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Indennizzo per le vittime di reati violenti,
quando la legge è una presa in giro

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di Gaetano Catalano

La direttiva Europea CE/2004/80 imponeva a tutti gli Stati membri di dotarsi di un sistema che prevedesse l’erogazione di un indennizzo equo ed adeguato per tutte le vittime di reati intenzionali violenti commessi sui proprio territori nazionali: lo scopo di tale norma sovranazionale era, tra gli altri, quello di garantire la sicurezza e la libertà di spostamento su tutto il suolo europeo dei cittadini dell’unione.

La nostra Repubblica non ha mai ottemperato a tale obbligo e pertanto la Commissione Europea ha promosso nei confronti dell’Italia una procedura di infrazione tutt’ora pendente dinanzi alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea. In tale contesto il Parlamento, conscio della propria ineluttabile soccombenza dell’Italia nel citato procedimento in sede europea, ha deciso di procedere con la legge in oggetto che avrebbe potuto (rectius dovuto) adeguare l’Italia, anche se con “solo” 12 anni di ritardo, ai precetti della direttiva europea: già ad una prima lettura però si può affermare senza tema di smentita che il Legislatore abbia cercato dolosamente e furbescamente di aggirare i propri obblighi solidaristici nei confronti dei cittadini propri e stranieri (la norma vale per tutti i cittadini europei che abbiano subito un reato intenzionale violento in Italia), prevedendo una serie di condizioni che rendono particolarmente arduo, lungo ed oneroso, ai confini del sostanzialmente impossibile, l’accesso a tale indennizzo.Tali condizioni imposte dalla normativa italiana e non previste nella Direttiva comportano sostanzialmente un suo recepimento meramente formale, ma la sua più totale negazione sostanziale.

La prima di queste condizioni che riduce in maniera abnorme quanto illegittima la possibile platea dei beneficiari  riguarda il requisito soggettivo del reddito annuo della vittima che non deve superare quello previsto per l’ammissione al patrocinio dello Stato (€ 11.528,41). Si tratta di una soglia sostanzialmente di povertà, che esclude dalla possibilità di richiedere un indennizzo la stragrande maggioranza dei cittadini italiani ed europei: ergo solo i cittadini in condizioni economiche più svantaggiose dovrebbero aver diritto all’indennizzo, ma ciò è in aperto contrasto con la finalità della direttiva di garantire la libera e sicura circolazione di tutti i cittadini europei e quindi a prescindere da qualunque distinzione di reddito.

Una seconda condizione di accesso al risarcimento impone che la vittima non abbia percepito alcuna somma da soggetti pubblici o privati per lo stesso fatto di reato: si tratta evidentemente di una ulteriore enorme riduzione della platea dei possibili soggetti destinatari dell’indennizzo in quanto chiunque sia beneficiario di una polizza di assicurazione che preveda un indennizzo per il medesimo fatto di reato non potrà accedervi. E ciò senza considerare che spesso chi ha subito delle lesioni gravi o gravissime (le uniche che danno accesso all’indennizzo) o che abbia perduto uno stretto famigliare accede a benefici solidaristici pubblici da enti quale INPS e INAIL.

Una terza condizione in aperto contrasto con il contenuto della direttiva riguarda poi il contenuto dell’indennizzo che, salvo il caso di omicidio o di violenza sessuale, sarà limitato alla refusione delle sole spese mediche. Il che vorrà dire che, ad esempio, soggetti ridotti alla tetraplegia da un reato intenzionale violento non potranno accedere ad alcun indennizzo in quanto salvo rarissimi casi le cure in situazione del genere sono a carico del SSN: di fatto anche sotto tale prospettiva, si sono totalmente negati, nuovamente, quelli che erano i diritti indennitari previsti dalla direttiva.

Una ulteriore ed estremamente grave limitazione, posta sempre quale condizione necessaria per l’accesso all’indennizzo, è quella che impone ai beneficiari di esperire nei confronti del reo un’azione esecutiva per cercare di ottenere il ristoro del danno: in altre parole si pone a carico della vittima di sopportare le spese ed attendere i tempi dell’azione esecutiva che deve essere infruttuosa al fine, salvo il caso di morte o violenza carnale, di vedersi risarcite le spese mediche sostenute. Anche in questo caso è stato violentato lo spirito della direttiva che invece voleva sgravare il cittadino da tutte le difficoltà connesse al risarcimento del danno e che proprio in tale ottica onerava gli Stati di onere solidaristico di un “indennizzo” che per definizione è meno oneroso del “risarcimento” .

Il poco spazio a disposizione non permette, in questa sede, una più ampia elencazione dei vizi di questa norma che certamente non si esauriscono con quelli già citati, ma permette serenamente di affermare che il nostro Legislatore, dolosamente e con chiari intenti di risparmio, ha disatteso il contenuto della normativa europea alla quale doveva attenersi, promulgando una legge che impedisce di accedere all’indennizzo alla stragrande maggioranza dei cittadini vittime di reati intenzionali violenti perpetrati sul suolo italico e lo rende palesemente antieconomico per tutti gli altri, all’infuori, forse, dei casi di omicidio e violenza carnale per i quali non è ancora dato sapere a quanto ammonterà l’indennizzo.

A chi scrive pare un inganno rubricare l’art. 11 della legge 122/2016 come “Diritto all’indennizzo in favore delle vittime di reati intenzionali violenti, in attuazione della direttiva 2004/80/CE” salvo poi nel testo  della norma rendere concretamente inapplicabile per i cittadini qualsivoglia diritto indennitario stabilito dalla norma  europea. Mala tempora currunt se il detto “fatta la legge (europea) trovato l’inganno” non si riferisce più solo a qualche furbesco cittadino ma diviene anche il motto del Legislatore Italiano.

Prima di concludere pare necessario accennare seppur in maniera estremamente sintetica sull’impatto che questa norma potrà avere in sede di contenzioso giudiziale, che non potrà che ricevere nuovo impulso. Da un lato infatti non potrà che agevolare la posizione delle vittime che abbiano dei giudizi in corso, in quanto ammette espressamente che l’Italia non aveva sino ad ora, mai recepito integralmente la Direttiva CE/2004/80, e confessando dunque il proprio inadempimento.Dall’altro però non potrà avere alcun effetto deflattivo dei futuri giudizi in quanto tale norma si pone in netto contrasto per tutti i motivi già sopraesposti dei principi fondanti la Direttiva limitando l’accesso all’indennizzo in maniera così violenta da renderlo praticamente utopistico per tutti i cittadini che volessero richiederlo. In tale situazione quindi non resterà altro che continuare ad agire giudizialmente nei confronti dello Stato Italiano per non aver correttamente recepito, o meglio per aver recepito in maniera errata le norme sovranazionali e chiedendo pertanto che tale norma non venga applicata.

Detenuto fa causa all’Asl 2: non fu curato
nonostante i sintomi di un ictus

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REPUBBLICA TORINO

di Sarah Martinenghi

Per tre volte era andato in infermeria alle Vallette, lamentando malesseri che sarebbero stati però sottovalutati. Aveva un ictus, che l’ha reso invalido al 50 per cento, e per questo ora un detenuto fa causa all’Asl To 2 chiedendo i danni.
Alfredo G., ex agente di commercio, torinese di 44 anni, era finito in carcere con l’accusa di stalking, nel dicembre del 2012, nei confronti della sua compagna. Qualche mese dopo aveva iniziato ad accusare dei formicolii alle mani e agli arti e anche delle paresi facciali che sparivano dopo alcuni minuti. Aveva chiesto di essere visitato per due volte, la prima il 13 febbraio 2013, la seconda cinque giorni dopo. Ma in entrambi casi era stato rispedito in cella, anche se nella sua documentazione sanitaria veniva segnalato che aveva avuto in passato un aneurisma celebrale. Un mese dopo, il 27 marzo, si era sentito male, tanto da essere trasportato d’urgenza al pronto soccorso.
L’ictus gli ha provocato danni al lato sinistro del corpo: ora ha un braccio paralizzato, non riesce più a muovere una parte del viso, e zoppica da una gamba. Ha dovuto abbandonare il lavoro e vive dell’assegno di invalidità.
Nel 2015 si era rivolto al Ministero della salute per chiedere aiuto, e gli era stato risposto di rivolgersi a un legale. Così ha fatto. Gli avvocati Renato Ambrosio e Gino Domenico Arnone dello studio Ambrosio&Commodo hanno citato in causa, davanti al tribunale civile di Torino, l’Asl To 2 responsabile del servizio sanitario del carcere: una semplice Tac, all’insorgere dei primi malesseri, secondo i legali avrebbe evidenziato il rischio altissimo di “ictus carotideo” che, avrebbe potuto essere prevenuto con una diagnosi precoce. Il tribunale di Torino ha fissato la prima udienza il 7 febbraio.

ARTICOLO PUBBLICATO IL 18 OTTOBRE 2016

Detenuto fa causa all’Asl 2: non fu curato  nonostante i sintomi di un ictus

 

Nuovi crolli e sicurezza nelle scuole:
il caso di Vito Scafidi a Uno Mattina in Famiglia

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Era il 22 novembre del 2008 quando un soffitto crollò in un’aula del liceo scientifico Charles Darwin di Rivoli. Quel crollo costò la vita a Vito Scafidi, uno studente di 17 anni che aveva come unica «colpa» quella di trovarsi in quel posto proprio in quel momento. Il nostro Studio Legale  in questi otto lunghi anni è stato sempre al fianco della famiglia Scafidi, della mamma Cinzia Caggiano, del papà Fortunato e della sorella Paola.  Il caso di Vito ha fatto giurisprudenza, perché mai si era verificato in una scuola un episodio così grave. Da allora molte cose sono cambiate, ma le scuole continuano a cadere a pezzi e il problema della sicurezza non è risolto.

Domenica  16 ottobre,  l’avvocato Renato Ambrosio e Cinzia Caggiano hanno partecipato a Uno Mattina in Famiglia, il programma della domenica mattina di Rai Uno. Ecco il servizio nel quale si è affrontato, dopo i crolli registrati nelle scorse settimane in altri istituti scolastici, il tema della sicurezza nelle scuole e si è ricordato il caso di Vito.

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Illecita diffusione di immagini su internet,
dall’azione inibitoria al risarcimento del danno

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di Edoardo Commodo

Accade sempre più spesso che sui social network vengano  rese illecitamente pubbliche fotografie private di personaggi famosi, immortalati in atteggiamenti intimi e sinuosi, ovviamente senza che il diretto interessato abbia prestato il proprio consenso.Il diffondersi di internet e dei collegamenti wireless che permettono una rapida trasmissione dei dati, come pure la presenza massiva dei  cellulari di ultima generazione, i cosiddetti smartphone, dotati di telecamera digitale per realizzare video e foto immediatamente condivisibili sul web, hanno generato non poche problematiche riguardo alla tutela dei diritti posto che non sempre è possibile applicare le norme esistenti, dato che esse sono state pensate in un momento storico che non considerava la questione teconologia come un rischio per la privacy.

Entrando nella sfera digitale infatti, viene stravolta anche la concezione tradizionale del diritto all’immagine. Nell’ambito di questa nuova forma di comunicazione, sempre più spesso si verifica che le informazioni personali e le immagini degli utenti diventino di pubblico dominio, perché accessibili ad un vasto numero di soggetti e che quindi vengano utilizzate per scopi differenti rispetto a quelli per i quali sono state pubblicate, quasi sempre senza autorizzazione degli stessi titolari.

La natura dell’immagine – quale raffigurazione di una persona – nel nostro ordinamento, figura infatti come un diritto della personalità, irrinunciabile, che può essere fatto valere da chiunque, inteso come il diritto della persona a che la propria immagine non venga divulgata o che tale divulgazione venga da questi controllata. Tale diritto infatti ha contenuto sia non patrimoniale, se inteso come manifestazione tipica del diritto alla riservatezza, sia patrimoniale, che può derivare dal suo sfruttamento economico dell’immagine. Il mezzo più immediato ed efficace attraverso il quale un soggetto ha la possibilità di gestire la propria immagine è il c.d. “consenso”, questo è infatti il requisito essenziale ed imprescindibile per l’utilizzo dell’immagine altrui, ed ha origini ovviamente molto precedenti rispetto alla nascita di internet. Il consenso infatti viene introdotto nel nostro ordinamento il 22 aprile del 1941 con la legge n.633 la quale, all’art. 96 recita appunto “il ritratto di una persona non può essere esposto, riprodotto o messo in commercio senza il consenso di questa”.È possibile però che questa regola possa subire qualche eccezione ad esempio nei casi in cui vi sia una situazione di necessità, giustizia, polizia, scopi scientifici didattici e culturali e….quando l’immagine ritragga una persona nota. Ovviamente la “notorietà” della persona non può da sola giustificare qualunque riproduzione dell’immagine, è pur sempre necessario che vi sia un’esigenza di informazione pubblica e che venga garantita la privacy dei personaggi famosi ritratti. Sempre in tema di tutela dell’immagine è utile ricordare che prima di pubblicare e condividere fotografie o ritratti è necessario assicurarsi che queste non ledano il decoro e la reputazione del personaggio ritratto in quanto si tratta di valori che attengono la dignità della persona ed espressamente tutelati all’interno della nostra carta Costituzionale all’art. 41.

Inoltre, in caso di utilizzo abusivo della nostra immagine il nostro ordinamento ci mette a disposizione due strumenti legalmente previsti, l’azione  inibitoria ed il risarcimento del danno. L’azione inibitoria può essere descritta come la forma di tutela atta a prevenire la lesione dei diritti della persona, essa infatti consiste nell’azione preventiva finalizzata a porre fine al comportamento lesivo già in essere, non consentendone la continuazione né tanto meno la ripetizione. Questa tutela è stata tipizzata nel nostro ordinamento per alcuni diritti della personalità, uno su tutti il diritto all’immagine. L’art.10 del Codice Civile infatti prevede espressamente che, nel caso in cui sia stata Pubblicata una nostra foto, o la foto di un nostro parente ed affine, al di fuori dei casi previsti dalla legge che abbiamo visto in precedenza, potremo rivolgerci all’autorità Giudiziaria che disporrà la cessazione dell’abuso e di conseguenza il risarcimento dei danni.È facilmente comprensibile come per quest’ultimo mezzo di tutela, il risarcimento del danno sia di difficile quantificazione poiché nel nostro caso parliamo d un diritto avente ad oggetto un bene immateriale.Parlando di danno patrimoniale paradossalmente ci troviamo in una situazione in cui la quantificazione risulta molto più agevole nei casi in cui vediamo coinvolto un personaggio famoso. In questi casi infatti l’autore dell’illecito indebitamente si appropria dei vantaggi economici che sarebbero spettati eventualmente alla persona ritratta, è quindi evidente come il valore del danno patrimoniale debba essere commisurato tra i vantaggi economici “persi” dal titolare dell’immagine ed illecitamente “trasferiti” all’autore del comportamento dannoso.

Un sistema così immediato ed agevole non si verifica nei casi in cui la persona coinvolta sia una persona non famosa, “normale”, si tratta di un problema di individuazione, prova e quantificazione del danno subito. L’assenza di valore commerciale del soggetto sconosciuto ci spinge a individuare nuovi e spesso assai più elaborati criteri per la quantificazione patrimoniale. A ben vedere, anche se non esiste un vero prezzo di mercato dell’immagine dello sconosciuto, il suo illecito utilizzo determina comunque un danno che deve essere quantificato come lucro cessante. Si tratta del corrispettivo che il soggetto avrebbe potuto ottenere se avesse acconsentito a terzi lo sfruttamento della propria immagine a fini pubblicitari e commerciali. Nonostante sia sicuramente in misura minore e non paragonabile al corrispettivo dovuto ad un soggetto noto, anche l’immagine di uno sconosciuto quindi ha il suo prezzo e questo è il corrispettivo che l’ignaro soggetto ritratto avrebbe percepito se avesse stipulato con l’utilizzatore un regolare contratto di sfruttamento dell’immagine. Meglio però non focalizzarsi troppo sull’aspetto patrimoniale del danno perché spesso l’utilizzo abusivo dell’immagine può determinare una lesione dell’identità personale dando quindi diritto all’interessato di vedersi risarcire il danno non patrimoniale. Per identità personale si intende l’immagine sociale, cioè l’insieme di valori politici, intellettuali, professionali e religiosi della persona e il diritto della stessa all’intangibilità della propria immagine sociale, in questo caso la lesione è ravvisabile quando detta immagine risulti distorta provocando inesatte o non volute rappresentazioni della realtà. Le ripercussioni in questi casi potrebbero essere molteplici, come le difficoltà d’inserimento nell’ambito dei rapporti sociali, con conseguente diminuzione del proprio prestigio, della propria credibilità, determinando inoltre il venir meno di opportunità ed utilità valutabili anche economicamente. Chiunque sia vittima di questo tipo di lesione acquista il diritto al risarcimento del danno non patrimoniale, nello specifico facendo maggior riferimento alle voci di danno morale ed esistenziale, ai sensi dell’art. 2059 c.c., a prescindere dalla configurabilità di un reato, il quale ammette il risarcimento del danno che dovrà essere liquidato in via equitativa sulla base della concreta entità del pregiudizio subito e della gravità dell’elemento soggettivo dell’autore del fatto. Oltre alla quantificazione del danno però, parlando di queste nuove tipologie di illeciti civili sul web, risulta essere un problema di non secondaria rilevanza l’individuazione dei soggetti sui quali gravi la responsabilità per il fatto illecito commesso. La proposizione dell’azione nei confronti di coloro che abbiano materialmente provveduto alla pubblicazione di immagini in rete però, nella maggior parte dei casi risulta impossibile perché spesso e volentieri i responsabili sono soggetti tutt’altro che sprovveduti col pc in mano e raggiungerli, venendo a conoscenza della loro reale identità si rileva attività tutt’altro che semplice.Un’immediata soluzione al problema sopra esposto è stata la configurazione di una sorta di responsabilità per culpa in vigilando in capo ai gestori dei siti internet, i c.d. hosting provider, coloro che mettono a disposizione gli spazi internet per la creazione e messa on linediblog, siti e software, per le violazioni commesse da terzi utenti del servizio offerto.

In assenza però di vere e proprie disposizioni normative che regolino specificatamente la materia in esame, si è comunque formato nel nostro paese un definito orientamento giurisprudenziale propenso verso l’attribuzione di responsabilità dei gestori dei siti internet, ma non delineata a titolo di colpa per non aver impedito la commissione dell’illecito, ma solo a titolo di concorso del reato di diffamazione mezzo internet perpetrato dal proprio utente. Un’ulteriore aspetto da considerare in una situazione di lesione di immagine mezzo internet è che le informazioni e le immagini immesse in rete sono potenzialmente reperibili in ogni parte del mondo e proprio per questa caratteristica può apparire problematica l’individuazione del luogo in cui deve ritenersi consumato il reato. Sul punto il nostro ordinamento ha deciso di adottare in via continuativa l’orientamento del locus commissi delicti, ovvero l’obbligazione risarcitoria sorge ove si produce il danno. In caso di lesione dell’immagine attraverso uno strumento di comunicazione di massa come internet quindi, non si considera il luogo dove è istallato il server su cui viene caricato il contenuto diffamatorio, ma quei luoghi in cui viene effettivamente consumata l’illecita lesione del diritto alla reputazione, all’onore e all’immagine, ovvero il domicilio della persona offesa (Cass. Civ. Sez. Unite, n 21661/09).

Questi, in via del tutto sommaria, sono i mezzi a disposizione del nostro ordinamento per tutelare gli utenti di internet dall’uso improprio delle immagini che ci riguardano, inutile però ricordare come il controllo, per quanto attento, possa anche risultare superfluo data l’immensità e la portata praticamente illimitata della rete. Con l’avvento di internet e delle nuove tecnologie infatti, nuovi problemi sono sorti riguardanti il diritto all’immagine e la sua tutela, il digitale moltiplica all’ennesima potenza la possibilità di elaborare e riprodurre un numero infinito di immagini esponendole anche, come nel caso di specie che ha stimolato la presente riflessione, al rischio che queste vengano rubate da sistemi di sicurezza esoftwareche sembrano invalicabili ma che in realtà sono ben più vulnerabili di quanto noi profani della rete possiamo credere.

Come approcciarsi quindi ad internet, ai social network e qualunque piattaforma di condivisione? Semplicemente mantenendo comportamenti similari a quelli che useremmo nella realtà perché similari sono le regole ed i diritti applicabili al momento, poiché alla base di questo discorso è importante comprendere come sostanzialmente esista un parallelismo tra le due sfere, off e online. La grande difformità che si consiglia di prendere in considerazione è la diffusione, pressoché illimitata, delle immagini in rete; li spazio e tempo sembrano dilatarsi tendendo all’infinito e fornendo un campo favorevole alla velocissima diffusione e produzione di immagini che rischiano di violare alla medesima velocità diritti della personalità, d’autore e della privacy.

Travolto da un’auto e multato
A rischio anche il risarcimento

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Articoli del 12 luglio 2016. Da Il Giornale del Piemonte, Cronaca Qui, La Repubblica.

Danno non patrimoniale e danni punitivi,
convegno al Centro Studi San Carlo

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“Danno non patrimoniale e danni punitivi”, questo il titolo dell’incontro organizzato dal Centro Studi San Carlo in collaborazione con Ambrosio&Commodo Studio Legale Associato e  www.dannoallapersona.it. L’incontro vuole aprire un confronto a seguito  della recente ordinanza che rimette alle Sezioni Uniti della Corte di Cassazione la decisione circa la  legittimità o meno dei danni punitivi nell’ordinamento italiano. Continua a leggere

Nuovo Ddl Sanità, così si favoriscono
solo le compagnie assicurative

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di Gaetano Catalano

Inefficace rispetto agli scopi, in sostanza una misura di carattere economico volta all’implementazione del mercato assicurativo. Questo in sintesi ciò che si cela dietro al nuovo Ddl Sanità in discussione davanti alla XII commissione del Senato. Il tema è stato a lungo dibattuto nel corso di un convegno organizzato a Roma  dall’Associazione Melchiorre Gioia. Continua a leggere

Così lo Stato dimentica le vittime di femminicidio

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STAMPA 11 GIUGNO 2016
LIDIA CATALANO
TORINO

Oggi si userebbe la parola «femminicidio» per raccontare la sorte di Rossana Jane Wade, una ragazza di 19 anni strangolata dal fidanzato e abbandonata in un casello ferroviario il 2 marzo 1991 a Fiorenzuola, nel Piacentino. Lo scorso 7 giugno, a 25 anni e tre mesi di distanza, la terza sezione del Tribunale di Bologna ha condannato il ministero della Giustizia e la presidenza del Consiglio a risarcire con centomila euro Letizia Genoveffa Marcantoni, la madre della ragazza.  Cosa c’entra lo Stato in questa storia? Per capirlo bisogna tornare ancora indietro nel tempo, questa volta al 2004, quando una direttiva europea ha imposto agli Stati membri di risarcire le vittime di reati violenti «nei casi in cui l’autore sia rimasto sconosciuto, si sia sottratto alla giustizia o non abbia le risorse economiche per risarcire la vittima o – in caso di morte – i familiari». Un obbligo verso cui l’Italia – unica in Europa insieme alla Grecia – risulta inadempiente. Così alle vittime (se ancora in vita) o ai loro familiari non resta che dare battaglia allo Stato per avere giustizia. Come ha fatto Letizia Marcantoni, che non ha visto un solo euro dall’assassino di sua figlia, Alex Maggiolini, all’epoca dei fatti studente di 20 anni e nullatenente.
Un episodio tutt’altro che isolato. «Nel 70-80 per cento dei casi gli omicidi volontari, le lesioni permanenti e le violenze sessuali non vengono risarciti dall’autore del reato», spiega l’avvocato Stefano Commodo dello studio legale associato Ambrosio&Commodo di Torino, da anni in prima linea per chiedere l’applicazione della direttiva del 2004. Fu lui, insieme all’avvocato Marco Bona, a difendere una vittima di violenza sessuale in un processo che si è concluso con la condanna – per la prima volta in Italia – al risarcimento da parte dello Stato. La ragazza era stata sequestrata, percossa e violentata per un’intera notte da due uomini che si erano poi resi latitanti. La sentenza emessa nel 2010 dal tribunale di Torino è stata seguita da pronunce analoghe del tribunale di Roma nel 2013, da quello di Milano nel 2014 e adesso anche dal foro di Bologna.
«Pochi cittadini sono a conoscenza di questo diritto. Ad oggi ci sono una ventina di contenziosi aperti con lo Stato, ma potenzialmente potrebbero essere molti di più». La sentenza apripista del 2010 è stata confermata in Appello (con una riduzione del risarcimento da novantamila a cinquantamila euro) e ora la Cassazione ha disposto il rinvio alla Corte di Giustizia Europea. L’oggetto del contendere è l’interpretazione della direttiva del 2004. Che lo Stato ha recepito soltanto in parte, con leggi a tutela esclusiva delle vittime di terrorismo, strage e reati di stampo mafioso.
«Aspettiamo la pronuncia della Corte del Lussemburgo – commenta Commodo – ma la direttiva parla chiaro e non prevede alcuna tipizzazione dei reati risarcibili. Purtroppo ancora una volta ci distinguiamo in negativo rispetto agli altri Stati, già adeguatisi da anni alle richieste dell’Europa».
Con il risultato che ad oggi in Italia le moltissime vittime di reati violenti non hanno un fondo a cui rivolgersi e si trovano a dover affrontare anni di udienze in tribunale per vedere riconosciuti (forse) i propri diritti. «Così lo Stato viene meno all’obbligo di garantire la sicurezza e la libera circolazione dei propri cittadini. Chi ha subito un trauma grave – conclude l’avvocato Commodo – vorrebbe percepire vicinanza e solidarietà. E invece troppo spesso la vittima si sente sola e abbandonata a se stessa».

Così lo Stato dimentica le vittime di femminicidio

 

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Prima udienza della class action per il “dieselgate” della Volkswagen

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REPUBBLICA TORINO

Prima udienza della class action per il “dieselgate” della Volkswagen

di Sarah Martinenghi

Sono più di 600 i proprietari di auto “truccate” per emettere meno emissioni che, all’interno del “Comitato Diesel Inquinanti” hanno fatto una causa collettiva alla Volkswagen: oggi a Venezia è partita la prima udienza della class action contro la casa tedesca, che punta a far risarcire i danni economici e quelli morali agli automobilisti beffati. Continua a leggere

Scandalo Dieselgate: al via la class action
“Attenzione alle liberatorie che firmate”

Approfondimenti: Risarcimento danni – Responsabilità civile, In evidenza0 comments

Oggi in Tribunale a Venezia la prima udienza, citate Volkswagen Italia e la casa madre tedesca. “Attenzione alle liberatorie che firmate”.

Si è svolta oggi, mercoledì 11 maggio, a Venezia, davanti al giudice Innocenza Vono, la prima udienza per lo scandalo “dieselgate”. Il Comitato Diesel Inquinanti, che rappresenta già più di 600 automobilisti e che si candida a rappresentare i consumatori italiani nella querelle legale contro il costruttore tedesco,  è intervenuto in una causa iniziata dall’associazione Codacons. Continua a leggere