essere, non consentendone la continuazione né tanto meno la ripetizione. Questa tutela è stata tipizzata nel nostro ordinamento per alcuni diritti della personalità, uno su tutti il diritto all’immagine. L’art.10 del Codice Civile infatti prevede espressamente che, nel caso in cui sia stata Pubblicata una nostra foto, o la foto di un nostro parente ed affine, al di fuori dei casi previsti dalla legge che abbiamo visto in precedenza, potremo rivolgerci all’autorità Giudiziaria che disporrà la cessazione dell’abuso e di conseguenza il risarcimento dei danni. È facilmente comprensibile come per quest’ultimo mezzo di tutela, il risarcimento del danno, il discorso si complichi e non poco, soprattutto dal punto di vista della quantificazione del danno poiché nel nostro caso parliamo di un diritto avente ad oggetto un bene immateriale. Parlando di danno patrimoniale paradossalmente ci troviamo in una situazione in cui la quantificazione risulti molto più agevole nei casi in cui vediamo coinvolto un personaggio famoso. In questi casi infatti l’autore dell’illecito indebitamente si appropria dei vantaggi economici che sarebbero spettati eventualmente alla persona ritratta, è quindi evidente come il valore del danno patrimoniale debba essere commisurato tra i vantaggi economici “persi” dal titolare dell’immagine ed illecitamente “trasferiti” all’autore del comportamento dannoso. Un sistema così immediato ed agevole non si verifica nei casi in cui la persona coinvolta sia una persona non famosa, “normale”, si tratta di un problema di individuazione, prova e quantificazione del danno subito. L’assenza di valore commerciale del soggetto sconosciuto ci spinge a individuare nuovi e spesso assai più elaborati criteri per la quantificazione patrimoniale. A ben vedere, anche se non esiste un vero prezzo di mercato dell’immagine dello sconosciuto, il suo illecito utilizzo determina comunque un danno che deve essere quantificato come lucro cessante. Si tratta del corrispettivo che il soggetto avrebbe potuto ottenere se avesse acconsentito a terzi lo sfruttamento della propria immagine a fini pubblicitari e commerciali. Nonostante sia sicuramente in misura minore e non paragonabile al corrispettivo dovuto ad un soggetto noto, anche l’immagine di uno sconosciuto quindi ha il suo prezzo e questo è il corrispettivo che l’ignaro soggetto ritratto avrebbe percepito se avesse stipulato con l’utilizzatore un regolare contratto di sfruttamento dell’immagine.
Meglio però non focalizzarsi troppo sull’aspetto patrimoniale del danno perché spesso l’utilizzo abusivo dell’immagine può determinare una lesione dell’identità personale dando quindi diritto all’interessato di vedersi risarcire il danno non patrimoniale. Per identità personale si intende l’immagine sociale, cioè l’insieme di valori politici, intellettuali, professionali e religiosi della persona e il diritto della stessa all’intangibilità della propria immagine sociale, in questo caso la lesione è ravvisabile quando detta immagine risulti distorta provocando inesatte o non volute rappresentazioni della realtà. Le ripercussioni in questi casi potrebbero essere molteplici, come le difficoltà d’inserimento nell’ambito dei rapporti sociali, con conseguente diminuzione del proprio prestigio, della propria credibilità, determinando inoltre il venir meno di opportunità ed utilità valutabili anche economicamente. Chiunque sia vittima di questo tipo di lesione acquista il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, nello specifico facendo maggior riferimento alle voci di danno morale ed esistenziale, ai sensi dell’art. 2059 c.c., a prescindere dalla configurabilità di un reato, il quale ammette il risarcimento del danno che dovrà essere liquidato in via equitativa sulla base della concreta entità del pregiudizio subito e della gravità dell’elemento soggettivo dell’autore del fatto.
Oltre alla quantificazione del danno però, in relazione a questi illeciti civili sul web, è senz’altro un problema di non secondaria rilevanza l’individuazione dei soggetti sui quali gravi la responsabilità per il fatto illecito commesso e le modalità con cui ottenere tutela. La proposizione dell’azione nei confronti di coloro che abbiano materialmente provveduto alla pubblicazione di immagini in rete però, nella maggior parte dei casi risulta impossibile perché spesso e volentieri i responsabili sono soggetti tutt’altro che sprovveduti col pc in mano e raggiungerli, venendo a conoscenza della loro reale identità si rileva attività tutt’altro che semplice. Un’immediata soluzione al problema suesposto è stata la configurazione di una sorta di responsabilità per culpa in vigilando in capo ai gestori dei siti internet, i c.d. hosting provider, coloro che mettono a disposizione gli spazi internet per la creazione e messa on line di blog, siti e software, per le violazioni commesse da terzi utenti del servizio offerto. In assenza però di vere e proprie disposizioni normative che regolino specificatamente la materia in esame, si è comunque formato nel nostro paese un definito orientamento giurisprudenziale propenso verso l’attribuzione di responsabilità dei gestori dei siti internet, ma non delineata a titolo di colpa per non aver impedito la commissione dell’illecito, ma solo a titolo di concorso del reato di diffamazione mezzo internet perpetrato dal proprio utente, dato dal ritardo nell’intervento di rimozione.
Un’ulteriore aspetto da considerare in una situazione di lesione di immagine mezzo internet è che le informazioni e le immagini immesse in rete sono potenzialmente reperibili in ogni parte del mondo e proprio per questa caratteristica può apparire problematica l’individuazione del luogo in cui deve ritenersi consumato il reato. Sul punto il nostro ordinamento ha deciso di adottare in via continuativa l’orientamento del locus commissi delicti, ovvero l’obbligazione risarcitoria sorge ove si produce il danno. In caso di lesione dell’immagine attraverso uno strumento di comunicazione di massa come internet quindi, non si considera il luogo dove è istallato il server su cui viene caricato il contenuto diffamatorio, ma quei luoghi in cui viene effettivamente consumata l’illecita lesione del diritto alla reputazione, all’onore e all’immagine, ovvero il domicilio della persona offesa (Cass. Civ. Sez. Unite, n 21661/09).
Questi, in via del tutto sommaria, sono i mezzi a disposizione del nostro ordinamento per tutelare gli utenti di internet dall’uso improprio delle immagini che ci riguardano, inutile però ricordare come il controllo, per quanto attento, possa anche risultare superfluo data l’immensità e la portata praticamente illimitata della rete. Con l’avvento di internet e delle nuove tecnologie infatti, nuovi problemi sono sorti riguardanti il diritto all’immagine e la sua tutela, il digitale moltiplica all’ennesima potenza la possibilità di elaborare e riprodurre un numero infinito di immagini esponendole anche, come ad esempio i casi che hanno stimolato la presente riflessione, al rischio che queste vengano rubate da sistemi di sicurezza e software che sembrano invalicabili ma che in realtà sono ben più vulnerabili di quanto noi profani della rete possiamo credere. Come approcciarsi quindi ad internet, ai social network e qualunque piattaforma di condivisione? Semplicemente mantenendo comportamenti similari a quelli che useremmo nella realtà perché similari sono le regole ed i diritti applicabili al momento, poiché alla base di questo discorso è importante comprendere come sostanzialmente esista un parallelismo tra le due sfere, off e online. L’elemento di differenziazione che si deve prendere in considerazione è la diffusione, pressoché illimitata, delle immagini in rete; li spazio e tempo sembrano dilatarsi tendendo all’infinito e fornendo un campo favorevole alla velocissima diffusione e produzione di immagini che rischiano di violare alla medesima velocità diritti della personalità, d’autore e della privacy.

Class action, una legge da ripensare
con lo sguardo rivolto agli Usa

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di Ludovica Ambrosio

Nell’ambito della responsabilità civile, sempre più spesso si sente ormai utilizzare, anche in Italia, il termine “class action”. Il  più delle volte giornali e mass media abusano di questo termine o lo utilizzano a sproposito, forse senza neppure sapere bene di che cosa si tratti, sottovalutando potenzialità e valore sociale di tale strumento.
Questo breve approfondimento, che ha lo scopo di fornire un sintetico vademecum sui tratti peculiari della class action, con particolare riferimento allo stato dei fatti in Italia ed ai possibili sviluppi che tale azione potrebbe avere nel nostro paese, viene alla luce in seguito ad un periodo di lavoro trascorso presso la sede di New York dello Studio legale Lieff, Cabraser Heimann & Bernstein. Si tratta dello Studio legale che al mondo ha conseguito la migliore esperienza sul tema, sia per il numero di vittime seguite sia per l’entità dei risarcimenti ottenuti, tanto da essere definito da plurime riviste del settore, tra cui, ad esempio, ilNational Law Journal, comethe top plaintiffs law firm in the nation for over a dozen yearsLo studio, del quale fanno parte più di 60 avvocati, è specializzato in risarcimento danni ed in class action riguardanti, in particolare, danni alla persona, frodi finanziarie ai danni del consumatore, discriminazioni sul posto di lavoro e tutte le altre situazioni da cui possono scaturire danni alla comunità.

Cos’è una class action?
La class action è un’azione legale attraverso la quale un ridotto numero di persone agisce in giudizio in nome proprio ed in rappresentanza di molti altri soggetti che non partecipano al processo ma con i quali condividono lo stesso tipo di danno e di richieste. Tale strumento giuridico è nato per evitare la ripetizione di giudizi aventi ad oggetto la stessa materia del contendere, per disincentivare pratiche scorrette da parte delle grandi società, spesso multinazionali, a danno dei consumatori ed anche per facilitare la prosecuzione di richieste di danni che, considerati singolarmente, sono di lieve entità e solo se considerati nella loro totalità hanno la possibilità di esporre le società ad enormi responsabilità di tipo economico. In questi ultimi casi, in assenza di class action, i danneggiati sarebbero costretti a rinunciare a far valere i propri diritti in quanto eventuali azioni individuali sarebbero costose ed impraticabili.
Negli ultimi anni però si è assistito ad un utilizzo sempre maggiore di class action anche nei casi in cui i danni patiti dai singoli danneggiati sono rilevanti come, ad esempio, ai disastri aerei e ferroviari, frodi finanziarie, malattie sul lavoro, disastri ambientali, etc. Si aggiunga ancora che, nella quasi totalità dei casi, i soggetti convenuti nelle cause collettive sono grandi società, multinazionali o enti i quali sono indubbiamente in una posizione di assoluta e indiscussa forza, potenza e ricchezza rispetto ai singoli danneggiati.
Da qui deriva la forte utilità sociale di questo tipo di azione che consente al singolo danneggiato di essere messo sullo stesso piano di una grande multinazionale e di poter giocare ad armi pari nella battaglia per il riconoscimento dei propri diritti. La class action viene quindi ad assumere un ruolo fondamentale nella teoria economica del diritto: l’alleanza dei consumatori si pone come valido contraltare alle grandi corporations che nel loro insieme rappresentano il principale esito della società basata sul capitalismo. L’accesso agevolato al processo permesso dalla class action, in particolare se unito alla la previsione dei “danni punitivi”,  costituiscono uno strumento positivo che facilita e consente la  dialettica sociale e diventa un “correttivo” interno del sistema capitalistico alle cattive prassi produttive o commerciali.

 

Pregi e difetti
Prima di tutto bisogna sottolineare il grande valore sociale di tale tipo di azione. Da un lato, infatti, il singolo danneggiato, attraverso una class action, oltre all’ottenimento di una condanna della società che gli ha cagionato il danno ed al relativo risarcimento, ha la possibilità di poter cambiare un sistema, di poter porre fine ad una pratica commerciale scorretta e di far venire alla luce le frodi perpetrate da un’intera industria a danno dei singoli consumatori. Dall’altro lato, l’esistenza e l’efficacia di questo tipo di azioni, viene a configurare un monito nei confronti delle grandi società multinazionali a tenere una condotta corretta senza anteporre i propri guadagni alla salute e sicurezza dei singoli consumatori in quanto sanno che, se ciò dovesse accadere, subirebbero ingenti condanne e relative perdite economiche in esito alla proposizione di azioni di classe. Non si dimentichi inoltre che un’azione collettiva può far risparmiare risorse sia ai Tribunali sia ai singoli danneggiati.
Indubbiamente infatti la possibilità di poter affrontare in un unico giudizio svariate centinaia di casi analoghi comporta innumerevoli vantaggi sotto il profilo dell’economia processuale, garantendo coerenza al sistema. Anche analizzando la situazione dal punto di vista dei danneggiati, emerge come questi, attraverso una class action godano di un accesso facilitato alla giustizia, ottenendo così il risarcimento del danno subito il quale comunque non sarebbe difforme da quello che potrebbero ottenere portando avanti azioni individuali, con l’ulteriore vantaggio che molto probabilmente, agendo da soli, non avrebbero avuto il potere contrattuale necessario per raggiungere un risultato positivo. Evidentemente la class action è uno strumento che, se utilizzato male, può creare lungaggini e complicazioni nel procedimento risarcitorio. Deve inoltre essere usato cautamente e con estrema attenzione in quanto ha il potere di mettere in ginocchio intere aziende, con tutti i risvolti negativi che possono derivare dalla crisi, o peggio dalla chiusura, di una società.

La class action negli USA
Come anticipato la class action trova la sua massima espressione negli USA e generalmente negli stati di common law in cui, come noto, la rilevanza del precedente assume un ruolo fondamentale nell’organizzazione del sistema giustizia. La caratteristica principale della class action risiede nella possibilità per uno o più soggetti di agire in giudizio non solo in nome proprio ma anche per tutti gli “absent” ossia coloro che non promuovono l’azione ma che potenzialmente potrebbero trovarsi nella stessa situazione di colui o coloro che instaurano il giudizio. Quindi una class action potrebbe essere, e spesso è, introdotta da una sola persona che, però, rappresenta gli interessi dell’intera classe.
Negli U.S. le class action sono regolate da una normativa complessa ed in continua evoluzione, contenuta nella Rule 23 delle Federal Rules of Civil Procedure del 1938.
Solo qualora l’azione dispiegata possegga tutti i requisiti previsti dettagliatamente dalla legge (numerosity; commonality, typicality and adequacy of representation) ottiene dalla Corte la certificazione di class action e, da questo momento in avanti, inizia a seguire la procedura tipica e speciale prevista per tale tipo di azioni. Nella maggior parte dei casi, è proprio in seguito all’ottenimento della certificazione di class action che le controparti iniziano a intavolare trattative con gli avvocati delle vittime al fine di raggiungere accordi transattivi atti a scongiurare la prosecuzione del giudizio. Dopo che la Corte certifica l’azione come “class action”,  precisa la natura dell’azione e definisce i requisiti della classe, ordinando poi che di tutto ciò venga data notizia all’esterno con tutti i mezzi possibili (pubblicità su giornali, volantini, lettere, etc.) a tutti gli altri potenziali attori attraverso quella che e’ chiamata “notice”. I costi per tale tipo di attività sono posti a carico dell’attore anche se, molto spesso, gli stessi vengono anticipati dall’avvocato. A questo punto, tutti coloro che hanno il titolo per poter far parte della classe ma che non vogliono che l’accordo che ne deriverà diventi vincolante anche nei loro confronti, magari perché pensano di potere ottenere un risultato migliore agendo diversamente, hanno il diritto di uscire dalla classe esercitando il diritto di “opt out”. La Corte inoltre nomina il “class counsel” ossia l’avvocato di riferimento per tutta la classe. E’ infatti noto che ad una class action, essendoci svariate decine/centinaia di partecipanti, partecipino anche numerosi avvocati ma soltanto uno viene nominato dalla Corte ufficialmente come il difensore della classe. Di solito si tratta di un avvocato esperto, conosciuto e rispettato da tutta la comunità giuridica e che abbia le competenze per rappresentare al meglio gli interessi della classe. È infatti indispensabile che gli interessi della classe vengano difesi nel migliore dei modi visto che il risultato che scaturirà all’esito della class action diverrà vincolante anche per tutti coloro che non hanno partecipato in prima persona al processo. Nel caso in cui si raggiunga un accordo transattivo, o qualora questo non sia possibile e si addivenga ad una pronuncia di condanna da parte della Corte all’esito del processo, a tutti coloro che sono stati danneggiati dall’azione del convenuto e che ne fanno richiesta, viene riconosciuto il risarcimento accordato oppure, qualora risulti troppo difficoltoso identificare e contattare tutte le vittime, viene istituito un fondo dal quale possono attingere tutti coloro che dimostrano di avere il titolo per fare parte della classe e di essere stati danneggiati dall’azione del responsabile civile . Evidentemente l’azione collettiva deve conciliarsi col diritto di difesa del singolo cittadino che conseguentemente deve essere informato del suo diritto di non aderire all’azione collettiva in tutte le fasi del procedimento, dall’avvio alla sentenza. Conseguentemente, anche dopo il raggiungimento di un  accordo, la Corte ordina al convenuto di dare adeguata notizia a tutti i potenziali membri della classe del risultato raggiunto. Infatti, qualora il risarcimento risultasse penalizzante, chi non concorda con la class action conserva il diritto di rifiutarne l’esito e di intraprendere un’azione individuale. Diversamente, l’azione collettiva potrebbe essere strumentalizzata da ricorrenti che, promuovendo l’azione per primi in accordo alla controparte, accettano risarcimenti o transazioni di minimo importo, vincolanti anche per gli altri ricorrenti. In questo dunque sta la forza della class action: l’accordo o la pronuncia risultante dall’azione portata avanti solo da alcuni rappresentanti nell’interesse dell’intera classe diviene vincolante per tutti (eccezion fatta per coloro che, come detto prima, hanno esercitato il diritto di opt-out).

Quanto costa una class action?
Negli Stati Uniti introdurre un’azione costa relativamente poco: la tassa da versare allo Stato si aggira intorno ai 300 $, indipendentemente dal valore della causa. Il danneggiato dovrà quindi solo preoccuparsi di pagare il proprio avvocato.  Solitamente si concorda il versamento di un fondo spese iniziale con la previsione che gli onorari dell’avvocato vengano poi calcolati in base ad una percentuale del ricavato. È però da dire che i grandi studi legali americani, quando credono nella fondatezza di un caso, investono sullo stesso anticipando tutti i costi della class action e subordinando il pagamento dei loro onorari al raggiungimento del risultato secondo la nota regola del “no win no fees”. In caso di perdita il cliente non dovrà pagare nulla e lo studio legale non percepirà nulla. Inoltre, a differenza di quanto accade in Italia, non vi è neppure il rischio che in caso di soccombenza l’attore debba pagare le spese legali anche del convenuto in quanto, secondo la regola generale, ogni parte è tenuta solamente a far fronte alle spese del proprio difensore. Da qui emerge un’altra grande differenza rispetto al sistema italiano in cui invece, in caso di soccombenza il danneggiato oltre a pagare le spese del proprio avvocato e di quello della controparte, è altresì soggetto al rischio di condanna alla spese per lite temeraria (sic!).
In definitiva quindi si può affermare come il sistema americano consenta la danneggiato un accesso alla giustizia facilitato, specie in caso di mass tort.

Quali sono state le class action più di successo?
Una delle class action più note, e da cui è stato anche tratto il film dal titolo “Erin Brockovich”, dal nome dell’avvocata attivista che si è occupata della pratica, è quella che è stata portata avanti all’inizio degli anni 90 dallo studio Masry-Vitito contro l’azienda chimica Pacific Gas & Electric, accusata di aver inquinato le falde idriche di Los Angeles con cromo esavalente, una forma di cromo molto dannosa e cancerogena. All’esito dell’azione legale il colosso dell’energia è stato costretto a pagare uno dei più grandi risarcimenti nella storia degli Stati Uniti: 333 milioni di dollari ai più di 600 residenti di Hinkley. Altrettanto significativa è la class action che è stata portata avanti dallo studio legale Lieff Cabraser Heimann & Bernstein contro l’industria del tabacco per i danni da fumo e che ha portato ad un risarcimento, alla fine degli anni ‘90, di 42 miliardi di dollari. Oltre al risarcimento del danno patito dai fumatori malati di cancro ed a rifondere i costi sostenuti dal governo Americano per le cure mediche inferte ai pazienti affetti da danni da fumo, l’accordo prevedeva altresì radicali cambiamenti da parte delle multinazionali del tabacco nelle proprie campagne pubblicitarie e nella vendita di sigarette. Si pensi ad esempio al divieto di affiggere cartelloni pubblicitari o di inserire spot in TV incoraggianti la pratica del fumo, od ancora al divieto di pubblicizzare brand di sigarette sulle macchine della formula uno. Arrivando ai giorni nostri, invece, una delle class action più importanti e nella quale l’avvocato Elisabeth Cabraser è stata nominata quale class counsel, è quella intentata contro l’industria automobilistica tedesca Volkswagen, colpevole di aver montato su alcuni modelli di vetture un sistema in grado di alterare le emissioni di scarico ed in particolare degli ossidi d’azoto (NOx), riducendoli durante i controlli per le omologazioni. Nel mese di giugno 2016 negli U.S. Volkswagen, proprietari dei veicoli interessati e Ministero della Giustizia hanno raggiunto un accordo per complessivi 15 miliardi di dollari. Ora la sfida sarà quella di far ottenere lo stesso risultato anche ai consumatori europei molti dei quali si sono rivolti agli studi legali che, insieme allo Studio Lieff & Cabraser, hanno costituito il Global Justice Network attraverso il quale intendono proseguire l’esperienza che hanno maturato lavorando insieme in diversi casi internazionali. Tra i principali animatori e componenti del Global Justice Network vi è anche lo  Studio Legale Ambrosio & Commodo che infatti ha assunto un ruolo attivo nella iniziativa giudiziaria nei confronti del Gruppo Audi-VolksWagen, provvedendo a depositare in data 11.5.2016 un atto di intervento avanti il Tribunale di Venezia nella causa intentata da Codacons e continuando a svolgere indagini tecniche finalizzate alla miglior difesa dei danneggiati.

La class action in Italia
Volendo ora fare un quadro del dibattito e della normativa italiana in merito alla class action, va detto che  già a partire dalla fine dagli anni Settanta nel nostro Paese si è incominciato a parlare dell’utilità di introdurre anche nel nostro sistema giuridico il rimedio della class action di stampo americano. Dopo un ampio dibattito dottrinale e politico, l’istituto della class action è stato finalmente introdotto nella legislazione italiana con la legge 99 del 23 luglio 2009, che ha modificato l’articolo 140-bis del Codice del consumo, oggi rubricato “azione di classe”. Sfortunatamente la norma che regola la class action all’italiana è risultata inadeguata, prevedendo paletti spesso insuperabili ed enormi difficoltà interpretative e procedurali. Infatti, dall’entrata in vigore della legge ad oggi il bilancio è disastroso: solo due sole class action sono state dichiarate ammissibili. La prima è quella avviata dal Codacons a Milano contro il test fai-da-te per la H1N1, la cosiddetta influenza suina, venduto a 13 euro dalla Voden Medical Instruments Spa. Tale class action è rimasta priva di ogni conseguenza dal momento che, dopo che l’associazione consumatori ha speso oltre 20.000 euro per pubblicizzare la causa solamente una persona vi ha aderito. La seconda è l’azione collettiva promossa da Altroconsumo contro Intesa Sanpaolo in merito alla problematica della commissione di massimo scoperto per i conti senza fido. Tutte le altre proposte di azioni collettive sono state dichiarate inammissibili: si va dalla richiesta di rimborso delle licenze di Windows preinstallato sui pc a quella dei pendolari della linea Roma-Nettuno contro Trenitalia, sino alla causa proposta contro la BAT Italia per i danni da fumo.
Le minacce di class action sono pressoché infinite ma molto probabilmente, visto lo stato dell’arte, non sortiranno quasi sicuramente alcun esito positivo.
Tutto ciò premesso, non pare quindi un’esagerazione affermare che, in Italia, la class action non esiste. La legge attuale infatti, così come è stata scritta, non conferisce a tale strumento giuridico il potere e la forza di raggiungere i risultati sperati.

Cosa dovrebbe cambiare in Italia affinchè la class action funzioni
Sicuramente, per poter meglio individuare i punti deboli della normativa italiana, è sufficiente soffermarsi sulle principali differenze tra la nostra class action e quella prevista nel sistema americano ove invece, come e’ noto, tale tipo di azione riesce egregiamente a soddisfare le esigenza di economia processuale e di certezza del diritto oltre che a sortire un valido effetto deterrente e inibente nella repressione delle condotte nocive o ingiuste da parte degli operatori economici più forti. La differenza maggiore è senza dubbio ravvisabile nel cauto sistema di “opt – in” adottato dal legislatore italiano, invece del più facilitante sistema di “opt-out” previsto nel sistema americano. Tale disposizione infatti assoggetta al giudicato formatosi nel processo di gruppo esclusivamente gli aderenti e gli interventori. In Italia dunque non c’è automatica vincolatività del giudicato collettivo per tutti gli appartenenti alla categoria rappresentata da chi agisce in giudizio, bensì solo la possibilità che il singolo, tramite un volontario atto di intervento o adesione, si sottoponga al dispiegarsi degli effetti, favorevoli o meno, della pronuncia sulla causa di classe. Per non parlare dei costi proibitivi di una class action all’italiana e delle conseguenze tragiche a cui dovrebbe far fronte l’attore in caso di sconfitta. Tutti ben conosciamo gli elevati costi di accesso alla giustizia che ci sono nel nostro paese. Pensiamo già solo al contributo unificato, marche da bollo, tassa di registro etc. Si aggiungano inoltre le spese necessarie per pubblicizzare tale tipo di azione, che ricadono ovviamente in prima battuta sull’attore, così come i costi del proprio avvocato. Infine, il  cittadino  italiano che decide di prendere parte ad una class action deve anche accollarsi il rischio di dover pagare, in caso di sconfitta, le spese legali dell’avversario, oltre all’eventualità di dover in aggiunta subire una condanna per lite temeraria ex art. 96 c.p.c. Come si è avuto modo di analizzare meglio supra, un cittadino americano non ha grandi costi da sostenere per presentare un’azione davanti alla Corte, né è assoggettato al rischio di dover sostenere tutti i costi sopra descritti nel caso di soccombenza. Nella peggiore delle ipotesi, egli vedrà solamente negarsi il diritto al risarcimento, senza dover pagare di tasca sua alcunchè. Un ultimo cenno va fatto alle enormi formalità presenti nella procedura italiana che comportano, in primis, notevoli difficoltà ad ottenere la certificazione di class action. Quest’ultima infatti viene concessa solamente allorquando i diritti fatti valere si presentano come omogenei oppure identici ma, nella pratica, tale uguaglianza è molto difficile da riscontrare. Ulteriori lungaggini si ravvisano nelle modalità di adesione  all’azione nonchè nell’ottenere  il risarcimento in caso di condanna. A tal proposito infatti si rileva che, la sentenza che deriva dal giudizio collettivo non conduce in realtà ad una sentenza di condanna bensì ad una pronuncia sui generis di mero accertamento, che eventualmente può contenere i criteri per la liquidazione delle somme spettanti ai singoli consumatori o utenti o addirittura gli importi minimi da riconoscersi a ciascuno di essi, ma che non attribuisce di per sé ai vincitori il potere di provocare, da parte dell’ufficiale giudiziario e dal giudice dell’esecuzione, l’inizio e la prosecuzione del procedimento per la soddisfazione coattiva della massa di diritti di credito dei consumatori o degli utenti.
Dunque, la procedura prevista nella legislazione italiana, anzichè garantire snellezza e velocità al procedimento, prevede paletti e difficoltà burocratiche che non rendono agevole il dispiego di questa azione.
In conclusione quindi risulta necessario un intervento normativo volto a rivedere l’attuale normativa apportando le modifiche necessarie affinchè, anche in Italia, la class action possa venire a costituire un valido strumento a tutela dei diritti del danneggiato.

 

Indennizzo per le vittime di reati violenti,
quando la legge è una presa in giro

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di Gaetano Catalano

La direttiva Europea CE/2004/80 imponeva a tutti gli Stati membri di dotarsi di un sistema che prevedesse l’erogazione di un indennizzo equo ed adeguato per tutte le vittime di reati intenzionali violenti commessi sui proprio territori nazionali: lo scopo di tale norma sovranazionale era, tra gli altri, quello di garantire la sicurezza e la libertà di spostamento su tutto il suolo europeo dei cittadini dell’unione.

La nostra Repubblica non ha mai ottemperato a tale obbligo e pertanto la Commissione Europea ha promosso nei confronti dell’Italia una procedura di infrazione tutt’ora pendente dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. In tale contesto il Parlamento, conscio della propria ineluttabile soccombenza dell’Italia nel citato procedimento in sede europea, ha deciso di procedere con la legge in oggetto che avrebbe potuto (rectius dovuto) adeguare l’Italia, anche se con “solo” 12 anni di ritardo, ai precetti della direttiva europea: già ad una prima lettura però si può affermare senza tema di smentita che il Legislatore abbia cercato dolosamente e furbescamente di aggirare i propri obblighi solidaristici nei confronti dei cittadini propri e stranieri (la norma vale per tutti i cittadini europei che abbiano subito un reato intenzionale violento in Italia), prevedendo una serie di condizioni che rendono particolarmente arduo, lungo ed oneroso, ai confini del sostanzialmente impossibile, l’accesso a tale indennizzo.Tali condizioni imposte dalla normativa italiana e non previste nella Direttiva comportano sostanzialmente un suo recepimento meramente formale, ma la sua più totale negazione sostanziale.

La prima di queste condizioni che riduce in maniera abnorme quanto illegittima la possibile platea dei beneficiari  riguarda il requisito soggettivo del reddito annuo della vittima che non deve superare quello previsto per l’ammissione al patrocinio dello Stato (€ 11.528,41). Si tratta di una soglia sostanzialmente di povertà, che esclude dalla possibilità di richiedere un indennizzo la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ed europei: ergo solo i cittadini in condizioni economiche più svantaggiose dovrebbero aver diritto all’indennizzo, ma ciò è in aperto contrasto con la finalità della direttiva di garantire la libera e sicura circolazione di tutti i cittadini europei e quindi a prescindere da qualunque distinzione di reddito.

Una seconda condizione di accesso al risarcimento impone che la vittima non abbia percepito alcuna somma da soggetti pubblici o privati per lo stesso fatto di reato: si tratta evidentemente di una ulteriore enorme riduzione della platea dei possibili soggetti destinatari dell’indennizzo in quanto chiunque sia beneficiario di una polizza di assicurazione che preveda un indennizzo per il medesimo fatto di reato non potrà accedervi. E ciò senza considerare che spesso chi ha subito delle lesioni gravi o gravissime (le uniche che danno accesso all’indennizzo) o che abbia perduto uno stretto famigliare accede a benefici solidaristici pubblici da enti quale INPS e INAIL.

Una terza condizione in aperto contrasto con il contenuto della direttiva riguarda poi il contenuto dell’indennizzo che, salvo il caso di omicidio o di violenza sessuale, sarà limitato alla refusione delle sole spese mediche. Il che vorrà dire che, ad esempio, soggetti ridotti alla tetraplegia da un reato intenzionale violento non potranno accedere ad alcun indennizzo in quanto salvo rarissimi casi le cure in situazione del genere sono a carico del SSN: di fatto anche sotto tale prospettiva, si sono totalmente negati, nuovamente, quelli che erano i diritti indennitari previsti dalla direttiva.

Una ulteriore ed estremamente grave limitazione, posta sempre quale condizione necessaria per l’accesso all’indennizzo, è quella che impone ai beneficiari di esperire nei confronti del reo un’azione esecutiva per cercare di ottenere il ristoro del danno: in altre parole si pone a carico della vittima di sopportare le spese ed attendere i tempi dell’azione esecutiva che deve essere infruttuosa al fine, salvo il caso di morte o violenza carnale, di vedersi risarcite le spese mediche sostenute. Anche in questo caso è stato violentato lo spirito della direttiva che invece voleva sgravare il cittadino da tutte le difficoltà connesse al risarcimento del danno e che proprio in tale ottica onerava gli Stati di onere solidaristico di un “indennizzo” che per definizione è meno oneroso del “risarcimento” .

Il poco spazio a disposizione non permette, in questa sede, una più ampia elencazione dei vizi di questa norma che certamente non si esauriscono con quelli già citati, ma permette serenamente di affermare che il nostro Legislatore, dolosamente e con chiari intenti di risparmio, ha disatteso il contenuto della normativa europea alla quale doveva attenersi, promulgando una legge che impedisce di accedere all’indennizzo alla stragrande maggioranza dei cittadini vittime di reati intenzionali violenti perpetrati sul suolo italico e lo rende palesemente antieconomico per tutti gli altri, all’infuori, forse, dei casi di omicidio e violenza carnale per i quali non è ancora dato sapere a quanto ammonterà l’indennizzo.

A chi scrive pare un inganno rubricare l’art. 11 della legge 122/2016 come “Diritto all’indennizzo in favore delle vittime di reati intenzionali violenti, in attuazione della direttiva 2004/80/CE” salvo poi nel testo  della norma rendere concretamente inapplicabile per i cittadini qualsivoglia diritto indennitario stabilito dalla norma  europea. Mala tempora currunt se il detto “fatta la legge (europea) trovato l’inganno” non si riferisce più solo a qualche furbesco cittadino ma diviene anche il motto del Legislatore Italiano.

Prima di concludere pare necessario accennare seppur in maniera estremamente sintetica sull’impatto che questa norma potrà avere in sede di contenzioso giudiziale, che non potrà che ricevere nuovo impulso. Da un lato infatti non potrà che agevolare la posizione delle vittime che abbiano dei giudizi in corso, in quanto ammette espressamente che l’Italia non aveva sino ad ora, mai recepito integralmente la Direttiva CE/2004/80, e confessando dunque il proprio inadempimento.Dall’altro però non potrà avere alcun effetto deflattivo dei futuri giudizi in quanto tale norma si pone in netto contrasto per tutti i motivi già sopraesposti dei principi fondanti la Direttiva limitando l’accesso all’indennizzo in maniera così violenta da renderlo praticamente utopistico per tutti i cittadini che volessero richiederlo. In tale situazione quindi non resterà altro che continuare ad agire giudizialmente nei confronti dello Stato Italiano per non aver correttamente recepito, o meglio per aver recepito in maniera errata le norme sovranazionali e chiedendo pertanto che tale norma non venga applicata.

Detenuto fa causa all’Asl 2: non fu curato
nonostante i sintomi di un ictus

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REPUBBLICA TORINO

di Sarah Martinenghi

Per tre volte era andato in infermeria alle Vallette, lamentando malesseri che sarebbero stati però sottovalutati. Aveva un ictus, che l’ha reso invalido al 50 per cento, e per questo ora un detenuto fa causa all’Asl To 2 chiedendo i danni.
Alfredo G., ex agente di commercio, torinese di 44 anni, era finito in carcere con l’accusa di stalking, nel dicembre del 2012, nei confronti della sua compagna. Qualche mese dopo aveva iniziato ad accusare dei formicolii alle mani e agli arti e anche delle paresi facciali che sparivano dopo alcuni minuti. Aveva chiesto di essere visitato per due volte, la prima il 13 febbraio 2013, la seconda cinque giorni dopo. Ma in entrambi casi era stato rispedito in cella, anche se nella sua documentazione sanitaria veniva segnalato che aveva avuto in passato un aneurisma celebrale. Un mese dopo, il 27 marzo, si era sentito male, tanto da essere trasportato d’urgenza al pronto soccorso.
L’ictus gli ha provocato danni al lato sinistro del corpo: ora ha un braccio paralizzato, non riesce più a muovere una parte del viso, e zoppica da una gamba. Ha dovuto abbandonare il lavoro e vive dell’assegno di invalidità.
Nel 2015 si era rivolto al Ministero della salute per chiedere aiuto, e gli era stato risposto di rivolgersi a un legale. Così ha fatto. Gli avvocati Renato Ambrosio e Gino Domenico Arnone dello studio Ambrosio&Commodo hanno citato in causa, davanti al tribunale civile di Torino, l’Asl To 2 responsabile del servizio sanitario del carcere: una semplice Tac, all’insorgere dei primi malesseri, secondo i legali avrebbe evidenziato il rischio altissimo di “ictus carotideo” che, avrebbe potuto essere prevenuto con una diagnosi precoce. Il tribunale di Torino ha fissato la prima udienza il 7 febbraio.

ARTICOLO PUBBLICATO IL 18 OTTOBRE 2016

Detenuto fa causa all’Asl 2: non fu curato  nonostante i sintomi di un ictus

 

Nuovi crolli e sicurezza nelle scuole:
il caso di Vito Scafidi a Uno Mattina in Famiglia

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Era il 22 novembre del 2008 quando un soffitto crollò in un’aula del liceo scientifico Charles Darwin di Rivoli. Quel crollo costò la vita a Vito Scafidi, uno studente di 17 anni che aveva come unica «colpa» quella di trovarsi in quel posto proprio in quel momento. Il nostro Studio Legale  in questi otto lunghi anni è stato sempre al fianco della famiglia Scafidi, della mamma Cinzia Caggiano, del papà Fortunato e della sorella Paola.  Il caso di Vito ha fatto giurisprudenza, perché mai si era verificato in una scuola un episodio così grave. Da allora molte cose sono cambiate, ma le scuole continuano a cadere a pezzi e il problema della sicurezza non è risolto.

Domenica  16 ottobre,  l’avvocato Renato Ambrosio e Cinzia Caggiano hanno partecipato a Uno Mattina in Famiglia, il programma della domenica mattina di Rai Uno. Ecco il servizio nel quale si è affrontato, dopo i crolli registrati nelle scorse settimane in altri istituti scolastici, il tema della sicurezza nelle scuole e si è ricordato il caso di Vito.

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